Magazine / Storiacce

Era mio fratello, Pecorelli, e da 40 anni lotto per lui

IL 110 19.04.2019

Carmine Pecorelli, meglio conosciuto come Mino Pecorelli, a bordo della sua Citroen 2000 CX verde

L’uccisione del direttore di “OP” è uno dei misteri del nostro Paese. La sorella Rosita ne ricorda le tappe, mentre una nuova indagine riapre il caso

Seduto dietro lo stesso tavolo, Mino Pecorelli ascolta l’intervento di Aldo Moro. Vestito chiaro, occhialoni spessi, braccia conserte. Come il terzo relatore del dibattito, all’altra estremità: Piersanti Mattarella. Verranno uccisi tutti, uno dietro l’altro, a distanza di un anno uno dall’altro. Prima il presidente della Democrazia Cristiana, poi il giornalista, infine l’allora governatore della Sicilia. «Ed è come se in questa foto ci fossero da sempre le risposte, che cerco da una vita intera», sospira Rosita Pecorelli. Ora che una nuova indagine, appena aperta dalla Procura di Roma, prova a cercare gli assassini tuttora ignoti del fratello, il fondatore dell’agenzia (poi settimanale) OP – Osservatore Politico, ucciso 40 anni fa.

Nell’album di famiglia che questa battagliera ottantenne romana torna a sfogliare, più con la memoria che con gli occhi ormai traditi dall’età, c’è un’altra foto su cui si sofferma. O meglio, una successione di scatti, come quelli che con qualche moneta è ancora possibile far stampare dalle macchinette automatiche sparse soprattutto nelle stazioni. Dietro una pesante tenda, Pecorelli sorride, si gira quasi di profilo, guarda in alto, abbraccia la mamma, felice. Una strisciata di fototessere in bianco e nero, da cui manca un tassello. Quello che sarebbe diventato «l’immagine di Mino più utilizzata dai giornali, dopo il 20 marzo 1979, quando una telefonata dell’ex segretaria e compagna, Franca Mangiavacca, mi annunciò l’omicidio», ricorda la sorella minore.

Quello scatto immortala una smorfia: «Una specie di becco. Era un gioco con mia madre, ma tra tanti fu scelto proprio quello dai giornali, perché si trasmettesse un’immagine opaca e ambigua di Mino. Non di un cronista, ma di un ricattatore. L’hanno voluto distruggere da subito», accusa Rosita. Che ora muove lungo queste due direttrici i suoi sforzi: «Provare a capire chi sparò quella sera in via Orazio a Roma e mostrare un profilo diverso» dell’uomo che visse di segreti e che per quei segreti («Che erano notizie, notizie che lui cercava, che aveva e che però pubblicava sempre»), fu ucciso.

La serie inedita di fototessere di Mino Pecorelli in compagnia della madre di cui faceva parte il ritratto più celebre del giornalista, diffuso dai giornali subito dopo il suo omicidio nel 1979

Accanto a lei, l’avvocato Walter Biscotti, che ha presentato a piazzale Clodio l’istanza per far riaprire le indagini e allo stesso tempo ripercorso tutte le tappe del caso nel nuovo saggio Pecorelli deve morire (Baldini&Castoldi). Alla Digos capitolina, i pm antiterrorismo hanno affidato il compito di svolgere una serie di accertamenti balistici sulle armi sequestrate a Monza nel 1995 a un militante di Avanguardia Nazionale, Domenico Magnetta, divenuto molti anni dopo voce assidua di Radio Padania nella Lega di Umberto Bossi. Nello specifico, si chiede di accertare, come scritto nell’istanza inviata al procuratore Giuseppe Pignatone, «eventuali compatibilità tra la Beretta 7.65 e i quattro silenziatori artigianali (trovati in quel borsone di armi, requisito in Lombardia) e i proiettili e i bossoli agli atti del processo Pecorelli».

L’input arriva dalla rilettura di un vecchio verbale, ripescato dalla giornalista Raffaella Fanelli, in cui un altro estremista di destra, Vincenzo Vinciguerra, all’ergastolo per la strage di Peteano, raccontava al giudice Guido Salvini di aver sentito in carcere un dialogo tra detenuti dello stesso ambiente in cui si riferiva che quell’uomo, catturato tre anni dopo a Monza, avesse in custodia l’arma del delitto Pecorelli. «In caso di riscontri positivi, Magnetta (che era con Massimo Carminati, l’ex leader dei Nar, ora in carcere per Mafia Capitale, durante la sparatoria in cui perse un occhio) ci deve dire chi gli ha dato quella pistola. In qualche modo, si confermerebbe un ruolo di ambienti della destra eversiva nel delitto del giornalista», ipotizza l’avvocato, che ha vissuto questo caso, con tutte le trame più oscure che si porta dietro, fin dai tempi del processo di Perugia, per tutti il processo del secolo insieme a quello di Palermo, quando sul banco degli imputati, dopo le dichiarazioni del pentito di mafia Tommaso Buscetta, sedeva il sette volte presidente del Consiglio, Giulio Andreotti.

Anche per il delitto Mattarella, negli ultimi spunti investigativi, si ipotizza il possibile coinvolgimento dei Nuclei armati rivoluzionari, i cui esponenti, tra l’altro, furono indagati e poi prosciolti nella prima inchiesta sull’omicidio Pecorelli, insieme anche a Licio Gelli, maestro della Loggia P2, a cui fu iscritto anche lo stesso direttore di OP – ma solo «per poter svelare cosa fosse dall’interno», ribatte Rosita.

