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Il nuovo che avanza in Arabia Saudita

10.04.2019

Il King Abdulaziz Center for World Culture a Dhahran, In Arabia Saudita

Il clamore del caso Khashoggi non ha frenato gli affari: gli stranieri investono, il piano di riforme economiche voluto da Riad va avanti

Il caso che rischiava di minacciare il processo di riforma promosso da Mohammed bin Salman – quello del giornalista Jamal Khashoggi, ucciso nel consolato di Riad a Istanbul l’ottobre scorso – non sembra aver allontanato i grandi investitori statunitensi dall’Arabia Saudita. Da tempo Riad ha scommesso tutto sulla Vision 2030, il piano di riforme diventato il fulcro delle mosse del principe ereditario della famiglia Saud. Che vuole creare 1,6 milioni di nuovi posti di lavoro entro la fine del prossimo decennio e sogna di rendere il Paese (oggi leader nell’esportazione di petrolio, ma soltanto quarantesimo su 140 per infrastrutture – fonte World Economic Forum), meno dipendente dal greggio, conferendo alla sua economia e alla sua società una nuova immagine.

Forte del boom della sua popolazione giovane e di una posizione geografica strategica, la corona è convinta di far fronte all’aumento della spesa pubblica e al crollo del prezzo del petrolio. Ma tutto passa dagli investimenti e dalle competenze provenienti dall’estero. Negata ogni connessione con l’omicidio del giornalista, Riad lavora affinché tutto torni come prima, soprattutto con gli Stati Uniti. Obiettivo: 427 miliardi di dollari (cioè 1,6 trilioni di riyal) di investimenti privati in dieci anni grazie a un programma di incentivi svelato a gennaio. E dopo le prese di distanza del gruppo Virgin e dell’agenzia di divi Endeavor arrivate subito dopo il caso Khashoggi, la strada verso il “business as usual” appare in discesa. Recentemente, Dow Chemical, Honeywell e General Electric hanno deciso di investire e costruire nuove fabbriche in Arabia Saudita. Al fianco di Riad sono sempre rimasti colossi dell’investimento Usa come BlackRock e Blackstone.

Con Vision 2030 la corona saudita punta all’egemonia sul mondo arabo e musulmano e pianifica di attrarre investimenti per trasformare il Paese in hub commerciale e turistico tra Asia, Europa e Africa: 60 nuovi snodi logistici, tra cui cinque nuovi aeroporti e 200 chilometri di ferrovie, ma soprattutto la scommessa sulla centralità geopolitica del Mar Rosso. Che non è soltanto un’attrazione vacanziera, ma è anche uno dei punti nevralgici di transito per le merci in viaggio tra Oriente e Occidente. Da una parte, l’avamposto cinese a Gibuti, dall’altra, Bab El Mandeb, uno degli obiettivi strategici della guerra in Yemen. Se il Golfo di Suez, controllato dall’alleato egiziano, è la porta del Mar Rosso verso il Mediterraneo, questo stretto ne rappresenta l’ingresso.

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