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Insegnare a scrivere è disubbidire

di Federica Manzon
fotografie di FEDEDICO BOTTA
IL 110 24.04.2019

Nelle fotografie di questa pagina, la Scuola Holden di Torino

La bellezza di trasmettere in una scuola seria il valore dell’originalità e della passione sconsiderata, dell’errore, del tempo perso

Si può davvero insegnare a scrivere? È la domanda scontata che sta dietro a ogni scuola di scrittura. Una domanda che nessuno fa a proposito della pittura o della musica. Per secoli la nostra tradizione ha identificato il gesto della scrittura creativa con l’ispirazione, un fattore imprevedibile e sfuggente che poteva arrivare in dono dalla sorte, più spesso da Dio: bisogna arrivare a un’epoca quasi contemporanea perché lo scrittore smetta di farsi raffigurare al tavolo da lavoro, piuma d’oca o pennino appoggiato alle labbra, e l’espressione un po’ ebete e un po’ assorta rivolta al cielo delle Muse. L’ispirazione come fattore ineludibile ha fatto sì che per secoli la scrittura non fosse considerata un’arte trasmissibile con gli stessi metodi delle altre arti: l’esercizio, l’andare a bottega, lo studio dei maestri. Poi le cose sono cambiate.

Parlare di tecniche narrative studiabili e trasmissibili è diventato possibile. Anche se la scrittura rimane un sapere strano, con un germe anarchico e individualista, una postura disobbediente che le impedisce di farsi inglobare in insegnamenti rigidamente codificati. Si può allora insegnare a scrivere? Quando mi hanno chiesto di lavorare alla Scuola Holden ho pensato fosse un’assurdità. Un’assurdità che mi piaceva molto. Ho visto il liceo trasformarsi. Era stato per me il tempio dello studio fine a se stesso, dell’ozio e degli slanci insensati – quanti pomeriggi passati a mandare a memoria inutili paradigmi greci oppure distesi a letto a non fare nulla travolti da uno di quei romanzi russi che non avremo mai le forze di leggere dopo i quattordici anni. Prima che io lo finissi, quel liceo era diventato il luogo dell’alternanza scuola-lavoro, dove era più importante imparare un mestiere che un sapere, si diceva neanche troppo tra le righe. Ho visto l’università trasformarsi: i libri da studiare ridotti a numero di pagine lecite, gli infiniti seminari da seguire guidati dalla fascinazione per un insegnante o una materia diventare crediti da acquisire. Contabilità vs spreco.

Ecco allora che in quest’epoca in cui l’utile viene prima di tutto, la meta è più importante del percorso, il prezzo conta più del valore e il titolo più del contenuto, lavorare in una scuola di scrittura mi sembrava l’unica opzione sensata per restituire a qualcuno quello che a me era stato consegnato: il valore dell’originalità e della passione sconsiderata, dell’errore, del tempo perso. Forse anche quel pensare altrimenti che non significa stare in opposizione, ma rimanere liberi e in movimento, aperti a tutto ciò che è imprevisto e sconosciuto. Ci insegnano a scrivere alle elementari, ed è evidente che non si può insegnare la formula del buon romanzo. Ma si può insegnare cosa c’è di temerariamente bello quando l’esercizio della scrittura fa parte della nostra vita: perché è un’arte strana, che richiede devozione e spreco, curiosità e una certa vocazione anarchica a trovare sempre nuove regole del gioco. Si impara a scrivere anche tirando con l’arco, guardando ossessivamente la stessa scena di un film o di una serie, fotografando per la strada. Soprattutto, ed è forse il motivo per cui le scuole di scrittura creativa sono a volte mal viste dai poteri, esercitandoci alla scrittura impariamo che sbagliare è importantissimo, come lo è sprecare il tempo in qualcosa di apparentemente inutile come correre su una spiaggia invece che allenarci in pista. Perché solo così rafforziamo i muscoli, il cuore e il respiro, teniamo la mente sgombra, solo così corriamo una gara olimpica senza abbatterci alla prima sconfitta. «Scrivere non è una professione» sosteneva John Gardner, insegnante di scrittura di importanti autori americani. «Scrivere è un’alternativa alla normale vita-nel-mondo. I suoi vantaggi sono semi religiosi – un mutamento nel cuore e nel cervello». Esercitarci a quel mutamento forse non ci renderà persone migliori o più ricche, anche se in alcuni casi potrebbe contribuirvi, ma con buona probabilità ci renderà persone libere di scegliere la vita che preferiamo. E in questi tempi è una libertà che fa paura.

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