Appendice

Game (of Thrones) over!

IL 110 11.04.2019

La serie “Il Trono di Spade” concluderà in tv la vicenda che la saga letteraria da cui è tratta lasciava in sospeso. È il segno che i rapporti tra le varie forme di narrazione stanno mutando e che l’opera di George R. R. Martin è come la mitologia greco-latina, il “Mahabharata”, o il ciclo di Artù

In una delle memorabili interviste della Paris Review, un giorno, lo sventurato inviato della rivista si trovò a rivolgere a Vladimir Nabokov una domanda che suonava più o meno così: «E. M. Forster sostiene che i suoi personaggi assumono il controllo e decidono il corso dei suoi romanzi. È mai stato un problema per lei?». È impossibile immaginare Nabokov al momento di rispondere senza dipingere sul suo volto un sorriso sdegnoso: «La mia conoscenza delle opere del signor Forster si limita a un solo romanzo [verosimilmente Passaggio in India, ndr], che non mi è piaciuto; peraltro non è lui l’inventore della trita facezia sui personaggi fuori controllo; è vecchia come il cucco, anche se, certo, viene da empatizzare con la sua gente, se prova a fuggire da una gita in India o dovunque la voglia portare lui. I miei personaggi sono schiavi ai remi di una galea».

Chissà che cosa avrebbe pensato Nabokov di quello che sta accadendo a George R. R. Martin, l’autore dei libri del ciclo Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco, il cui adattamento televisivo è noto come Game of Thrones. Al di là di essere, assieme al Partenone o alla Nona di Beethoven, una (o due?) delle più alte realizzazioni a cui l’arte umana si è spinta, l’opera di Martin fa scuola. Per la prima volta, infatti, un adattamento è arrivato al punto da sopravanzare (contenutisticamente, non si parla di successo popolare) l’opera letteraria da cui è tratto, per cui la conclusione della storia verrà svelata non dall’ultimo volume della saga libresca, peraltro ferma da anni al quinto dei sette libri previsti, ma dall’ultima stagione della serie tv, che andrà in onda a breve. Ma è vero che Martin collabora con gli showrunner David Benioff e Daniel Brett Weiss e che più volte i tre hanno parlato di una certa indipendenza tra libri e serie, affermando che punti centrali di trama (e forse lo stesso finale) potrebbero essere differenti. Aspettando di vedere se ciò avverrà, è facile immaginare i tormenti di Martin, che vede realmente i suoi personaggi assumere il comando, e imboccare una strada su cui non ha il pieno controllo. Chissà se la lentezza nella scrittura del sesto volume non sia legata anche all’angoscia derivata dall’avanzamento inesorabile del Trono di Spade televisivo. Al di là del dramma personale del povero Martin, è indubbio che i rapporti tra le varie forme di narrazione stiano radicalmente cambiando in direzioni apparentemente nuovissime e feconde.

I primi anni di internet hanno visto l’esplosione del fenomeno della fanfiction, in cui, per l’appunto, i fan scrivevano nuove avventure dei loro personaggi preferiti. La fanfiction deve essere intesa come un’aberrazione o al contrario come ciò verso cui un autore deve tendere, in modo che le proprie creazioni cessino di essere private e divengano elementi fondamentali dell’immaginario collettivo? L’esempio probabilmente più rilevante di interazione tra media diversi viene dal fumetto. Del resto Marvel e Disney sono le due “proprietà intellettuali” che hanno avuto l’impatto più decisivo per l’immaginario culturale del Ventesimo secolo. Gli universi di Stan Lee e Walt Disney hanno la caratteristica di essere opere aperte, non solo non pensate per essere concluse ma perfino per essere scritte da autori diversi dai loro creatori. Nel mondo Marvel, addirittura, tutto ciò che avviene “fa storia”, condiziona il seguito narrativo, creando quell’insieme di accadimenti che prende il nome di continuity. Ed è grazie agli oltre cinquant’anni di continuity che la Marvel ha potuto creare il più grande esperimento cinematografico mai tentato, il Marvel Cinematic Universe, a oggi un insieme di ventidue film e dodici serie tv tra loro collegati.

La ritrovata centralità delle saghe e degli universi espansi è in fondo un ritorno alle origini: la narrazione è nata proprio dalla saga, sotto forma di universi mitici pronti a essere cantati da autori diversi (che fossero la mitologia greco-latina, il Mahabharata, o il ciclo di Artù). E questo forse sembra confermare la teoria secondo cui alla base dei progressi e delle conquiste degli esseri umani, c’è proprio l’immaginazione, la capacità unica di creare storie e universi che, con buona pace di Nabokov, sappiano vivere di vita propria e imperitura

Game of Thrones – Ottava stagione: dal 14 aprile negli Stati Uniti su HBO, dal 15 aprile in Italia su SKY ATLANTIC

George R. R. Martin

Il Trono di Spade 1. Un gioco di troni

Mondadori 2019,
840 pagine, 25 euro,
traduzione di Sergio Altieri

 

In libreria dal 2 aprile

George R. R. Martin

Il Trono di Spade 2. Uno scontro di re

Mondadori 2019,
972 pagine, 25 euro,
traduzione di Sergio Altieri

 

In libreria dal 2 aprile

George R. R. Martin

Il Trono di Spade 3. Una tempesta di spade

Mondadori 2019,
1.224 pagine, 25 euro,
traduzione di Sergio Altieri

 

In libreria dal 2 aprile

George R. R. Martin

Il Trono di Spade 4. Un banchetto per i corvi

Mondadori 2019,
864 pagine, 25 euro,
traduzione di Sergio Altieri e Michela Benuzzi

 

In libreria dal 2 aprile

George R. R. Martin

Il Trono di Spade 5. Una danza con i draghi

Mondadori 2019,
1.164 pagine, 25 euro,
traduzione di Sergio Altieri e G. L. Staffilano

 

In libreria dal 2 aprile
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