Appendice

Aprite le orecchie: Roma brucia

16.05.2019

Il Muro del Canto (2012)

Non è diventata la Capitale del rock (e dintorni) tricolore, ma dall'esplosione del punk a oggi il suo panorama musicale è stato ed è tuttora ricchissimo per quantità, varietà e qualità. Alla faccia “de chi ce vo’ male”

Ho iniziato a occuparmi professionalmente di musica più o meno in parallelo all’affacciarsi a livello mondiale del punk, uno snodo cruciale. Il ’77 aveva portato tante novità a livello di approccio, rendendo possibili cose che fino a poco prima sarebbero parse assurde, come salire su un palco senza saper davvero suonare o realizzare dischi svincolati dal giro delle solite etichette, e pure in Italia emergevano realtà che con il tempo si sarebbero rivelate importanti per lo sviluppo di un’altra filosofia: gli Skiantos, Faust’O, i primi Decibel, di lì a poco la Italian Records e il Great Complotto di Pordenone. Naturalmente, qualcosa succedeva anche a Roma, e vivendoci fu inevitabile tenermi informato sui fermenti underground; mi interessavo di ogni altra città della Penisola, tra mille problemi pratici perché tutto era complicato, come avrei potuto snobbare proprio quella dove abitavo?

La prima band capitolina di “nuovo rock” che vidi in concerto furono gli Elektroshock, che nell’ottobre 1978 si esibirono al Teatro Olimpico di spalla alla Average White Band. A brevissimo sarebbe uscito il loro unico LP per la storica Numero Uno, sostenuta dalla potente RCA; dire che ne rimasi folgorato sarebbe un’esagerazione, ma la lunga storia che in maniera piuttosto singolare ho voluto raccontare nel libro Roma brucia comincia con quel disco.

I Magic Potion (1989)

Gli Zu (2009)

Carillon del Dolore (1986)

I Cani (2011)

Carillon del Dolore (1986)

Negli oltre quattro decenni successivi, Roma ha generato una mole enorme di musica definibile come “alternativa”, rimasta spesso di nicchia, ma a volte affermatasi a livello nazionale e addirittura – i casi di Zu e Giuda sono più che eloquenti – all’estero. La sua inevitabile dispersività e una certa tendenza al lassismo le hanno precluso l’elezione a Capitale anche del rock (e dintorni) tricolore, ma non importa; conta invece che il suo panorama musicale sia stato e sia tuttora ricchissimo per quantità, varietà e qualità.

Pur amando la splendida e difficile metropoli dove sono nato e cresciuto, non sono mai caduto nella trappola del bieco campanilismo, usando la mia iperattività giornalistica e radiofonica per favorire il panorama locale a danno di altre, come provato dal fatto che nel mio archivio c’è materiale per una decina di Roma brucia dedicabili a scene diverse. Di artisti romani ho però scritto molto, quasi sempre seguendoli dai primi passi della carriera; dovunque emergesse qualcosa che mi sembrava meritevole di attenzione, approfondivo e mi davo da fare per propagandarlo, occasionalmente impegnandomi come produttore perché mi piaceva l’idea di “restituire” al rock una piccola parte di ciò che mi aveva regalato sostenendo e sponsorizzando gruppi che forse, senza di me, non avrebbero mai raggiunto il traguardo del disco. Gli Shotgun Solution, i Magic Potion, i Fasten Belt o i Flies non potrebbero che confermarlo.

Elettrojoyce (1997)

In sintesi, non ho seguito tutto-tutto, ma ne ho viste tante, documentandole attraverso recensioni, interviste, report di vario genere: il punk/hardcore e il post-punk, la fiammata neo-Sixties, il rock contaminato dei Novanta, l’hip hop e il combat, la canzone d’autore in chiave moderna, l’indie, il folk-rock e le esperienze non così facili da incasellare che all’ombra del Colosseo non sono certo mancate. Un percorso avvincente che ho avuto il privilegio di compiere e che ora ho ricostruito in seicento pagine contenenti quasi solo testi scritti in tempo reale, più autentici e secondo me interessanti di quelli che avrei potuto elaborare con il senno di poi.

Rileggere quarant’anni di cronache capitoline e ritrovare, per esempio, Max Gazzè che stava spiccando il volo verso il successo, gli Assalti Frontali alle prese con il loro primo (e unico) accordo con una major, la Banda Bassotti incredula per essere stata travolta dall’affetto al rientro in pista dopo anni di stop, gli Zu approdati alla Ipecac di Mike Patton o I Cani in procinto di pubblicare il primo album è stato emozionante. In qualche bizzarro modo, c’è un filo che unisce i Bloody Riot a Il Muro del Canto, e ho cercato di metterlo in evidenza raccogliendo in centinaia di riviste testimonianze altrimenti condannate alla dispersione e quindi al semi-oblio.

Il semi-oblio, almeno fuori dal G.R.A. ma talvolta pure al suo interno, è purtroppo toccato anche a numerose storie di rock capitolino. Con Roma brucia, che mi risulta essere il primo libro in assoluto sull’argomento, ho voluto fissarne un (bel) po’ su carta, per rinfrescare la memoria su quelle concluse e dare ulteriore risonanza a quelle tuttora vive. Alla faccia de chi ce vo’ male.

L’autore di questo articolo

Chi ha amato davvero il rock, le nuove scene musicali e il panorama “alternativo” italiano non può non essersi imbattuto, dagli anni Ottanta in poi, in un articolo, una trasmissione radio, una pubblicazione di Federico Guglielmi (classe 1960), che ha appena pubblicato l’antologia Roma brucia. Quarant’anni di musica capitale (Goodfellas, 608 pagine, 22 euro), il primo libro di sempre dedicato al panorama rock (e dintorni) romano del passato e del presente: oltre duecento artisti trattati, centinaia di recensioni di dischi e concerti, interviste, fotografie
Chiudi