È per questi rimandi a un possibile comune ambiente eversivo che ora la sorella poggia idealmente il suo sguardo su quella foto con Mattarella, seduto, insieme a Moro, allo stesso tavolo col fratello Carmine, detto Mino. Che per lei resta «il coraggioso bambino che insieme al futuro regista Franco Solinas scappò in bicicletta per andare a combattere; che è stato negli anni mio padre, dopo la perdita prematura del nostro genitore, mio amico e anche il confidente delle questioni più intime; che da quarant’anni è la mia battaglia».

Una battaglia, per individuare chi volle la morte di Pecorelli. Ucciso perché stava per pubblicare lettere inedite del presidente della Democrazia Cristiana, scritte nel covo delle Brigate Rosse? Il sospetto ha accompagnato tutti questi quarant’anni di misteri, insieme agli interrogativi sul plico («esplosivo», per ammissione dello stesso giornalista, secondo il racconto postumo del cugino) che quella sera del 20 marzo fu inviato dalla redazione di OP in tipografia. Materiale che non fu mai pubblicato e che svanì, dopo essere stato consegnato a mani ignote.

Mino Pecorelli era nato a Sessano del Molise nel 1928

Di scandali raccontati e a volte anticipati sulla sua rivista Pecorelli ne ha attraversati molti; scandali «che potrebbero essere altrettanti ipotetici moventi, per la loro forza dirompente», scrive l’avvocato Biscotti: Italcasse, Petroli, Mi.Fo.Biali, fino ai famosi “assegni del Presidente”, ovvero a quella copertina di OP dedicata ad Andreotti e a un giro di titoli di credito emessi dalla Sir a favore di prestanome, dietro cui si sarebbe celato lo stesso politico democristiano. Il giornalista decide di non pubblicarla dopo una cena al circolo della Famija Piemonteisa. «Certo, non che in quel numero Pecorelli avesse qualcosa di nuovo da dire», aggiunge l’avvocato. Ma da qui, e poi a ritroso, le indagini affondarono in un mondo di segreti, sospetti e complicità, di potere e malaffare, di devianze e intrighi. Senza che si arrivasse a una verità processuale né sugli esecutori, né tanto meno sui mandanti del delitto.

Preferisce «non farsi molte illusioni nemmeno ora», Rosita Pecorelli, che poco o nulla conosceva della vita professionale del fratello. Proprio il giorno del delitto andò, però, nella sua redazione. «Mi chiamò al mattino e mi chiese di raggiungerlo dopo pranzo: era il compleanno di mia figlia Alessia e voleva darle un regalino. Lui era finalmente sereno, dopo i tormenti per i debiti e le cambiali, perché aveva avuto la promessa di nuova pubblicità per il giornale, che versava in cattive acque, e di una nuova tipografia, quella di Ciarrapico. La promessa arrivava da Franco Evangelisti, uno degli uomini all’epoca più vicini ad Andreotti. Anche ai suoi collaboratori aveva annunciato la svolta per le sorti della testata».

Il racconto di Rosita è minuzioso, chissà quante volte avrà rivisto nella memoria quella giornata, in cui Mino fece «cose strane: regalò ad Alessia una scatolina profumata e le raccomandò di ricordarsi dello zio, con quell’essenza. Poi volle vedere anche la mamma e la fece venire in ufficio; e il giorno prima aveva incontrato anche il figlio». Tutti gesti all’apparenza normali, che per la sorella sarebbero poi apparsi come spie di un presentimento di morte. Diceva di volersi ritirare a vivere a Sassano, nel paese di origine della famiglia, in Molise, ma la sorella non gli credeva. Da questi ricordi ha fatto ripartire la sua missione, affinché «Mino sia ricordato insieme agli altri giornalisti uccisi. Non c’è mai… Solo un paio di volte sono stata invitata alle commemorazioni», si rammarica l’anziana signora. «Per tutti, lui doveva essere un ricattatore, e così è stato dipinto da subito», anche se – a suo dire – proprio nella successione di copertine di OP ci sarebbe la smentita. «Uno scandalo dietro l’altro, notizie che aveva prima degli altri e che gli altri non pubblicavano. Un ricattatore le avrebbe tenute per sé, no? Lui invece le otteneva e le pubblicava, visto che il giornale era il suo. E poi: non avremmo dovuto trovare ricchezze nascoste, nel caso?».

L’ipotesi che qualcuno si fosse servito di Pecorelli e della sua testata, in quegli anni di servizi segreti deviati, segreti inconfessabili, poteri occulti e trame eversive, ha attraversato la storia non solo giudiziaria di questo mistero. «Potrebbe darsi, forse giornalisticamente gli conveniva, ma era troppo intelligente per non capirlo», obietta Rosita, che ammette però la possibilità che «se qualcuno avesse chiamato Mino, per chiedergli di tralasciare una notizia, in cambio di un’altra più forte, lui lo avrebbe fatto. Ma solo per altri scoop». Forse proprio in quegli opachi mondi è maturato il suo omicidio. «La sua rivincita», concordano la sorella e il difensore, «è che poi i suoi articoli hanno comunque contribuito a svelare il volto corrotto dello Stato». In tutto questo tempo, però, le mani che hanno sparato contro Pecorelli sono rimaste avvolte dal segreto. E anche quelle di chi ha deciso che dovesse morire. Ora un’ultima indagine ci riprova.

Chiudi