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Del fare dischi ed evitare gavettoni

02.04.2019

I Giardini di Mirò hanno pubblicato il loro primo disco nel 2001: “Rise and Fall of Academic Drifting”

Punto di riferimento ormai storico nel nostro panorama rock alternativo, i Giardini di Mirò sono forse la band italiana più “internazionale” per suono e attitudine. Qui ci raccontano perché, per loro, nonostante abbiano intitolato l'ultimo album "Different Times”, il passato sia ancora ben presente (e infatti, tra l'altro, continuano a suonare in un garage)

Sono ancora due le direttrici che segnano la musica dei Giardini di Mirò: lo spazio e il tempo. Quest’ultimo lo si incontra fin dal titolo del loro recente Different Times, l’album che li ha riportati assieme dopo 6 anni e che raccoglie gli stimoli stilistici di quasi un ventennio di attività. Lo spazio è poi nuovamente al centro delle loro intuizioni, non solo perché quella dei Giardini è da sempre una musica che trae ispirazione da un suono internazionale, ma anche perché sono proprio le potenzialità delle periferie ad affascinare il collettivo storico formato da Corrado Nuccini, Jukka Reverberi, Mirko Venturelli, Emanuele Reverberi e Luca di Mira.

Per certi versi, si può dire che la musica italiana del nuovo millennio sia cresciuta coi Giardini di Mirò, che fin dal memorabile Rise And Fall of Academic Drifting (2001) hanno agganciato un progetto sonoro europeo e ricollocato la Penisola sulla mappa del suono contemporaneo. Merito anche di una manciata di band e di etichette discografiche che in quegli anni hanno segnato i percorsi stilistici del nostro Paese aprendosi a collaborazioni di grande rilievo. Con Different Times, la formazione di Cavriago prova nuovamente a sbilanciare il proprio baricentro fra songwriting classico, post rock cantato, inebrianti saturazioni e chiaroscuri cantautorali. Un risultato ottenuto anche grazie alle collaborazioni con Robin Proper-Sheppard (Sophia), Glen Johnson (Piano Magic), Daniel O’Sullivan e Adele Nigro (Any Other), ciascuna ottimamente mirata per fornire ai singoli brani un elemento di potente unicità. A raccontarci i mutamenti di questi decenni è Corrado Nuccini, che riesce a spiegare la nuova realtà dei Giardini attraverso aneddoti, memorie, letteratura e ironia.

Sono passati 18 anni dal vostro primo album, da allora è davvero tutto cambiato nel mondo musicale. Il titolo del nuovo disco “Different Times” in qualche modo lo testimonia anche per voi. Riguardo alla vostra carriera, che cosa vi manca maggiormente di quel periodo, e che cosa, invece, è positivamente cambiato?
«Roland Barthes racconta di un bambino che prova a smontare un orologio per capire che cosa sia il tempo, ma il tempo non è negli ingranaggi, il tempo è nel suo scorrere. Allo stesso modo, dal nostro primo album a oggi molto è cambiato, ma un confronto sul prima e sul poi non rende, da solo, il senso del cambiamento. La trasformazione è radicale e irreversibile, non solo rispetto al mestiere del musicista ma, allargando lo sguardo, rispetto al mestiere più impegnativo e “full time” di essere umano. Tornando alla tua domanda, ecco, oggi vivo la mia esperienza come musicista in senso allargato, sono più aperto agli altri e questo credo sia un aspetto positivo. Degli esordi, che cosa mi manca? La certezza di diventare una rockstar».

Nonostante la necessità di cambiamento, i Giardini di Mirò sono comunque restati fedeli a loro stessi, rafforzando un’identità sempre riconoscibile. Come si sviluppa il vostro lavoro fra un album e l’altro? In che modo riuscite a tenere solida la formazione musicale che avete costruito?
«Agli inizi, dopo le prove, facevamo lunghe passeggiate per condividere visioni, idee, sogni e speranze. Una volta, durante una di queste, un’automobile si è accostata a noi; da dentro, a gran voce chiesero: “Siete i Giardini di Mirò?”. Noi, figurati, eccitati dalla raggiunta notorietà abbiamo risposto convinti: «Sì, siamo noi», e questi ci hanno tirato una secchiata d’acqua. Quindi sì, tra un disco e l’altro che facciamo? Evitiamo i gavettoni».

Nel nuovo album sembrano convergere le due anime fondanti del suono dei Giardini, quella più psych/noise e quella melodicamente strutturata. Sembra che l’anima mediterranea e quella di derivazione anglofona siano in perenne lotta: in qualche modo sentite di appartenere a due mondi sonori così distanti?
«Nel documentario della BBC Krautrock: the Rebirth of Germany John Weinzierl degli Amon Düül II a una domanda per certi versi simile rispose che loro volevano essere internazionali, né anglofoni, né tedeschi: il cosmo, per loro, è stata una buona soluzione!».

