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La Pop Art, a puntino

IL 111 29.04.2019

“Crying Girl”, 1963

Stampe, sculture, arazzi: i multipli sono il cuore dell’arte americana che ha raccontato la società di massa e sono anche al centro della mostra di Roy Lichtenstein al Mudec di Milano (dal primo maggio all'8 settembre)

È il più europeo degli artisti pop americani: meno sgargiante dei suoi colleghi, più legato alla storia dell’arte, ricco di sottintesi colti, ma non meno radicale. Roy Lichtenstein (New York, 1923-1997) compì un gesto definitivo di rottura simulando a mano, con l’ausilio di mascherine, la stampa meccanica. Più che i suoi soggetti, il suo segno distintivo rimane infatti proprio la puntinatura, quella “rete” che funziona come un’ossatura dell’immagine. Uno schema da cui la nostra visione non si affrancherà più, dato che al puntino tipografico si sostituiranno i pixel, prima televisivi e poi digitali. L’altra rivoluzione fu naturalmente quella condivisa con gli altri artisti pop, ovvero introdurre icone popolari nella cosiddetta Fine art. A partire dai celebri fumetti riprodotti su tela, soggetto che anche Warhol aveva intrapreso e che lasciò al collega quando venne a conoscenza di essere arrivato con un attimo di ritardo.

Ma i fumetti, in cui Lichtenstein cercava «l’assenza di emozione e una tecnica che mi permetta di rappresentarla», come dichiarò, lo impegnarono solo per pochi anni. Nel tempo, la sua gamma diventa ricca e diversificata: citazioni di capolavori artistici da Matisse al Futurismo, riferimenti alle culture orientali, persino l’astrazione. Il tutto “congelato” dal suo trattamento bidimensionale, stilizzato, netto, a sottolineare l’afasia emotiva che contraddistingue la società di massa. La mostra Multiple Visions, al Mudec, curata da Gianni Mercurio, affronta la varietà dei suoi soggetti concentrandosi sulle opere in serie (stampe, sculture, arazzi). Per un artista pop la riproduzione meccanica è ovviamente un tema cruciale. Ma per Lichtenstein si tratta di una curiosa inversione di prospettiva: mentre sulla tela riproduceva a mano la serialità, in queste opere traspone la sua arte manuale in versione seriale.

“Sunrise”, 1965

“Brushstroke”, 1965

La produzione di multipli lo impegnò lungo tutta la sua carriera. In mostra, la litografia The Chief, del 1956, è un esempio del suo interesse per l’iconografia riguardante gli Indiani d’America, suo soggetto ancor prima dei fumetti. Dalla stagione che l’ha reso celebre provengono lavori come la serigrafia Reverie (1965): lo struggimento del soggetto femminile, impegnato nel canto, viene sottolineato nella sua natura di stereotipo, di emozione posticcia e preconfezionata. Qualcosa di simile accade in I Love Liberty (serigrafia, 1982), dove il volto della Statua della Libertà viene allo stesso tempo personificato e spersonalizzato. Tra i lavori più sorprendenti in mostra c’è la citazione orientalista di Landscape with Boats, in cui il segno pop si fa mimetico e si discioglie in un tipico paesaggio giapponese. Ma il capolavoro concettuale di Lichtenstein rimane Brushstroke del 1965 (qui in versione litografica), supremo sberleffo al mito dell’espressività di movimenti come l’espressionismo astratto. Il soggetto è semplicemente una pennellata con tanto di sgocciolatura, la cui carica emotiva e retorica viene sabotata dalla bidimensionalità dello stile.
 

Roy Lichtenstein, Multiple Visions, al Mudec di Milano dall’1 maggio all’8 settembre

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