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Il vinile è vivo e gira insieme a noi

11.04.2019

Conoscere, comprare e ascoltare la musica “come una volta”, altro che streaming. Quindi, il 13 aprile, torna il Record Store Day, con tanta voglia di negozi in cui scambiare due chiacchiere attorno a dischi grandi e neri (ma senza malinconia, anzi con orgoglio e ottimismo, perché il mercato va)

Sono passati quarant’anni dal giorno in cui la Philips presentò il Compact Disc, il supporto fonografico che avrebbe dovuto cambiare le regole del music business e rappresentare il nuovo modello di ascolto. Era il 1989, ma già nel 2000 il film di culto Alta Fedeltà – diretto da Stephen Frears e tratto dal bestseller di Nick Hornby – prendeva in giro chi aveva dismesso la sua collezione di vinili in favore dei dischetti di policarbonato: «Yet another cruel trick played on all the dumb-asses who got rid of their turntables», “ancora un altro trucco crudele giocato a tutti gli idioti che si sono sbarazzati dei loro giradischi», spiegava un formidabile Jack Black nei panni del commesso del Championship Vinyl (perfetto archetipo del negozio di dischi nella periferia di Chicago) durante la vendita di un album degli Echo & the Bunnymen. Da allora, l’evoluzione delle vendite dei 33 giri ha prodotto una delle parabole più inattese della storia, raggiungendo nel 2006 il suo punto più basso (meno di 5 milioni di pezzi) e riacquistando progressivamente una centralità nel mercato che, nel 2018, ha portato alla vendita di circa 45 milioni di LP.

Nella battaglia dei supporti, a rivelarsi particolarmente influente è stato il Record Store Day, l’evento partito nel 2008 negli Stati Uniti come raduno degli operatori dei negozi di dischi indipendenti. Dalla semplice celebrazione di un mondo produttivo in lenta obsolescenza, l’evento si è espanso a livello planetario e oggi conta nella sola Italia quasi 200 negozi aderenti e oltre 300 uscite discografiche fissate per sabato 13 aprile. Ambasciatori dell’edizione 2019 sono i Pearl Jam, che attraverso le parole del chitarrista Mike McCready hanno definito i negozi di dischi «una buona parte della società», «posti dove imparare, dove divertirsi e dove scoprire nuova musica». In effetti, il Record Store Day non è solo un’occasione per fare incetta di album, ma anche per riappropriarsi di spazi di fruizione e confronto determinanti nella formazione del pubblico. Se negli Anni 80 e 90 il rito del passaggio dal negozio di dischi era parte delle abitudini di una società collegata analogicamente, col passare del tempo le agorà digitali hanno provato a sostituire le modalità di dialogo fra ascoltatori. Il Record Store Day è dunque anche un invito a riallacciare i rapporti umani che partono dalla musica, a ripristinare il dialogo personale fra individui e a riconoscere nei negozi indipendenti qualcosa di più del semplice luogo in cui effettuare acquisti.

Appena dieci anni fa, il giornalista e discografico Graham Jones ne scriveva l’epitaffio nel libro 33° giro. Gloria e resistenza dei negozi di dischi (Arcana Edizioni), facendosi testimone della situazione britannica quando pareva che mancasse un semplice passo dall’estinzione definitiva. Oggi, i numeri ci consegnano una realtà decisamente più ottimistica, con un mercato discografico globale che per il quarto anno consecutivo segna un incremento del 9,7 per cento (dato del 2018). Anche in Italia il vinile, sebbene subisca un calo che lo vede passare dai 16 milioni di euro del 2017 ai 13 milioni del 2018 (-15 per cento), resta il supporto di riferimento per i grandi appassionati di musica, ma è il fatturato generale a mostrare un interessante aumento, soprattutto grazie alla spinta dello streaming. I brani smaterializzati rappresentando quasi la metà del mercato (41 per cento), con una consistete crescita dei servizi in abbonamento premium (+55,4 per cento), ma è il mercato discografico italiano a mostrare una ripresa generale e a raggiunge un aumento del 2,6 per cento per 228 milioni di fatturato (dati IFPI).

Il vinile, quindi, pare restare appannaggio principale di due categorie di ascoltatori: la prima, formata da acquirenti selezionati e particolarmente attenti, alla ricerca della copia limitata e del titolo appena immesso sul mercato; la seconda che raccoglie un pubblico alla ricerca del grande classico del passato, da riascoltare sul proprio giradischi magari perché se ne è persa la copia originale. In questo senso, la classifica dei dieci “long playing” più venduti del 2018 è abbastanza desolante e vede la presenza di una sola nuova uscita (Enemy di Noyz Narcos) contro nove ristampe abbastanza scontate, che vanno da The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd a Nevermind dei Nirvana, da Appetite for Destruction dei Guns’n’Roses a Back to Black di Amy Winehouse. Ciononostante, il mercato fisico italiano resta uno dei più forti a livello internazionale, posizionandosi al settimo posto soprattutto grazie ai risultati del repertorio italiano. Molto interessanti, però, risultano le dinamiche di acquisto, che sembrano strettamente legate a scelte ben definite di politiche culturali nazionali. «È merito anche dei risultati generati dal Bonus Cultura», ha spiegato Enzo Mazza, il ceo della Federazione Industria Musicale Italiana, «che solo nel 2018 ha prodotto oltre 21 milioni di fatturato, per quasi la totalità sul fisico».

La data del 13 aprile rappresenta dunque una coinvolgente celebrazione di un settore che, nonostante tutto, tiene duro e che accanto ai 300 titoli immessi massivamente sul mercato permetterà agli ascoltatori di vivere altre iniziative tematiche come mostre, presentazioni di libri, dj-set e concerti. Per conoscere tutte le uscite e le attività, è online il sito, ma le politiche a favore del ritorno del vinile non si fermano qui. A maggio arriva a Berlino Making Vinyl, la prima conferenza europea sul vinile che prende spunto dalle due edizioni americane organizzate a Detroit. Durante la manifestazione, ci sarà anche un tavolo sul Record Store Day in Europa, al quale anche l’Italia sarà presente per raccontare l’evoluzione del mercato e dei nostri (affascinanti) negozi di dischi indipendenti.

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