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Ora anche Holden va all’università

di Nicoletta Polla-Mattiot
fotografie di FEDERICO BOTTA
IL 110 18.04.2019

Lo scrittore Alessandro Baricco alla Scuola Holden di Torino, da lui fondata nel 1994

Fare romanzi è come fare l’idraulico. Lui ti aggiusta il lavandino, tu fai l’artigiano. Per Alessandro Baricco essere un intellettuale oggi è una performance. Non fa per tutti, meglio togliersi di torno. Occorre formare una nuova élite che sostituisca l’attuale e la sua inadeguatezza. Servono manager oceanografi e politici (e curriculum) creativi. Vi bastano queste ragioni per laurearvi in scrittura?

Un antimodello che diventa sistema. Un’azienda anarchica con un azionista di maggioranza. Un amatissimo antipatico. Se è vero che la contraddizione – o è irriducibile complessità? – è la realtà, sono alle prese con una creatura paradossale. Di atipico ci sono anche luogo e ora dell’intervista: un’estate fuoristagione, il cortile della redazione, seduti su un muretto, faccia al sole, a capire perché ci si debba laureare in scrittura e che c’azzeccano Ebitda e romanzi. «Le cose sono così e non sono così», direbbe Salman Rushdie che con Alessandro Baricco condivide l’amico, maestro e potente agente, Andrew Wylie. Ma andiamo con ordine.
Il 23 gennaio è nata Holden Academy. Ce n’era bisogno?
«No, ma la tentazione di fare una triennale c’era da un po’. Ci siamo chiesti perché dovessimo essere completamente esterni al sistema scolastico nazionale. Quando i due ministeri, Beni culturali e Istruzione, hanno deciso di aprire una finestra legislativa per le scuole anomale come la nostra, ci siamo infilati. Era una bella prospettiva di riconoscimento e la chance di fare qualcosa che sostanzialmente non esiste: una laurea in mestieri della narrazione equipollente al Dams».
Dal 1994 si sono diplomati quasi mille studenti. E dopo che succede?
«Il percorso di formazione oggi prevede passaggi meno armonici di un tempo. È diventato più lungo, bisogna comporre tipi di scuola diversi, discipline diverse. I migliori escono da esperienze e combinazioni strane. La Holden è sempre stata un segmento del processo di crescita, non l’unico. Abbiamo bisogno di manager, insegnanti, assessori, politici, che abbiamo nel loro curriculum anche, che so, un anno di oceanografia…».
Resta un privilegio, però
«Il vero privilegio è potersi permettere di studiare per sette, otto anni. C’è quello che va in America e spende 30mila dollari l’anno, c’è quello che fa l’università in Italia. La Holden è obiettivamente cara perché il rapporto docenti-studenti è di 1:21 e non abbiamo economie di scala. L’insegnante è un essere umano che ha un costo ed è lì per te. Però due studenti su dieci possono iscriversi a condizioni agevolate e altri due su dieci possono richiedere il prestito d’onore. Non ci divertiamo a fare scuola per i soldi, ma bisogna essere realisti. Poi, certo, c’è un pezzo d’Italia che non si può permettere neanche l’università pubblica. Il sistema didattico è in ritardo. Lo è a ogni livello».
In ritardo rispetto a chi?
«Non rispetto agli altri Paesi perché sono tutti indietro. Nessuno insegna quel che serve per abitare con sicurezza questa civiltà. Potrei dire abbastanza serenamente che il sistema scolastico oggi forma, in modo discreto e, alle volte, anche molto buono, dei cittadini degli anni Settanta, Ottanta del Novecento. Nel frattempo però, il mondo è cambiato e c’è una dissintonia feroce ormai, feroce. È un problema difficile da risolvere, per questo bisogna aprire alla sperimentazione. Provare, provare, provare – sbagliare – e continuare a provare. L’immobilismo porta al sonno, intorpidisce».

