Agenda / La videointervista

Selfie, la cosa peggiore mai inventata

24.04.2019

Bill Murray, Chloë Sevigny e Adam Driver in “The Dead Don't Die”, il film di Jim Jarmusch che aprirà il prossimo Festival di Cannes (14-25 maggio)

La barbarica pratica dell'autoscatto contro la “noblesse” del red carpet di Cannes, che rimane il festival più importante del pianeta (difesa di ufficio, perché con la Mostra di Venezia è ormai un testa a testa). Intervista al direttore Thierry Frémaux, in attesa dell'apertura il 14 maggio

Sarà l’americano Jim Jarmusch ad aprire il prossimo Festival di Cannes (14-25 maggio) con lo “zombie movie” Dead Don’t Die, ma nella line up, annunciata giovedì 18 aprile, sono molti i titoli disattesi tanto che le polemiche sono scoppiate in diretta streaming. Se per The Irishman di Martin Scorsese e Ad Astra di James Gray sembra che non ci siano più speranze, C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino potrebbe essere pronto in tempo per rientrare in competizione. Tra i registi confermati, poi, figurano gli habitué Pedro Almodovar, Terrence Malick, Ken Loach e i fratelli Dardenne, e, per quel che riguarda l’Italia, Marco Bellocchio. Con loro, alcune new entry tra cui la senegalese Mati Diop. Nel Fuori concorso, il biopic su Elton John e tra gli special screenings l’ultimo film di Werner Herzog.

IL aveva incontrato il direttore artistico Thierry Frémaux al festival di Marrakech, alla fine dello scorso anno, per avere qualche anticipazione. Da quel confronto, era già emerso che la tensione con Venezia, diventata la vetrina pre-Oscar grazie alle intuizioni del direttore Alberto Barbera, si è inasprita al punto da trasformarsi in un vero e proprio testa a testa tra i due eventi e i due direttori.

In un’intervista rilasciata all’inviata dell’Hollywood Reporter Rhonda Richford, Fremaux attacca Barbera sostenendo che Venezia è diventata una piattaforma per gli americani e per la loro stagione delle premiazioni, mentre il Festival di Cannes sarebbe orientato a una politica più inclusiva e più attenta ai contenuti autoriali provenienti da ogni angolo del mondo. In realtà, le cose non stanno proprio così. Negli anni, anche il Festival di Cannes si è fregiato di titoli americani (sei in concorso nel 2013 e altrettanti nel 2015, per esempio), i più richiesti ai giornalisti dalle testate, i più discussi e i più glamour quando si tratta di passerelle, mentre a Venezia non sono mancati titoli autoriali, a volta anche vincitori, come Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza di Roy Andersson, Le notti bianche del postino di Andrei Konchalovsky, Francofonia di Aleksandr Sokurov, The Woman Who Left di Lav Diaz e Nuestro Tiempo di Carlos Reygadas.

Alberto Barbera – il quale ereditava una situazione problematica dal collega Marco Mueller, in costante attrito col Presidente Paolo Baratta – ha risollevato le sorti di un festival che sembrava destinato all’oblio. Chissà che anche il recente cambio di guardia alla presidenza del consiglio di amministrazione del Festival di Cannes tra Gilles Jacob (regolare detrattore di Frémaux) e Pierre Lescure non porti al delegato generale altrettanto bene.

L’obsolescenza strutturale del festival, d’altronde, è evidente a tutti gli insider e sono già state avviate una serie di riforme che coinvolgeranno le complesse dinamiche gerarchiche e burocratiche. Sembra poi che per la corrente edizione saranno reintegrate le anticipate stampa mattutine con la precedenza ai giornalisti TV e radio, mentre web e carta stampata avranno proiezioni dedicate nel pomeriggio. E se il sistema per l’accesso alle proiezioni sarà veramente chiaro soltanto durante il festival, è stato annunciato dallo stesso Frémaux che chi oserà violare l’embargo social pagherà con l’espulsione immediata.

Ci vorrà meno di un mese per capire se le nuove tattiche adottate, dopo i flop delle chiusure verso le piattaforme streaming, confermate anche nell’edizione corrente, rialzeranno le sorti di un evento che fatica ad adattarsi alla nuova proteiformità del cinema. Intanto, in questa videointervista, il direttore si scaglia ancora una volta contro la pratica “terribile” dell’autoscatto sul red carpet e accenna a un adeguamento alle regole del nuovo scenario mediatico. Nel video, anche la formula del festival perfetto secondo Thierry Frémaux.

Chiudi