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Ribelli moderni

di Cristina Piotti
fotografie di ALICE FIORILLI per IL
IL 110 15.04.2019

Ormai sembra che studiare tanto (senza rinunciare a vivere) sia quasi una vergogna. Ma ecco cinque plurilaureati che, per fortuna!, non si vergognano affatto

È quel “pluri-”, a fare la differenza. Come ricorda la Treccani, indica «la presenza di ciò che è espresso nel secondo elemento in numero superiore al normale, oppure in numero comunque notevole, anche soltanto superiore all’uno». Ecco quindi che il passo che ci ha portati a considerare i plurilaureati come una categoria cui guardare con sospetto nasce dalla sensazione che il possedere più titoli di studio sia un fatto a metà tra il miracoloso, quasi un parto plurigemellare, e il pericoloso, neanche si parlasse di pluriomicidio. Il termine usato da Lino Banfi fresco di nomina (voluta dai Cinque Stelle) di commissario Unesco, non è poi molto diverso da quel professoroni utilizzato in passato in modo decisamente pluripartitico. «Oggi mostrare la cultura non va più, non si fa. Sarebbe controproducente, altro che ammirazione (…) piuttosto si esibisce l’ignoranza, rende molto di più», scriveva già nel 2015 Paola Mastrocola, nel suo La passione ribelle (Laterza). Eccoli quindi, i ribelli moderni, che con i loro svariati titoli di studio ci fanno scoprire che la loro non è (o non è stata) una passione maniacale per lo studio, ma il frutto di una intuizione, quella di poter creare un percorso accademico e personale che non li definisca, ma li arricchisca. Perché plurimo, ci dicono, è bello.

Francesco Dal Fara, 57 anni

Durante gli studi al liceo scientifico mi interessavano sia le materie umanistiche, sia le scienze naturali. Dopo la maturità ho quindi deciso di orientarmi sulle scienze e di coltivare personalmente gli studi umanistici: ho scelto Chimica Industriale perché, oltre alla teoria, prevedeva molta pratica di laboratorio. La mia aspirazione di allora era di lavorare in una multinazionale e, una volta laureato, sono andato in un centro di ricerca bio-medica negli Stati Uniti, con una borsa di studio semestrale. Al rientro in Italia, ho iniziato a lavorare per una grande azienda farmaceutica, nell’ambito della ricerca. Sentivo però di essere interessato a una carriera più dirigenziale, quindi ho iniziato il mio percorso di crescita come manager; avevo la necessità di approfondire le mie conoscenze, da qui la scelta di studiare Scienze Politiche a indirizzo economico e sociale. Occupandomi a livello lavorativo di comunicazione esterna e interna in azienda, ho poi coltivato un personale interesse per la psicologia sociale e la comunicazione: da alcune letture personali è nato l’interesse per la psicologia umana, e di conseguenza la scelta di iscrivermi alla facoltà di Psicologia, dove ho conseguito una laurea magistrale a 50 anni. A livello personale, non ho mai pubblicizzato i percorsi di studio successivi al primo, ma in occasione di incontri con head hunter o colloqui in altro ambito lavorativo, questo non era considerato strano: piuttosto, ho riscontrato una certa curiosità nel capire le ragioni di quei percorsi. Ho sempre studiato di sera, a ora molto tarda, quando la famiglia dormiva. Essendo scelte personali, non dettate da bisogni esterni, ho cercato di sfruttare momenti che non sacrificassero le cose importanti, come la famiglia o il lavoro. Sono sempre stato motivato, ma il supporto e la comprensione di mia moglie e dei miei figli sono stati fondamentali. Il mio percorso professionale, dall’inizio a oggi, ha tratto solo vantaggi dalle mie scelte di studio, perché lavoro e studio sono stati portati avanti in modo complementare e sinergico. Attualmente lavoro come psicologo presso i miei due studi privati di Milano e Gorgonzola, come psicologo consulente presso una Residenza Sanitaria, come consulente per alcune organizzazioni, in materia di comunicazione e stress lavoro correlato, e come formatore presso un Ente Accreditato dalla Regione Lombardia.