Ci sarà sempre chi dice che è “meglio fare l’idraulico”, guadagni di più e subito…
«Infatti abbiamo bisogno di idraulici. Così come abbiamo bisogno di gente che faccia serie televisive belle. Scrivere, un po’ come l’idraulico, è un mestiere artigianale come lo è fare… figli…».
Lapsus
«Intendo fare romanzi, ma va bene lo stesso, fare figli-romanzi. Dopodiché ci sarà sempre una parte di noi, della nostra comunità, che avrà la voglia e le capacità di studiare di più».
Nonostante la svalutazione dello studio?
«Credo che la svalutazione riguardi il ruolo degli esperti, dei sapienti, degli eruditi. Studiare rimane un valore. L’élite intellettuale non è un valore. Cioè, quelli che hanno già studiato. È in corso un processo rischioso, si ricusa una certa classe intellettuale, palesemente novecentesca e quindi inadatta, vissuta come un’inutile zavorra. Su questo io devo ammettere di essere abbastanza d’accordo. Ma, poi, il rifiuto si prolunga in un generico disprezzo di quelli che hanno studiato, il che è idiota. E controproducente: stai facendo solo il tuo male. Insomma, riparalo tu il tuo sistema dell’acqua».
Cioè?
«Riparatelo tu il lavandino, provaci».
Tu non ti senti parte di un’élite?
«Io, certo, faccio parte di un’élite. E anche di un’élite molto discutibile, che deve togliersi di torno. O dimostra di essere all’altezza dei tempi oppure è assurdo che resti lì solo per pervicacia o per arroganza».
Lo faresti?
«Io mi sveglio ogni mattina e cerco di farcela, ma quando capisco che altri possono fare meglio di me, penso che sia un gesto molto civile farsi da parte. Essere un intellettuale nel 2019 è una performance difficile. Non è per tutti. Bisogna essere molto smart, molto informati, aver studiato tante cose diverse, mantenere un’indipendenza mentale molto alta».

Rispetto a cosa ti senti inadeguato o pensi che la tua generazione sia inadeguata?
«C’era un tipo di erudizione, quando io avevo vent’anni, che rappresentava un valore di per sé. Ma se continui a coltivare una conoscenza che non riesce a tramutarsi in materia vivente, in costruzione del mondo, s’iniziano a intravvedere le zone morte del sapere. Se i morti rimangono in piedi, generano nervosismo, no?».
Che peso eserciterà il gruppo Feltrinelli sulla Holden ora che ne detiene la maggioranza con il 51,5%?
«Ci dà una solidità economico-imprenditoriale, lasciandoci la libertà di lavorare come abbiamo sempre fatto. Quest’anomalia dello scrittore che fa l’imprenditore era necessaria, ma non credo sia un’idea geniale».
Ti è pesato?
«L’ho potuto fare e ha lasciato un segno, perché ne è venuta fuori un’azienda strana, il che è tutta forza. Però io ho iniziato a fare l’ad senza sapere che cos’era l’Ebitda… puoi capire!».
Come si risolve il luogo comune dello scrittore solitario con la comunità scolastica e il team d’impresa?
«Io mi sono protetto moltissimo. A tutt’oggi sono una persona con fama di antipatico, perché ho speso molta parte della mia vita a difendermi. Ho sempre pensato che la solitudine è fondamentale».
Rifarai “L’amore è un dardo” prima o poi?
«No, la tv è cambiata, io sono cambiato. Quello no, ma ne faccio talmente tante…».
Più maestri o più allievi?
«Molti maestri: mia nonna, Gianni Vattimo, Umberto Eco, Renzo Piano, Ezio Mauro, Oscar Farinetti, Carlo Feltrinelli, il mio agente Andrew Wylie. Mi piace moltissimo insegnare e mi piace moltissimo andare a scuola, quindi piglio un po’ tutto».
Quante ore insegni?
«L’ho fatto tanto, per tanti anni, ma adesso la distanza tra me e i ragazzi è diventata notevole. Per la scuola che facciamo noi, il rapporto migliore si crea quando la differenza d’età è di cinque, sei, massimo dieci anni».
Giochi ancora?
«Sempre. Mi piace tutto, a parte la playstation, non ho mai avuto la manualità. I miei figli (12 e 20 anni, ndr), purtroppo, non sono riusciti a insegnarmelo. Però sono quello che di sera, col figlio piccolo, fa costruzioni col Lego pazzesche, che vanno avanti per mesi. Anche i giochi da tavolo mi sono sempre piaciuti. E tutti gli sport che si possono fare: calcio, boxe, sci».
Invece, “The Game” non è un gioco?
«“The Game” è un gioco bellissimo che gioco ogni giorno. Anche tu lo giochi. Io lo trovo fantastico. Molto difficile. Non so quanto ancora riuscirò a giocarlo».
Si vince o si perde?
«Si vince e si perde. Come in tutto».

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