Appendice

Leggere e guardare le figure

IL 110 11.04.2019

“Mnemosyne” di Aby Warburg

Olivia Laing, Ben Lerner e da ultimo Manuel Vilas. E prima di loro Aby Warburg e W. G. Sebald. Sempre più testi letterari sono corredati di foto. A che cosa servono? Le immagini (spesso “brutte”) inserite in questi libri “ibridi” sono un moltiplicatore di ambiguità tra la verità e l’invenzione. Ed emozionano

Uno degli incipit più triti della narrativa – se non il più banale in assoluto, quello che qualsiasi editor vi casserà perché stufo di leggerlo in centinaia di manoscritti – prevede che il protagonista prenda in mano una foto e inizi a ricordare la scena in cui è stata scattata. Siamo al livello della «marchesa che uscì alle cinque», l’esempio di pessimo inizio che una volta fece Paul Valéry. Questo è vero per le fotografie descritte nel libro, discorso diverso, invece, per le immagini direttamente inserite nei testi letterari. Perché, tra i libri più interessanti, innovativi e eccitanti che mi sia capitato di leggere da un po’ di anni a questa parte, molti di essi hanno al loro interno, a punteggiare la narrazione apparentemente senza criterio, delle fotografie? Penso, solo per restare agli ultimi, a Città sola di Olivia Laing, Nel mondo a venire di Ben Lerner o, fresco di traduzione per Guanda, In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas in cui il rabdomantico ricamo tra memoria intima e collettiva è traforato da una manciata di struggenti foto di famiglia. Perché, invece del terribile effetto “diapositive delle vacanze”, ne ricaviamo un’emozione così intensa? Io un’idea me la sono fatta. Servono innanzitutto a farci capire che quelli che abbiamo davanti sono libri ibridi: non sono romanzi, non sono saggi in senso accademico, non sono storie inventate anche se sono raccontate in modo narrativo.

Anche se ormai pensiamo come degli ipertesti (o forse l’abbiamo sempre fatto: Proust “cliccava” su una madeleine e arrivava un ricordo di infanzia) saltando di link in link, con immagini, video, testi che si incrociano e contaminano, abbiamo però ancora l’abitudine a rappresentare la memoria come una serie di fotografie che si susseguono. Una sequenza di foto su un tavolo, una pila o disposte come un oracolo dei tarocchi; le polaroid che si scattava ogni giorno per combattere le sue amnesie a breve termine il protagonista di Memento, il film di Christopher Nolan; gli investigatori che appendono le foto degli indizi per risalire al killer in True Detective. Ecco perché, se dovessi fare una genealogia dell’uso delle fotografie nei testi letterari, il nonno sarebbe senz’altro Aby Warburg. Mnemosyne, il grande atlante del potenziale espressivo umano, nelle intenzioni di Warburg era composto da sessanta tavole ricoperte da una stoffa nera su cui erano appuntate una serie di fotografie di opere d’arte antiche, moderne, ritagli di giornale, dettagli di monumenti, francobolli. Il criterio organizzativo – e qui sta la bellezza del progetto e la genialità di Warburg – non è storico, cronologico, né strettamente tematico, ma per somiglianze di famiglia, per associazioni e collegamenti basati sulla regola “del buon vicinato”. Dall’accostamento delle immagini nascono delle illuminazioni critiche, delle intuizioni tanto profonde quanto radicali. Ho sempre visto il progetto di Warburg come il tentativo di scrivere un enorme, smisurato romanzo senza parole, composto unicamente con frammenti visivi (come solo di frammenti e citazioni, ma in questo caso testuali, è fatto il capolavoro di Benjamin su Parigi capitale del XIX secolo).

