Agenda

«C’è un conflitto nell’essenza del vetro»

10.05.2019

Fondazione Berengo Art Space

Nikola Grozdanov

Il belga Koen Vanmechelen ci racconta GLASSTRESS, la mostra che da dieci anni invita una selezione di artisti provenienti da tutto il mondo a lavorare con le maestranze di Murano per esplorare le opportunità espressive di questo materiale

L’arte contemporanea e l’arte del vetro. Due mondi che si incontrano da dieci anni dentro il progetto di Adriano Berengo GLASSTRESS, una mostra che invita una selezione di artisti provenienti da tutto il mondo – tra cui Ai Wei Wei, Monica Bonvicini, Renate Bertlmann, José Parlá – a lavorare con le maestranze di Murano per esplorare le opportunità espressive del vetro. L’edizione 2019, la sesta, curata dall’artista brasiliano Vik Muniz e dal belga Koen Vanmechelen, è stata inaugurata l’8 maggio e resterà aperta in concomitanza con la 58esima Biennale di Venezia fino al 24 novembre alla Fondazione Berengo Art Space a Murano (Campiello della Pescheria, Fondamenta dei Vetrai).

«C’è un conflitto nell’essenza del vetro tra realtà e irrealtà, tra quello che viene imprigionato in una forma e quello che è trasparente, non si vede. Il sogno e l’immaginazione, che sono materia dell’arte, sono più reali in questo materiale. Eppure quando tenti di afferrarli, scappano ogni volta. L’arte deve dare una forma, è qui che nasce il conflitto. E poi la sua fragilità è il simbolo della fragilità della nostra società », osserva Vanmechelen, habitué della manifestazione e curatore della parte della mostra che celebra i dieci anni di vita di GLASSTRESS.

Black Medusa, Koen Vanmechelen, 2015

FRANCESCO ALLEGRETTO

Compression, César, 1992

FRANCESCO ALLEGRETTO

Collective Memory, Koen Vanmechelen, 2019

Koen Vanmechelen / Studio Koen Vanmechelen

Koen Vanmechelen / Studio Koen Vanmechelen

Nel 2015 Vanmechelen portò qui la sua Black Medusa (ora riproposta), con i polli a rappresentare la realtà accanto ai tentacoli di vetro che uscivano dalla testa. L’artista lavora spesso con questi pennuti: nel 1999 ha lanciato The Cosmopolitan Chicken Project, un progetto in cui incrocia razze di polli di diversi Paesi per creare un esemplare cosmopolita con i geni di tutte le razze del mondo. E che si sviluppa su vari piani: conferenze, iniziative sociali (per esempio donare un pollo alle famiglie povere), altre opere d’arte come Collective memory, in mostra all’interno di GLASSTRESS 2019, che fa dialogare libri rilegati in pelle con sculture di vetro. Tra i titoli impilati, il Labiomista di Vanmechelen stesso – un volume che raccoglie il dna di milioni di polli da lui incontrati e studiati dall’inizio del suo progetto – e l’Encyclopedia of Human Rights di David P. Forsythe. «Gli oggetti di vetro, trasparenti, pieni di magia, rappresentano la fragilità della vita in equilibrio con i contenuti dei libri, cioè la realtà», spiega l’artista, «il punto è vedere l’arte come un diritto umano. L’arte rappresenta la libertà».

Study of Perspective in Glass, Ai Weiwei, 2018

Courtesy Ai Weiwei Studio and Berengo Studio / foto Francesco Allegretto

L’opera è il punto di inizio del più ampio progetto Human Rights Pavilion 2019-2020, sviluppato da Vanmechelen in collaborazione con Global Campus of Human Rights, Fondazione Berengo e MOUTH Foundation per una «nuova era dei diritti dell’uomo universali», nella convinzione che, anche in questo caso, il globale non possa esistere senza il locale. Un compito che l’artista, «straniero in terra straniera», da sempre si prefigge di fare. Il progetto durerà 18 mesi, durante i quali girerà il mondo proponendo dibattiti, video messaggi, opere, incontri sul tema dei diritti umani e su come essi possano essere realizzati nell’Antropocene, la nostra epoca. Per magari arrivare alla prossima Biennale di Venezia, tra due anni, con un padiglione dedicato proprio ai diritti umani.

Per il suo lavoro di curatore a GLASSTRESS 2019, per la selezione di opere presentate a negli ultimi dieci anni, Vanmechelen ha seguito nuovamente il principio del conflitto insito nel vetro: «È un materiale che da una parte è facilmente utilizzabile, manipolabile dai designer che cercano di catturare in esso la realtà. Dall’altra si può facilmente rompere o si può creare qualcosa di mai visto prima. E questo lo fanno gli artisti e gli artigiani, i maestri soffiatori». Ecco quindi Erwin Wurm «che rimodella lo spazio con gli specchi per creare qualcosa che ha più a che fare con la favola che con la realtà» e l’opera di César Compression (1992), già in mostra nell’edizione del 2009: «Ha trasportato le sue auto schiacciate nel vetro, realizzando delle bottiglie di Coca-Cola compresse le une sulle altre. Anche qui una metafora sociale», conclude Vanmechelen.

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