Appendice

Aspettando lo skilift con Godot

IL 111 29.05.2019

Arno Camenisch è nato a Tavanasa, nel Canton Grigioni, nel 1978

Alcuni scrittori sanno intrappolare miracolosamente l’oralità nella prosa e la loro “petite musique” va letta a voce alta: uno di questi è lo svizzero Arno Camenisch

Il momento più temibile durante le presentazioni di libri non è quello che segue il fatale «ci sono domande?»; lì dopo che i convenuti hanno osservato per un po’, con inedito interesse, le proprie stringhe, il solito picchiatello toglie tutti (tranne l’autore) dall’imbarazzo con tredici minuti di domanda fuori tema. No, il momento peggiore è la lettura di un brano. O l’autore fa da sé, e diociscampi, o ci pensa il presentatore, e diociliberi. Qualche volta, invece, alla bisogna si presta un attore. Il fine dicitore, che di solito non è Valerio Mastandrea e neanche Judy Dench, fissa l’orizzonte offerto dalla dentatura della signora che russa in quinta fila e impiega almeno sei minuti per leggere quattro righe di un romanzetto ombelicale. E fa pause che sarebbero più congrue recitando l’Adelchi.

Tutto questo invece non avviene quando a presentare un suo libro è lo scrittore svizzero Arno Camenisch. Lui può leggere nella sua lingua madre, che è il romancio nella sua variante sursilvana, può leggere nell’altra sua lingua letteraria, che è un tedesco sporcato di Schwiizertüütsch (cioè di tedesco elvetico), può leggere con il suo imprevedibile accento spagnoleggiante le ottime traduzioni in italiano delle sue opere a cura di Roberta Gado, ma il risultato non cambia: Camenisch ha un gran flow. Certo, è un bravo performer, ma sono le sue stesse pagine, anche in traduzione, a trasudare oralità. Per dirla con Louis-Ferdinand Céline, i suoi libri vivono di petite musique. Per questo, anche nella lettura solitaria, per godersele davvero, per non sbandare tra le virgole, per scivolare nei discorsi diretti senza andare fuori tempo, le frasi di Camenisch vanno snocciolate almeno a mezza voce, come facevano gli antichi.

 

Dello scrittore svizzero esce ora Ultima neve: il Georg e il Paul, addetti allo skilift, chiacchierano tra loro in una sorta di Aspettando Godot grigionese e, mentre la modernità allarga il crepuscolo sul loro piccolo mondo alpino, raccontano un intero paese. Ricordano la storia dell’Alfons che giocava a calcio e «aveva una pompa come un diesel, non lo sfiancavi (…) Ma il giornale lo leggono anche i ricconi della Bassa, logico che un piede veloce come l’Alfons non gli è sfuggito, e ci hanno mandato le spie. Poco dopo ce lo hanno portato via, è diventato campione svizzero, ha giocato persino contro il Kiev». O la storia del professore delle medie, il Capaul, che «non faceva tante storie se in giornate come questa ci prendevamo qualche ora d’aria, dice il Paul, fuori s’impara più che qui dentro, diceva e ci spediva allo skili, noi volavamo sulle piste tutto il giorno e lui se ne andava tra i cespugli col fucile dietro agli uccelli per completare la sua collezione, quello gli sparava persino dalla cattedra se li vedeva passare fuori dalla finestra dell’aula». O la storia del Berther che ha invitato a casa un amico con il cane, e il cane arriva stringendo tra i denti, morta stecchita, la lepre da concorso del Placi, che è il vicino del Berther. E allora il Berther, per riparare il guaio, pulisce il cadavere della lepre e lo rimette nella sua gabbietta. Ma la mattina dopo «si presenta alla staccionata il vecchio Placi tenendo per le orecchie la sua lepre da primo premio, pallido come i lenzuoli dell’Onnipotente. Cos’è successo?, gli chiede il Berther, è morta stanotte? No, fa il Placi, era già morta la notte scorsa, ieri l’ho seppellita e stamattina era di nuovo nella gabbia».

L’atmosfera è quella dei romanzi precedenti di Camenisch, che racconta il suo mondo ora con ironia, ora con divertimento, ora con affetto, ora con malinconia e sempre con grazia. In Sez Ner (edito da Casagrande) i protagonisti sono casari e porcari; in Dietro la stazione (edito, come i successivi, da Keller) sono i bambini di un villaggio di montagna; in Ultima sera sono gli avventori dell’osteria Helvetia alla vigilia della sua chiusura; ne La cura una coppia di anziani alle prese con una vacanza a cui non sono abituati. Anzi, l’intera opera di Camenisch è come un’unica frase infinita e sinuosa, che va letta ad alta voce. Fatelo anche in pubblico senza timore di ricevere sguardi compassionevoli. Ora si può: i vostri vicini di sedile sulla metropolitana penseranno semplicemente che il microfono degli auricolari del vostro smartphone sia così piccolo da essere invisibile.

 

Arno Camenisch
Ultima neve

Keller 2019,
112 pagine,
12,50 euro,
traduzione di Roberta Gado
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