Praticamente l’Atlante warburghiano è stato un primitivo e formidabile Pinterest, soltanto fatto “a mano” e non dagli algoritmi. Ormai intelligenza artificiale e algoritmi non solo riescono a riconoscere immagini simili, o che contengono gli stessi oggetti, o gli stessi individui (tutti i gatti rossi, o me tutte le volte che prendo la metro a Molino Dorino e vengo catturato dalle telecamere di sorveglianza), ma sono in grado – come un recente esperimento dell’azienda di schede grafiche Nvidia ha reso evidente al sito thispersondoesnotexist.com – di creare da zero credibilissime immagini di volti umani assemblando in maniera del tutto originale forme e pattern di visi esistenti.

Sto divagando? Forse sì, forse no: il punto è che c’è un collegamento tra uso delle immagini, intelligenza (reale o artificiale), memoria e realtà. Dal 1918 al 1924, Warburg soggiornò ripetutamente nel sanatorio di Kreuzlingen fino a un lungo internamento per una grave malattia mentale. Al termine dell’internamento, nel 1924, per dimostrare di essere guarito e non essere più pazzo, dovette tenere una prolusione ai medici e ai pazienti del sanatorio: pronunciò una magnifica conferenza sul rituale del serpente nelle popolazioni degli indiani Pueblo del Nuovo Messico (presso cui era stato alcuni decenni prima). Se voi aprite adesso Il rituale del serpente, lo vedrete punteggiato di immagini.

 

“Mnemosyne” di Aby Warburg

Follia, memoria, realtà, fotografia sono anche le stelle che disegnano quel magnifico asterismo chiamato W. G. Sebald. Se Warburg è il nonno, Sebald è senz’altro il padre, quello che ha definito, e in un certo senso canonizzato, l’uso delle immagini nei testi letterari in epoca recente. Al punto che, se oggi inserite nei vostri libri delle fotografie, c’è la buona possibilità che verrete tacciati di essere, be’, “sebaldiani”.

Il punto più alto di questa vera e propria poetica è senz’altro Austerlitz. Le fotografie, spesso dell’autore, non glossano il testo ma lo attraversano, lo “crivellano”, come un testo altro, un controcanto che si intreccia a quello principale, alterandolo, influenzandolo, facendo risuonare tra le righe del testo le note profonde di immagini mute, prive di didascalia o altro segnale d’orientamento. In copertina c’è l’immagine di un bambino vestito come un cavaliere antico, forse a carnevale. Da alcuni accenni nel testo capiamo essere Austerlitz stesso, il protagonista del libro. Ma ecco che qui Sebald complica e rimescola le carte in tavola: se le fotografie, come abbiamo detto, dovrebbero essere testimoni di verità, come si concilia col fatto che Austerlitz, il libro, è palesemente un romanzo di finzione: sono foto vere di una storia inventata?

Il fatto è che non si tratta quasi mai di illustrazioni in senso stretto. Le immagini, nei libri di Sebald, non illustrano il testo, non lo chiariscono: se mai lo “scuriscono”, rendono le parole più opache. Sono moltiplicatori di ambiguità. Roland Barthes parlava di “punctum”: il punto, l’elemento della fotografia che colpisce l’occhio e che indirizza il senso, il significato di tutta l’immagine. Il punctum non è il soggetto principale, quello che “balza agli occhi”, ma a volte è sullo sfondo, a volte è un particolare. Il punctum delle immagini di Sebald è la grana stessa dell’immagine, il pattern della carta su cui è sviluppata o del ritaglio da cui è strappata. Le fotografie nei libri di Sebald sono “brutte” fotografie: in Austerlitz, ad esempio, c’è la fotografia di una porta aperta spalancata su un corridoio buio. Non si vede niente, non si capisce nemmeno cos’è, a una prima occhiata! E poi che corridoio è, che porta è? Non si sa. Ma si capisce: perché è proprio quello che vuole farti vedere, e cioè quanto è difficile vedere, quanto è faticoso ricordare, quanto ambigui sono i ricordi, e la storia è fatta di rimozioni, stanze vuote, corridoi bui, foto sfocate.

Chiudi