Appendice

Scrivere sotto il vulcano

di Amos Oz
04.04.2019

In un testo mai pubblicato prima in italiano, il grande autore israeliano appena scomparso spiega qual è il compito di chi fa il suo lavoro in un luogo spesso prossimo all’ebollizione

Immaginatevi un minuscolo villaggio alle pendici di un vulcano che sta per eruttare. Il vulcano trema e sussulta per tutta la notte, sputa fumo e lapilli, brontola e ruggisce, e di tanto in tanto fa rotolare dei massi incandescenti fin giù in paese. Qui in paese c’è una donna che non chiude occhio per tutta la notte, non perché abbia paura del vulcano ma perché nella stanza accanto sente il figlio sedicenne che si rigira nel letto: neanche lui riesce a prendere sonno. E neanche lui per paura del vulcano, bensì per colpa delle torbide fantasie che nutre nei confronti della vedova che abita giù, in fondo alla strada. Anche la vedova, dal canto suo, non dorme, ma ancora una volta non per paura del vulcano: è che sua figlia si vede con un uomo, un attempato politicante che ha il doppio dei suoi anni […]. E ora, provate a immaginare che in quel villaggio alle pendici del vulcano, oltre alla vedova e a sua figlia, oltre all’adolescente e all’attempato politicante di cui è invaghita la figlia della vedova, vive anche uno scrittore. Che cosa farà dunque questo scrittore, nelle notti illuminate soltanto dai bagliori del vulcano? […]

Se vive in un posto come Israele, che è un po’ come un villaggio alle pendici del vulcano, ha degli obblighi morali? Sociali? Politici? Deve alzare la voce per protestare? Ogni giorno? Per tutto il giorno? O forse soltanto una volta alla settimana?

Mettiamola così: lo scrittore ha a che fare con le parole. Da mattina a sera è circondato di trucioli e segatura di lingua, proprio come il falegname col suo legno e la colla. E questa cosa gli impone una misura di responsabilità, nei confronti della lingua: ogni volta che si usano parole piene di odio a mo’ di scure contro certi tipi di persone, tosto o tardi arriva anche la scure vera e propria. Mentre lo scrittore potrebbe, dal canto suo, fare la parte del pompiere della lingua, o quanto meno dell’allarme anti incendio della lingua – e questo sì che è anche un imperativo morale […].

Torniamo allora a quel nostro scrittore che vive insieme ai suoi vicini, in quel minuscolo villaggio alle pendici del vulcano: ebbene, deve arrivare a un certo qual compromesso con se stesso e con la propria coscienza. Se ignora la violenza, il terrorismo, l’ingiustizia e l’oppressione che vede tutt’intorno a sé e sceglie di descrivere il tramonto del sole mentre intorno a lui la gente è in preda alla violenza – lo scrittore tradisce la propria coscienza civile. Per contro, se decide di trasformare tutta la propria scrittura in un rabbioso manifesto contro la crudeltà e la violenza e il torto – finirà per tradire la propria arte e la propria creatività, trasformandosi in un produttore di slogan propagandistici, in un punto esclamativo ambulante […].

In Europa esiste una tradizione intellettuale che sento estranea, lontana da me, anche se vi si identificano molte persone di cui condivido pienamente le idee: in questa tradizione intellettuale europea, chi assiste a una tragedia umana, sofferenza, orrore, spargimento di sangue – firma subito una petizione. Esprime sgomento. Disgusto. Protesta. Manifesta. Punta un dito accusatore. E con ciò ritiene di aver fatto il proprio dovere morale.

Io vengo da un’altra tradizione. Se volete, vengo dalla eredità della cultura ebraica. Se volete, potete chiamarla “eredità morale del dottor Anton Cechov”: se capiti là dove c’è appena stato un brutto incidente stradale, o al centro di violenze, il tuo primo dovere non è quello di accusare l’automobilista che ha causato l’incidente bensì di prestare aiuto ai feriti. Medicare. Offrire dell’acqua. Chiamare i soccorsi. O quanto meno tenere la mano di un ferito…

Allo scrittore che vive e lavora nel villaggio alle pendici del vulcano conviene di gran lunga diventare discepolo del dottor Anton Cechov, piuttosto che fare il preside di una scuola vittoriana: prima di tutto deve fermare la violenza. E poi soppesare la situazione dei feriti. Infine – e con una pazienza capace di durare tantissimi anni – dare una mano a medicare e a curare le ferite rimaste.

Per questo ha bisogno di delicatezza morale, non di furia morale. Deve usare compassione, invece di impartire lezioni. Ha bisogno di una visione complessiva, paziente e piena di umorismo, non di un sussiego arido, superbo e pronto all’ira.
 

Traduzione di Elena Loewenthal. Questo brano di Amos Oz (1939-2018), finora inedito in italiano, è tratto dal libro On The Slopes Of A Volcano.

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