Stati Uniti e Regno Unito continuano a essere un riferimento costante per la vostra musica, anche grazie ad una esuberante voglia di scoprire il sottobosco delle etichette indipendenti. Dopo questi anni sentite in qualche modo un debito di ispirazione nei confronti di quei luoghi?
«Come ho sentito dire di recente da De Gregori, che vita sarebbe stata la mia senza tutta quella musica “straniera” che ho avuto la fortuna di sentire? Gli anni Novanta sono stati un viaggio incredibile in un mondo fatto di piccole e grandi etichette. Prendi la Touch and Go, quell’EP degli Slint, pazzesco, dove in copertina c’è un uomo a terra colpito da un’arma da fuoco, probabilmente morto. Non c’è nome, non c’è titolo e non c’era internet a farti lo spiegone. Niente foto, niente facce, magari qualche articolo o recensione sui giornali o fanzine, stop: tutto doveva essere misterioso e inevitabilmente affascinante. Oggi è diverso, se la tua rockstar fa la cacca, lo vieni a sapere subito, che meraviglia!».

Le collaborazioni con due personaggi di culto come Proper-Sheppard e Johnson determinano non solo la creazione di brani centrali del disco, ma un mood sonoro di appassionata malinconia. Come sono nate?
«Con Glen ci lega un rapporto che dura nel tempo: abbiamo condiviso il palco con Piano Magic, aveva già prestato la sua voce per Self Help in Dividing Opinions e oggi torn con Failed to Chart. Robin Proper-Sheppard, al contrario, è una novità assoluta: è un nostro eroe, siamo super fan dei Sophia e sentirlo oggi su Hold On è un’emozione nuova».

La collaborazione con Adele Nigro è invece frutto dello stimolo di 42Records o di un naturale incontro fra musicisti?
«Adele ha registrato il suo disco mentre eravamo in studio; inoltre, all’epoca, era nel tour di Colapesce. Un giorno, di ritorno da una data con Lorenzo, l’abbiamo tenuta mezzo pomeriggio in studio con noi, e da lì è nato tutto. Adele ha in comune coi Giardini una predisposizione all’istintività che si trasforma in grande raffinatezza quando si accendono le luci del palco. È la nostra Joni Mitchell!».

La title track (nonché traccia di apertura) di “Different Times” è forse il brano più travolgente del disco. Qualcuno potrebbe ancora presentarlo come post-rock, ma per voi questa spinta a creare un caleidoscopio strumentale dai ritmi incalzanti come può essere definita?
«Il concetto che avevamo in mente durante la registrazione del pezzo è il quello che Gilbert Ryle chiama “the ghost in the machine”, una macchina con un inesplicabile fantasma al suo interno. Da qui l’uso di ritmiche e di fiati campionati che riprendono suoni reali in un’estetica che mescola una partitura suonata con una replicata dal sequencer. Ghost rock? Post Ghost Rock?».

Lo shoegaze, che per anni è stato tra gli elementi fondanti della vostra musica, sembra un po’ messo da parte in questo album e compare solo in alcune tracce a fare da propellente sonoro. Dopo oltre 30 anni dalla sua nascita, che tipo di legame c’è con quel genere e con quelle straordinarie band?
«No, no, per noi i dischi dei My Bloody Valentine sono ancora fonte di ispirazione. Se senti i ritornelli di Hold On o di Fieldnotes capisci quanto sia importante quel background. Magari oggi è tutto più elaborato, ma è anche normale sia così. Per anni siamo stati chiamati i “Mogwai italiani”, tanto che per uscire da questa cosa ci siamo messi a cantare, solo che poi l’hanno fatto anche loro, così hanno iniziato a chiamarli i Giardini di Mirò scozzesi… oddio, aiuto, non si esce dal loop!».

Per chi si occupa di musica in Italia quello di Giacomo Fiorenza è un nome che non si dimentica: com’è stato rimettersi al lavoro con lui e che cosa ha donato a questo nuovo album?
«Giacomo è stato fondamentale, ha prodotto il disco, ha portato entusiasmo, idee, ha registrato molte linee di basso e tastiere. Inoltre, c’ha dato la possibilità di lavorare senza fretta, abbiamo potuto prenderci i nostri spazi e i tempi giusti per fare tutto al meglio. Non è poco, vero?».

“Different Times” è anche un libro, che racconta la vostra storia a partire dalla musica suonata in un garage. Che cosa vi ha permesso di scoprire su voi stessi?
«Mi ha fatto capire quanto tempo è passato da quelle prove nel garage. Si parla di un mondo talmente lontano da me oggi – quarantacinquenne, papà di un bimbo – che… Sai dove facciamo le prove, sabato? In un garage».

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