Sì, quelle che Jesper Svenbro dedica al suocero che ha combattuto nella Seconda guerra mondiale sono poesie. Eppure, si intitolano opportunamente “Romanzo di guerra”, anche perché nascono da una fotografia: un libro da riscoprire

Il classicista svedese Jesper Svenbro, formato dal magistero antropologico di marca francese dei Jean-Pierre Vernant e dei Marcel Detienne, è noto agli specialisti per libri come Storia della lettura nella Grecia antica (Laterza, 1991). In quei testi, Svenbro parte da esili frammenti rintracciati nella tradizione classica per edificare, pezzo a pezzo, impalcature teoriche. Spesso solide, eppure talvolta spregiudicate. Nella parallela attività di poeta, e specialmente in Romanzo di guerra (libro che si intitola “romanzo”, benché sia scritto in versi), Svenbro sviluppa un procedimento simile. E infatti costruisce la vicenda partendo da esili frammenti. Il libro racconta l’esperienza nella Seconda guerra mondiale di due uomini, François Llavador e Jean Hameury: il primo, francese di Algeria (e di cognome iberico), era il suocero di Svenbro; il secondo, già commesso in un negozio parigino, era un commilitone di Llavador.

Il classicista-poeta svedese ricostruisce la storia rievocando i pochi racconti ascoltati dal padre di sua moglie, ormai morto da molti anni, da pochi cimeli, da qualche parola di un testimone forse ormai un po’ confuso. Ma il vero punto di partenza di Svenbro per «immaginare il mai visto» è soprattutto una fotografia scattata dopo la liberazione di Lione nel 1944, in cui cinque ragazzi che hanno combattuto i nazisti (il suocero François Llavador, forse il suo amico Jean Hameury, un terzo uomo dai tratti slavi «a cui la leggenda dà il nome russo di Nicolai» e altri due paracadutisti) posano davanti a un furgone con la scritta “Les privés d’amour” tracciata con la vernice bianca sulla carrozzeria (l’immagine è sulla copertina dell’edizione italiana, riprodotta qui sotto). E di nuovo, nel procedere del libro, il poeta svedese scrive i suoi versi quasi ricalcando dei fotogrammi. Ad esempio, per raccontare l’arrivo in Marocco Jean Hameury, il futuro commilitone di suo suocero in fuga dalla Francia nel tentativo di unirsi all’esercito britannico, Svenbro si affida a immagini celebri, in questo caso cinematografiche:

«Come scrivere una poesia intitolata Casablanca, maggio 1943, / cioè: scrivere una poesia in bianco e nero / con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman come divi, / in cui il protagonista Jean Hameury / che, nel film, recita la parte di se stesso / entra d’improvviso nel locale? / Per una ragione ignota, indossa un giubbotto da aviatore britannico / con i documenti d’identità cuciti nella fodera sulla schiena».

Come nei suoi saggi sui Greci, anche in Romanzo di guerra Svenbro cuce i pochi pezzetti sfilacciati di storia di cui è in possesso, segnala le aporie, chiosa, propone interpretazioni, segnala possibili deviazioni dal percorso che sta seguendo. Ma nei suoi versi, paradossalmente, è più controllato, più cauto, più esitante che nella produzione accademica – sarà forse il coinvolgimento familiare, sarà forse la delicatezza con cui è costretto a raccontare anche la storia d’amore di François Llavador che si intreccia alle sue vicende di guerra, la storia d’amore da cui nascerà sua moglie Yvonette. E così questi versi, che sono come una lunga didascalia a una fotografia in bianco e nero di cinque giovani parà, procedono come in punta di piedi. Per questo, la parola “romanzo” nel titolo è quanto mai opportuna.

Jesper Svenbro

Romanzo di guerra

ES 2013,
142 pagine, 20 euro,
a cura di Marina Giaveri,
con dieci disegni
di Arnaldo Pomodoro
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