Elezioni Europee 2019

Tu di quale Europa sei?

IL 110 25.04.2019

Una gigantesca bandiera europea stesa per le strade di Strasburgo

Amiamo parlarne come della nostra “casa comune”,
ma è da sempre una specie di totem enigmatico e un campo di battaglia ideale, dove si agitano retoriche opposte e stereotipi antichi quanto Zeus

Nelle prossime settimane si parlerà molto di Europa. C’è la questione della Brexit, ci sono le elezioni europee alle porte. L’Europa, ancora una volta, campeggerà come un totem enigmatico, quasi un’entità metafisica, venerata da taluni («È l’Europa che ce lo chiede!») e vituperata da altri («Facciamoci sentire in Europa!»). C’è da temere che non ci sarà risparmiato nulla delle opposte retoriche. Da un lato quella europeista, con la “generazione Erasmus”, il Manifesto di Ventotene e Altiero Spinelli (la cui eredità è molto venerata ma poco praticata: in eredità ci è rimasta più che altro la figlia, Barbara Spinelli, che si è tenuta stretta il suo seggio al parlamento europeo, venendo meno alla promessa di dimettersi fatta prima delle elezioni del 2014).

Dall’altro lato, impazzerà la retorica antieuropeista e sovranista che esalta le piccole patrie, la nazione, la regione, il paesello, o il tinello di casa propria. Non sempre è facile capire, per noi gente semplice, di che cosa si stia parlando: dell’Europa come idea e come ideale? Dell’Unione europea come istituzione? Della politica della Commissione europea? Insomma: che cos’è esattamente l’Europa? Chi ha inventato questo concetto? E che cosa significa e ha significato, nei secoli, essere “europei”?

Gli storici, come si sa, discutono da sempre sull’origine dell’idea d’Europa. Uno dei più illustri, Lucien Febvre, sosteneva che è «l’impero di Carlo Magno che ha dato forma per la prima volta a ciò che noi chiamiamo Europa». E, in effetti, il sovrano del Sacro Romano Impero è indicato, già da un anonimo poeta suo contemporaneo, come “padre dell’Europa”. La questione è complessa, come ha mostrato qualche anno fa, in un libro, come sempre, splendido (Carlo Magno, Laterza) Alessandro Barbero. Finendo comunque con l’abbracciare l’idea di Lucien Febvre: «È con Carlo Magno», scrive Barbero, «che per la prima volta si costituisce in Europa uno spazio politico unitario, che va da Amburgo a Benevento, da Vienna a Barcellona, il cui asse commerciale sono il Reno e i porti del Mare del Nord; uno spazio, cioè, profondamente diverso da quello dell’impero romano, che aveva al centro il Mediterraneo, e contava fra le sue regioni più ricche e civilizzate il Nordafrica e l’Asia Minore».

Ma già qui iniziano i problemi. Questo spazio carolingio, per esempio, esclude quell’altra Europa, l’Europa bizantina e orientale. E, forse, questa frattura storica fa sentire i suoi effetti anche oggi, passando anche attraverso le Guerre balcaniche del secolo scorso e i sempre difficili rapporti tra l’Occidente e la Russia. Inoltre, il mito di Carlo Magno “padre dell’Europa” si è sempre prestato a diverse interpretazioni. È stato un mito tedesco-germanico ma anche franco-latino. Quando, nel 1944, Heinrich Himmler crea la 33° Divisione delle Waffen SS, formata da volontari francesi, la chiamerà proprio “Charlemagne”: per i nazisti, il fondatore del Sacro romano impero era quasi un anticipatore del Terzo Reich, in quanto creatore di un nuovo ordine europeo di impronta germanica. Pochi anni dopo, però, sarà Charles de Gaulle a evocare Carlo Magno come esempio di integrazione tra francesi e tedeschi nello spazio europeo.

Il telone di una giostra ispirato alla bandiera europea visto dalla Torre Eiffel a Parigi

Anche in questo caso, insomma, come sempre, i modelli del passato, più che offrire soluzioni, suscitano problemi e interrogativi. Ogni tanto, per esempio, si parla di “valori europei”. Ma quali sono, esattamente? Sono i valori della libertà e della laicità propugnati dalla Rivoluzione francese? E, se è così, fino a che punto questi valori sono conciliabili, per esempio, con la retorica delle “radici giudaico-cristiane” dell’Europa? C’è chi in Italia difende il presepe e il crocefisso nelle scuole come simboli dell’identità europea da opporre alla marea montante dell’islamismo. Ma la Francia vieta i simboli religiosi nelle scuole proprio in nome dei valori fondanti della civiltà europea.

Poi, certo, qualche punto su cui siamo tutti d’accordo magari lo si può indicare. Per esempio, Montesquieu, nelle sue argute Lettere persiane (1721), che descrivevano l’Europa attraverso gli occhi di due viaggiatori persiani, insiste molto sul tratto distintivo della condizione femminile: l’Europa è il luogo dove le donne circolano liberamente nelle strade a viso scoperto e non sono rinchiuse come prigioniere negli harem. Ma, anche qui, bisognerebbe poi riconciliarsi con l’eredità di quegli altri padri dell’identità europea che furono i greci e che, specie gli ateniesi, le donne le esigevano appunto velate, recluse nel gineceo e prive di diritti politici.

Furono proprio i greci, del resto, a inventare sia il nome sia il concetto di Europa, e a legarlo a una contrapposizione tra Occidente e Oriente. Ma anche tra i greci quella di Europa è un’idea che si afferma relativamente tardi. “Europa” in origine è solo il nome di un personaggio della mitologia, una principessa fenicia rapita da Zeus trasformatosi in toro (la scena oggi campeggia sulle monete da 2 euro coniate in Grecia). Ma, nel V secolo a.C., con le guerre tra le città greche indipendenti e l’immenso impero persiano, l’Europa si trasforma in una nozione geo-politica e culturale opposta all’Asia. A volte, i greci continuano a sentirsi altra cosa rispetto agli “europei” (ancora oggi può capitare che un ateniese in partenza per Parigi vi dica: «Vado in Europa»): Aristotele distingue «i popoli dei Paesi freddi e dell’Europa», coraggiosi ma stupidi, non solo dagli asiatici, ingegnosi e però servili, ma anche dai greci, gli unici che sono sia arditi sia intelligenti.

Si fa comunque strada l’idea che gli europei siano per natura uomini liberi, mentre gli asiatici sono schiavi del dispotismo di un signore assoluto (come il re dei persiani); e si inizia a pensare che in Occidente prevalgano la razionalità e il senso della misura, mentre in Oriente dominano superstizione e fanatismo religioso. Sono stereotipi, naturalmente, ma hanno avuto una lunga fortuna. E forse proprio nella permanenza di certi stereotipi, più che in ogni altra cosa, si manifesta la forza del passato.

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