«Sono laureato in Chimica, Scienze politiche e Psicologia. E il mio lavoro ha tratto solo vantaggi da questi studi»

 

Angela Lembo, 37 anni

Terminato il liceo, mi interessavano Chimica e Farmacologia, ma, per motivi familiari, non ho potuto seguire quel percorso. Ho iniziato a studiare Scienze della comunicazione giornalistica (vecchio ordinamento) nel 2000, a Perugia, per pura scommessa: la mia ambizione era di raccontare fatti e avvenimenti del mondo che ci circonda, ma non ero molto convinta della mia scelta, avevo timore di non riuscire. Invece mi sono laureata portando avanti contemporaneamente due anni di lavoro in un ufficio stampa. Ho proseguito gli studi con una laurea triennale in Biotecnologie farmaceutiche perché in quel periodo avevo cambiato città, avevo perso una persona per me molto importante e mi ritrovavo da sola a Milano: lavoravo in una multinazionale e, al tempo stesso, studiavo. Riprendere l’università è stato utile per ritrovarmi, per riuscire a realizzare il sogno che avevo nel cassetto. Della chimica mi ha sempre affascinato il funzionamento, a livello molecolare, della natura e del nostro corpo. La genetica, la biologia e la chimica organica sono tra le materie che più ho amato. Dopo la laurea, ho conseguito un master in Comunicazione e Marketing internazionale per due motivi. Volevo approfondire alcuni aspetti che l’università non era stata in grado di fornirmi, conoscevo sulla carta le teorie e tecniche della comunicazione, conoscevo le basi dell’economia, ma non sapevo altro. Inoltre, in quel periodo, fare un master era la carta da usare per trovare lavoro più facilmente rispetto ai laureati delle prime triennali. Ho provato a chiedere una borsa di studio finanziata dall’Ue perché non potevo permettermi di continuare a studiare, l’ho ottenuta e così sono riuscita ad andare avanti. Oggi lavoro a Genova, in un’agenzia digital e web marketing, e sono project manager della parte tecnica e programmazione front end e sono soddisfatta perché ho un lavoro che mi piace ed è inerente ai miei studi.

«Sono laureata in Scienze della comunicazione e in Biotecnologie farmaceutiche. In più, ho fatto un master con una borsa finanziata dall’Ue. E ora ho un lavoro che mi soddisfa»

 

Mattia Falduti, 31 anni

Ho scelto come indirizzo della mia prima laurea Giurisprudenza perché ho sempre voluto fare il magistrato, il pubblico ministero più precisamente, ma mi affascinava molto anche la figura del prefetto. Dopo la laurea magistrale, come vuole la tradizione, ho subito iniziato la pratica forense. Dopo qualche mese mi sono immatricolato alla Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali, di durata biennale, per poter accedere al concorso in magistratura. Al termine, superato l’esame di Stato, ho deciso di non iscrivermi all’albo degli avvocati. In quel periodo, infatti, stavo svolgendo un tirocinio presso il pool dei reati informatici della Procura di Milano, terminato il quale sono stato selezionato come membro di Justech, un progetto formativo finalizzato alla digitalizzazione del processo penale, che ha visto coinvolte l’Università Statale e il Politecnico di Milano, l’Università di Pavia, il Ministero della Giustizia, la Procura, il Tribunale e la Corte d’Appello di Milano. Da questo progetto è nata la mia idea di dottorato: mi sono accorto di come le applicazioni scientificamente più interessanti fossero quelle di frontiera, che vedevano coinvolte le nuove tecnologie negli ambiti classici del diritto. Ma mi era altrettanto evidente l’insuperabile limite dell’approccio mono-disciplinare. Ho pensato che forse il modo più efficace per occuparsi dell’interazione tra diritto e tecnologia fosse metterci le mani direttamente, con un progetto di dottorato al dipartimento di Informatica. La ricerca che sto sviluppando verte sull’analisi dei dati in ambito giudiziario, per l’estrazione automatica dell’interpretazione e della conoscenza giuridica dalla giurisprudenza, con finalità anche di tipo predittivo: la mia formazione giuridica giova al progetto in maniera determinante. Quanto alla mia vita privata, sicuramente lo studio ha richiesto tanto impegno, ma tempo libero, amicizie e interessi rimangono un aspetto fondamentale del mio quotidiano.

