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Così l’Algeria canta la sua rivoluzione

di Rolla Scolari
fotografie di SABRI BENALYCHERIF
IL 112 25.05.2019

Le canzoni delle popstar, le barre dei rapper, i cori delle tifoserie organizzate: il movimento popolare contro il regime è rumoroso, perché ogni protesta ha la sua colonna sonora. Ma è pacifico, perché forse il Paese magrebino ha imparato dai suoi errori e da quelli dei vicini

Ogni rivoluzione ha la sua colonna sonora. È un venerdì di aprile, il nono di protesta nel centro di Algeri, dove la strada da settimane si riempie nel giorno della preghiera islamica e del riposo, trasformando il centro della capitale in un’area di festa e dissenso. Nel mezzo della piazza Audin, una rotonda che collega diversi viali alberati alla francese, hanno portato un sistema di casse acustiche e amplificatori dai quali risuona quello che è diventato l’inno della protesta, in una lingua mista tra il francese degli ex colonizzatori e la darja, l’arabo algerino. «La Liberté, la Liberté, la Liberté è prima di tutto nei nostri cuori. La Liberté, la Liberté, la Liberté non ci fa paura»: sono le note del rapper algerino Soolking, composte sulle musiche e sul ritornello di un coro da stadio degli Ouled el Bahdja – “I figli di Algeri” – che sono la tifoseria ultras di una delle più popolari squadre cittadine, l’USM Alger. Per anni, in un Paese dove la libertà di parola era annientata da un regime pervasivo, l’unico spazio di dissenso sono stati gli stadi. Con il passare del tempo, i cori sugli spalti – vere e proprie composizioni musicali dirette a un sistema antico, corrotto e sempre più odiato dalla popolazione – sono diventati invettiva politica. Il video di Soolking featuring Ouled el Bahdja ha fatto quasi 20 milioni di visualizzazioni nelle prime due settimane online. «Liberate coloro che sono ostaggi (…). È finita, il bicchiere è pieno. Laggiù gridano, senti le loro voci? Le voci delle famiglie piene di dolore, la voce di chi grida per un destino migliore». Così il rapper vede la protesta che dal 22 febbraio invade non soltanto le strade di Algeri ma quelle dell’intero Paese, dalla capitale ai più remoti villaggi del deserto, verso il lungo confine meridionale.

Il dissenso è stato innescato dall’annuncio della candidatura a un quinto mandato dell’anziano ex presidente Abdelaziz Bouteflika, 82 anni, che dal 2013 è malato ed è costretto in sedia a rotelle da un ictus. Da allora, le sue apparizioni in pubblico sono state sempre più rare e ai vertici ufficiali gli algerini hanno visto per anni soltanto la sua fotografia, contenuta in una pesante cornice dorata, diventata nei giorni delle manifestazioni protagonista di una satira sempre più irriverente in piazza e sui social media.

Dopo settimane di contestazioni pacifiche, la protesta ha ottenuto le dimissioni del rais e quelle del suo primo ministro, di alti funzionari, di militari, di uomini d’affari legati al clan familiare che da due decenni gestisce le sorti politiche ed economiche del Paese. Eppure, le proteste continuano, senza scontri: gli algerini chiedono l’uscita di scena dell’intero sistema e quindi della famiglia del presidente che presidia ancora il palazzo, benché a inizio maggio l’influente fratello e consigliere del rais, Said, sia stato arrestato.

La piazza rifiuta il voto in programma il 4 luglio e la transizione gestita dai potenti militari guidati dal generale Ahmed Gaid Salah. Infatti è anche contro un esercito percepito come protettore del pouvoir che un collettivo di artisti algerini, tra cui l’attore Idir Benaibouche, la cantante Amel Zen e il giovane Djam, ha composto una canzone per la piazza, Libérez l’Algérie, mentre su YouTube un’altra hit della protesta è stata Allo le Système!. Nel video, la rapper Raja Meziane – già autrice di album critici nei confronti della politica algerina – consegna a un’anacronistica cabina telefonica i suoi consigli a un regime che, nonostante le manifestazioni, non molla la presa: «Il popolo ha sofferto troppo, ne abbiamo abbastanza di voi, siamo un fiume in piena, è meglio lasciarci stare, banda di criminali». Roho, “Andatevene”, è anche il titolo di una canzone dedicata alla piazza dagli Gnawa Diffusion, il gruppo di Amazigh Kateb, figlio dello scrittore e poeta Yacine Kateb. E “Andatevene tutti”, #Yetnahaw_Ga3, è diventato lo slogan del movimento e l’hashtag della protesta. Sopra agli amplificatori, nella piazza Audin, uno striscione bianco urla: «Tutti significa tutti».

Tifosi della squadra di calcio Nasr Athletic Hussein Dey di Algeri durante una manifestazione

Ragazzi che manifestano ballando

Un giovane manifesta in strada con una bandiera drappeggiata sulle spalle. Tra le sue braccia protegge la nonna che, per la prima volta nella sua vita, partecipa a una dimostrazione in compagnia del nipote

Ragazzi che manifestano ballando

Quando l’ondata delle primavere arabe del 2011 iniziava a diffondersi in tutta la regione, gli algerini erano stati tra i primi a scendere in strada, ma la loro protesta era stata debole e di vita breve. Lo ricorda bene l’ex deputato Mostefa Bouchachi, avvocato per i diritti umani che oggi è diventato un punto di riferimento per chi fa parte del movimento – hirak così si definiscono in arabo i manifestanti – ed è considerato da molti una figura che potrebbe avere un possibile ruolo nella transizione. In quel 2011 lui aveva manifestato. Nel suo studio affacciato sui boulevard del centro e sulla protesta racconta: «C’erano cinquemila persone in piazza, più poliziotti che cittadini. Da allora ero rimasto pessimista sulla possibilità di una nuova rivolta pacifica, invece oggi è straordinario. La ricandidatura a un quinto mandato del presidente ha liberato un sentimento di umiliazione nella popolazione». Nelle rivoluzioni del 2011, spiega Bouchachi, «ci sono state ingerenze, mentre in questa rivolta pacifica siamo tutti d’accordo: nessuna violenza e nessuna ingerenza».

Benché ai manifestanti algerini non piaccia il paragone tra la loro protesta e quelle di otto anni fa, la lezione del 2011 sembra essere stata interiorizzata. «L’obiettivo in Egitto era quello di eliminare persone ai vertici, qui sappiamo ciò che vogliamo e prendiamo tempo per organizzarci», dice Sonia Mahoui, giovane insegnante di francese che con un gruppo di amici in un appartamento del centro diventato ritrovo di attivisti colora striscioni contro il regime prima della manifestazione del venerdì.

Per Abdelwahab Fersawi, 39 anni, presidente del Rassemblement action jeunesse o Raj (un gruppo studentesco di sinistra), l’accettazione della chiamata al voto per il 4 luglio sarebbe un errore, perché “il movimento” è ancora poco strutturato e senza una leadership. «La popolazione», dice, «vuole l’uscita di scena dell’intero sistema: l’organizzazione di elezioni non ha senso, perché permetterebbe la rigenerazione del regime».

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