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Scrivere cambia la vita

23.04.2019

Luca Zacchini e Alberto Astorri in “Un quaderno per l'inverno”

Su un palcoscenico spoglio, due solitudini si incontrano, si confrontano, scoprono insieme quanto slancio vitale può sbocciare dalla scrittura. Ridare alle parole e alle storie tutta l'importanza che meritano: “Un quaderno per l'inverno” di Armando Pirozzi

Pensando a questi tempi paradossali, in cui a un uso straripante dei social network corrisponde sempre più uno sprofondo nell’isolamento esistenziale, Un quaderno per l’inverno, breve e chirurgica pièce di Armando Pirozzi, affronta la questione alla radice. In origine, la scrittura serviva a unire e ad aprirsi: grazie al potere delle storie, che, svelando le forze all’opera negli individui (pensiamo alle Affinità elettive di Goethe), li avvicinano tra loro. Nell’eterno presente dei social, invece, le storie sembrano inghiottite da sciami di “conversazioni” digitali: sterili scambi di accuse e insulti corrispondenti a posizioni di chiusura personale che sfociano nell’odio per l’Altro. In pratica, viviamo un uso distorto (“perverso” per dirla con la psicanalisi) e sottodimensionato della scrittura, e la pièce di Pirozzi sembra cercare una via d’uscita, ovvero una cura.

Nella spoglia – ma perfetta – messa in scena di Massimiliano Civica, composta da un tavolaccio di legno e due anonime sedie, una notte avviene un incontro particolare. Un ladro, Nino, aspetta il rientro dall’università di un professore di letteratura disilluso dalla vita e dalla materia. Nonostante in precedenza gli abbia già sottratto il computer portatile in un’aula, questa volta non vuole soldi ma solo una poesia. Proprio così, una poesia. Nella borsa del computer, infatti, il ladro aveva trovato un quadernetto nero con sopra alcune note e sette rime amorose che il Professore scrisse un’estate – l’ultima felice – d’innamoramento, poi sfumato. Non sapendo parlare d’amore alla propria moglie, nel frattempo caduta in un coma apparentemente irreversibile, il ladro le leggeva le poesie dell’Altro, che sembrano ottenere il miracolo del risveglio. Di fronte a un nuovo peggioramento, Nino, disperato, si intrufola armato nella casa dal Professore con una richiesta tanto inattesa quanto drammatica: scrivere nuove rime per sua moglie. E qui fermiamo la sinossi, per non rovinare il seguito.

Il potere che sprigiona questa pièce – e giustifica l’incipit di questo articolo –, a cui i due soli attori in scena (Alberto Astorri e Luca Zacchini) si prestano con dedizione e maestria, lo si capisce meglio leggendo queste asciutte righe di presentazione dello stesso Pirozzi: «Il tema centrale è la scrittura e la sua possibilità di incidere direttamente sulla realtà: la forza miracolosa della poesia, non come semplice esercizio di tecnica letteraria ma per la dirompente carica vitale che suscita, nonostante tutto, nelle persone».

Nino è un’esistenza disperata e solitaria, prende con la forza quello che la vita gli ha negato. È conscio di sbagliare, e soffrendone vive questa vita in cui, oltre a una moglie, ha anche un figlio piccolo da crescere. Un figlio che vorrebbe far studiare col sogno di vederlo, un giorno, scrittore. Il punto è questo: Nino non trova la forza di affrontare davvero il suo problema finché non commette il suo ladrocinio nell’università scoprendo sette poesiole, senza pretese, che trova bellissime. In pratica, e nonostante tutto, la scrittura lo strappa alla perdizione ma allo stesso tempo, perché qui non c’è ancora il giudizio, dimostra che non tutto, nella pericolosa e sconveniente attività predatoria per antonomasia («Non ruberai», dice la Bibbia), è sbagliato. Anche nel modo peggiore si può (ri)trovare la via. Ma c’è di più: da sola la scrittura non basta, ci vuole un nuovo cursus spirituale che solo una forza come l’amicizia (o l’amore) può schiudere. Il Professore, pur ribellandosi al ladro, non solo comprende la sua disperazione, ma ci si rispecchia: nella lotta di Nino trova la forza per affrontare la propria solitudine e il rancoroso nichilismo per la vita e la letteratura («Scrivere non serve a nulla», dice in una battuta iniziale).

Quando si ritroveranno otto anni dopo – senza voler girare altre carte dello spettacolo – i due si scopriranno amici. Veri spiriti affini, con l’amicizia che si rivela più forte di tutto, del giudizio e della paura verso il brigante (che è davvero l’Altro con la A maiuscola, vale a dire l’Orco delle fiabe): della paura perché, otto anni prima, il Professore ha messo in gioco la vita per aiutare un Orco mezzo pazzo e disperato, che lo minacciava con un coltello; del giudizio, perché il Professore gli si affeziona nonostante lo abbia derubato. Insomma, la scrittura, quand’è legata alla vera espressione di sé, può essere davvero una potentissima forma di legame con l’Altro e con la vita: una misteriosa pratica ancestrale che ci consente di diventare affini (amici), oggi minacciata dal caotico diluvio conversazional-digitale che sembra inghiottire ogni cosa, come il terribile Maelstrom di Edgar Allan Poe.

Un quaderno per l’inverno ha vinto due premi Ubu per la scrittura e la regia. Lo abbiamo visto all’Elfo Puccini di Milano e prosegue la tournée tutto l’anno.

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