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Storie, musica, cronaca: vanno in onda i migranti

IL 110 15.04.2019

Radio Ghetto, emittente nata nel 2012 a Rignano Garganico (Foggia)

Ci sono alcune trasmissioni e intere emittenti radiofoniche dedicate a diffondere informazioni di servizio per gli stranieri, a rinsaldare i legami delle piccole comunità di espatriati e a creare rapporti meno tesi con il territorio ospitante

Comunque la si pensi politicamente, quello dei migranti è uno dei temi sensibili dei tempi in cui viviamo. Un’angolazione poco nota, però, e per una volta non emergenziale, è come lo strumento della radio possa essere importante nelle procedure di accoglienza e nei processi di integrazione. Singole trasmissioni, o in alcuni casi addirittura intere stazioni radiofoniche, dedicate a diffondere informazioni di servizio per chi, per esempio, deve fare richiesta per un permesso di soggiorno, ma indispensabili anche a rinsaldare i legami delle piccole comunità di espatriati, e a creare rapporti meno tesi con il territorio ospitante.

Parliamo di programmi come Stalingrad Connection sull’emittente comunitaria parigina FPP/Fréquence Paris Plurielle, la striscia quotidiana Refugee Radioun su WDR/Cosmo di Colonia, o di una radio come Jungla Radio, che tra il 2015 e il 2016 ha trasmesso dalla cosiddetta “Jungle de Calais”, il tristemente noto campo di rifugiati che una relazione di Human Rights Watch definì senza mezzi termini «un inferno». O, per venire all’Italia, programmi come Melting Pop su Radio Popolare Milano, terminato lo scorso giugno, che partiva come estensione del progetto di giornalismo etico “Respect Words”. Oppure Radio Sprar, «esperimento multiculturale» (così si definiscono) nato a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina.

Un paradosso, che nell’era delle comunicazioni digitali a vincere qui siano ancora i vecchi trasmettitori in FM? Andrea Borgnino – responsabile del canale Radio Techetè di Radio Rai, e che di emittenti comunitarie si occupa spesso nella rubrica Interferenze, il giovedì mattina all’interno di Radio3 Mondo – dice di no. «Nonostante un cliché molto diffuso, solo una minoranza tra i migranti che arrivano in Europa hanno con sé uno smartphone, o una volta qui hanno accesso al wi-fi. La radio, invece, è una tecnologia alla portata di tutti: una radiolina FM costa pochi euro, ed è probabile che ce ne sia già una nei centri di prima accoglienza. La radio», aggiunge Borgnino, «è anche il modo più rapido per produrre contenuti multilingua. È molto più semplice mettere delle persone davanti a un microfono a raccontarsi nella loro lingua di origine, magari con accanto qualcuno che traduce in francese o inglese o italiano, piuttosto che trascrivere quei racconti e poi adattarli nelle diverse lingue per una pagina web. In più, c’è un elemento a cui spesso non si pensa: la funzione che potremmo chiamare “naturale” della radio è di veicolare storie e musica, e la musica è uno strumento potentissimo per creare un canale di comunicazione tra le persone. Quando chiedi a un migrante di farti ascoltare una canzone del suo Paese, stai già creando una comunità». Come esempio, Andrea Borgnino cita Radio Ghetto, vera radio FM “pirata” nata nel 2012 per raccontare le condizioni di vita dei lavoratori agricoli dentro il “gran ghetto” di Rignano Garganico, in provincia di Foggia, ma che nel suo palinsesto aveva anche molta musica, e addirittura “battle” tra giovani rapper.

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