Design / Salone del Mobile 2019

L’essenziale Michael Anastassiades

IL 110 04.04.2019

Intervista con il progettista cipriota che presenta a Euroluce i nuovi pezzi, tra cui la sua prima lampada tecnica: «Il design per me è un contributo da portare se si ha qualcosa di diverso da dire»

Michael Anastassiades ripete la parola subconscio due volte, durante la nostra chiacchierata. Quando deve spiegare il suo rapporto con Cipro, l’isola in cui è nato e vissuto fino ai vent’anni, prima di andare a Londra a studiare (inizialmente) ingegneria civile. E quando deve riflettere sui concetti al centro della sua ricerca: la trasparenza, l’equilibrio soprattutto. «È importante, ma non saprei spiegare perché, credo sia una questione inconscia. C’è tuttavia un parallelismo significativo: pratico yoga da molti anni, l’idea di equilibrio può venire anche da lì».

A Euroluce quest’anno, dal 9 al 14 aprile alla Fiera di Milano, presenterà con il suo brand quindici nuovi pezzi, tra cui alcune aggiunte alla serie dei Mobile Chandelier – ormai un suo marchio di fabbrica – ma dal linguaggio più morbido, meno disciplinato rispetto ai precedenti, più naturale. E poi c’è una lampada tecnica, Primitive Structure, a led, che lavora sulla “dimmerabilità”, sulle modificazioni della luce: «È un’interessante direzione, una novità per noi: siamo cresciuti negli ultimi anni e ora possiamo realizzare progetti più ambiziosi, esplorare la tecnologia, pur rimanendo nel campo delle lampade decorative». Porterà anche due nuove collezioni per Flos (Coordinates e My Circuit), un tavolo per B&B Italia (Parallel Structure), una lounge chair per Gebrüder Thonet Vienna (n. 200), un’edizione limitata per la galleria Nilufar di Milano (Future Light Cone). «Non ho molte collaborazioni, credo che la qualità del lavoro venga prima della quantità. Se non ho un’idea che mi soddisfa, non faccio il progetto», sostiene asciutto. Del resto, quello del rasoio di Occam è un principio che il designer cipriota dichiara apertamente: «Il mio metodo di lavoro è togliere le informazioni non necessarie finché non si può più togliere nulla. È un approccio di riduzione. Fino ad arrivare alle cose essenziali».

Mobile Chandelier n. 15

Il minimalismo à la Anastassiades è diventato un codice preciso, che oltre ad essere apprezzato da molti, va anche per la maggiore. Lui a riguardo ha le idee ben precise: «Mi accorgo di aver creato uno stile, un linguaggio che viene replicato. A volte lo vedo come un complimento. Tuttavia è come guardare la mia brutta copia riflessa in uno specchio. Se qualcosa per me ha un senso, per chi vuole imitarlo diventa invece qualcosa di superficiale, senza un pensiero, una filosofia dietro».

Lounge chair n. 200 per GTV

Per dispiegare tutto il percorso intrapreso prima di arrivare al prodotto finito, e srotolare le diramazioni di una complessità del processo creativo solo intuita, si è concesso un’intera mostra: Things That Go Together al NiMAC di Nicosia a Cipro, appena aperta e visitabile fino al 20 luglio. Ci ha messo la sua collezione di sassi, chandelier semoventi, oggetti, i modellini provenienti dall’archivio del suo studio fondato nel 1994, comprese le decine di variazioni possibili, posizionando in modo diverso i cavi, della lampada String Light disegnata per Flos. «Come designer tendo sempre a pensare al prossimo progetto, a guardare avanti. L’invito arrivato da Nicosia per questa mostra invece mi ha dato l’opportunità di guardare indietro. Una possibilità interessante che non sempre si ha il tempo di fare. Ripercorrendo il mio lavoro da quando ho fondato il mio brand dodici anni fa, è bello vedere che tutto alla fine ha un senso. La mostra si è auto-generata: non ci sono molte spiegazioni. Vorrei che la gente che la visita portasse via con sé quello che gli serve, quello che funziona per ciascuno. Non voglio obbligare nessuno a imparare qualcosa».

Sistema di librerie Jack per B&B Italia

Se gli si chiede che cosa ha imparato lui, invece, nel corso della sua carriera, fa un solo nome: «Neoptolemos Michailides, un architetto cipriota modernista che ha studiato a Milano con Gio Ponti e che ho conosciuto di persona, perché era amico di mio padre. Molti sono stati i miei maestri, a seconda delle diverse fasi della vita. Man mano che si avanza con gli anni, comunque, la personalità si fa più definita, con idee proprie e meno ispirazioni che vengono dagli altri». È in fondo per questo che ha cominciato a lavorare da solo: «Ho aperto il mio brand perché all’inizio era impossibile collaborare con le aziende perché tutti cercavano il nome noto, il famoso designer che potesse creare oggetti di successo. Io non volevo che le mie idee rimanessero sulla carta, e così mi sono messo a produrle. Quattro anni dopo ho incontrato Flos e le cose hanno cominciato a cambiare. Per questo dico ai giovani: credete in quello che state facendo. Maggiore è la dedizione, migliore è il risultato. Perché è genuino, vero. Altrimenti se si è mossi dall’ambizione, o dai soldi, l’esito sarà il contrario: vuoto. Il design per me è un contributo da portare se si ha qualcosa di diverso da dire. Invece oggi siamo bombardati: ci sono troppi oggetti, troppe aziende, troppe produzioni, troppi designer».

Ossessionato dalle cose che gli interessano, fedele alle sue idee e in fondo a se stesso, Anastassiades esercita costantemente una riduzione pensata e totale. Alla fine il subconscio aiuta a capirlo, forse. Michael Anastassiades è come i pezzi che disegna: essenziale.

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