«Dopo la laurea in Giurisprudenza, per occuparmi della digitalizzazione del processo penale ho scelto un dottorato in Informatica»

 

Mario Murari, 27 anni

Mi sono laureato in Ingegneria fisica presso il Politecnico di Milano: ho scelto di intraprendere questo percorso perché il piano di studi era molto interessante, con una buona base teorica e applicativa al contempo. All’inizio non avevo in mente una carriera particolare, ma sapevo che in ambito scientifico potevo dare il meglio di me. Verso la fine della triennale, dato che avevo una media elevata, il Politecnico mi ha proposto di iscrivermi all’Alta Scuola Politecnica, un percorso riservato a 150 studenti del Politecnico di Milano e di Torino, scelti in base al merito. Durante la laurea magistrale si svolgono dei corsi aggiuntivi su tematiche di attualità (da Internet of Things al rinnovamento di aree industriali dismesse) e si prende parte ad alcuni programmi: ad esempio, al secondo anno ho partecipato al progetto di gruppo “Smart Light”, finalizzato a sviluppare i fari del futuro per l’industria automobilistica. Se si passano con successo tutti i corsi e si mantiene una media superiore al 27, si ottiene il Diploma dall’Alta Scuola Politecnica, il che significa che ho conseguito una laurea con lode al Politecnico di Milano in Ingegneria fisica e una seconda laurea con lode al Politecnico di Torino in Ingegneria dei sistemi complessi. Una doppia laurea. I ritmi erano intensi, spesso arrivavamo lavorare fino alle 2-3 di notte, per l’intera settimana, ma la soddisfazione è stata tanta e questo percorso mi ha dato la possibilità di crescere molto. Certo, se si vuole eccellere, bisogna fare sacrifici: ho dovuto smettere di giocare a calcio e molti weekend li ho passati a casa a studiare. Sono però molto soddisfatto delle mie scelte: in un mercato del lavoro sempre più competitivo è importante emergere e una doppia laurea è sicuramente una buona presentazione. L’obiettivo di questo progetto è quello di formare professionisti in grado di affrontare situazioni complesse e interdisciplinari, capaci di lavorare in gruppo e focalizzati sul raggiungimento di traguardi precisi. Oggi sono iscritto al terzo anno di dottorato presso il Politecnico di Milano.

«Ho preso una doppia laurea in Ingegneria (Ingegneria fisica a Milano e Ingegneria dei sistemi complessi a Torino, entrambe con lode). Ma non mi bastava ancora: ora sono iscritto al terzo anno di dottorato»

 

Luca Palazzolo, 29 anni

Dopo il liceo ho scelto di studiare Fisica perché ne sono sempre stato attratto, la consideravo l’unica materia che mi permettesse di capire la realtà che ci circonda. Così è stato naturale intraprendere quel percorso universitario. In particolare, ho scelto l’ambito geofisico perché volevo comprendere i fenomeni complessi del pianeta Terra. Sono appassionato di speleologia e un giorno, esplorando una grotta insieme a un amico, mi sono trovato a cercare di stabilire dove questa proseguisse, all’interno di una frana. Per farlo, usavamo le correnti d’aria come indicatori, ma a un certo punto ci siamo trovati di fronte a un fenomeno impossibile da spiegare: un’inversione delle stesse correnti d’aria. Da questo fenomeno, da questa prima osservazione sul campo, sono nate la mia tesi magistrale e una serie di applicazioni in ambito minerario. Dopo la laurea, ho iniziato subito a lavorare in un’azienda, ma, grazie alla segnalazione di un mio professore, ho partecipato a un bando dedicato alla modellistica biochimica. Mi sono detto: «Perché no?». La matematica e la descrizione della realtà che ho studiato durante la laurea in Fisica possono essere applicate anche in ambito differente. Ho vinto il bando e oggi mi occupo di biochimica computazionale. Faccio modelli tridimensionali di proteine e studio l’interazione di proteine e farmaci. È un settore interessante e penso che il mio essere “ibrido”, per formazione, mi permetta di avere alcune intuizioni ed esprimere con una certa fantasia la ricerca. È il mio percorso di studi che mi ha portato a pensare al di fuori del tracciato consolidato. Credo fermamente che, in futuro, figure come la mia saranno sempre meno rare, perché l’interdisciplinarietà è vitale in tutti i campi. Il continuo progresso tecnologico e teorico fa sì che nessuno oggi, anche rimanendo nello stesso contesto, possa crescere senza cambiare prospettiva e continuare a studiare. Quanto al resto della mia vita, finché ero iscritto a Fisica, gran parte del mio tempo libero era dedicato alla politica. Abbandonata questa passione, sono passato alla montagna e all’apicoltura: collaboro con una start-up per monitorare, attraverso alcuni parametri fisico-chimici, le nostre arnie e il comportamento delle nostre api come sensori ambientali.

«Ho studiato Fisica, ma poi mi sono dedicato alla Biochimica computazionale. E credo che la mia formazione ibrida mi aiuti molto a pensare fuori dai tracciati quando lavoro»

 

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