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Dal migliore amico di Ulisse a Choupette

IL 111 22.05.2019

Essere cani oggi (accessori compresi)

Se pensate che la pet-mania sia prerogativa dei giorni nostri vi sbagliate: anche al tempo degli Egizi e dei Greci, cani e gatti venivano coccolati ed esibiti come status symbol, persino per fini politici. Da Argo a Dudù poco è cambiato

Qualche settimana fa, Silvio Berlusconi (già orgoglioso proprietario del barboncino Dudù) ha dichiarato di avere nove cani che «dormono in camera, si svegliano con me, fanno colazione con me». L’animalismo di Berlusconi, hanno insinuato i maligni, nasce da ragioni elettorali: i proprietari di cani e gatti possono essere decisivi quando si va alle urne. Non sappiamo se sia così. Ma l’amore per gli animali esibito da Berlusconi è comunque un segno dei tempi. Del resto, senza secondi fini, anche Karl Lagerfeld, morto qualche mese fa, ha lasciato gran parte della sua eredità alla gatta Choupette. La cosa è apparsa stravagante, ma già otto anni fa, un altro stilista, Alexander McQueen, aveva fatto testamento in favore dei suoi tre cani. Donald Trump, invece, ha giustificato con «la mancanza di tempo» il fatto di essere il primo presidente in 120 anni a non avere un first dog alla Casa Bianca.

Cani e gatti ci accompagnano da millenni. Già nella preistoria, circa 15mila anni fa, nel passaggio dal mesolitico al neolitico, l’uomo ha iniziato ad addomesticare gli animali. Certo, li ha addomesticati per allevarli, per sfruttarli nel lavoro agricolo o nella caccia, per usare il loro pellame, la loro lana o la loro carne. Ma li ha addomesticati anche per avere compagnia. Tutti ricorderanno l’episodio del cane Argo nell’Odissea. Odisseo torna a Itaca, travestito da mendicante, e l’unico che lo riconosce è il vecchio cane. Come scrive Omero (nella bella traduzione di Maria Grazia Ciani): «Un cane, che lì giaceva, sollevò la testa e le orecchie: era Argo, il cane del valoroso Odisseo, che un tempo egli stesso allevò. A caccia di capre selvatiche, di cervi, di lepri lo portavano i giovani, un tempo; ma ora, partito il padrone, giaceva nell’abbandono sopra il letame dei muli e dei buoi, che davanti alle porte si ammucchiava abbondante. Qui il cane Argo giaceva, pieno di zecche. Quando sentì che Odisseo era vicino, mosse la coda, abbassò le orecchie, ma al suo padrone non poteva accostarsi. E Odisseo distogliendo lo sguardo si asciugava una lacrima, di nascosto». Argo muore subito dopo avere rivisto il padrone che mancava da casa da vent’anni. E Ulisse, il guerriero che ha combattuto nella piana di Troia, l’eroe che ha patito mille dolori e mille fatiche nel viaggio di ritorno verso casa, piange. Piange per il suo cane pieno di zecche e abbandonato nel letame.

Questo commovente episodio non significa di per sé che gli antichi fossero animalisti né che trattassero i cani come li trattiamo noi, vezzeggiandoli e coccolandoli. I filosofi si chiedevano se gli animali avessero un’anima. Ma le risposte non erano univoche: del resto, non si riusciva a mettersi d’accordo nemmeno nello stabilire se gli schiavi fossero cose o persone. Alcuni, come i pitagorici, ritenevano che gli animali non andassero mangiati: poiché credevano nella reincarnazione, forse temevano di ritrovarsi nel piatto il nonno o la prozia. Sulla loro scia, il santone Apollonio di Tiana, una sorta di Gesù pagano vissuto più o meno negli stessi anni del Messia, era rigorosamente vegetariano e rifiutava anche di indossare qualsiasi indumento derivato dagli animali. Ma, in genere, gli animali venivano trattati con una certa rudezza. Il cane, poi, non era solo simbolo di virtù (come la fedeltà al padrone): era anche simbolo di ferocia e, persino, di lussuria (“cagna” era l’insulto comune per una donna infedele, come Elena o Clitennestra).

Il momento della toelettatura

Proprio Omero, del resto, ci racconta che Ulisse, poco prima di imbattersi in Argo, ha rischiato di essere sbranato dai cani che facevano la guardia ai suoi maiali. E ci dice inoltre che Argo era un cane da caccia più che un cane da guardia o da compagnia. Sui cani da caccia, i greci scrivevano trattati e manuali come Federico II ne scriverà sulla falconeria. Celebravano i robusti e feroci molossi macedoni, ma anche gli eleganti e snelli levrieri spartani. Tuttavia, lo stesso Omero fa capire che anche ai suoi tempi si poteva tenere in casa un cane solo per puro sfizio. Ulisse, guardando il vecchio Argo, osserva infatti che doveva essere un cane bellissimo e veloce a correre. Al contrario, aggiunge, di «quei cani da mensa che i padroni allevano per vanità».

Per vanità, dunque. C’è un magnifico bassorilievo attico che risale al VI secolo a. C., quando il tiranno Pisistrato regnava su Atene, ed è oggi esposto al Museo archeologico nazionale della capitale greca. Si vedono alcuni giovani che, tenendoli al guinzaglio, aizzano un cane contro un gatto. Quest’ultimo inarca la schiena, pronto alla zuffa. È uno squarcio di vita quotidiana che ci mostra come, nel mondo degli aristocratici, gli animali potessero essere anche un trastullo e uno status symbol. Non solo i cani ma, appunto, anche i gatti, come ricorda lo studioso americano Donald W. Engels in un libro di qualche anno fa che l’editore Piemme ha appena pubblicato in italiano (Il gatto, 336 pagine, 17,90 euro). Noi siamo abituati a considerare gli egizi come i veri gattomani e gattofili del mondo antico: nel 59 a. C. un diplomatico romano in visita in Egitto venne addirittura linciato dalla folla inferocita perché colpevole di avere inavvertitamente ucciso un gatto. Ma Engels ci ricorda che anche i greci avevano i loro gatti. Sulle monete di Reggio Calabria e di Taranto, gli eroi fondatori delle due città vengono rappresentati seduti con un gatto ai loro piedi.

Allo scrittore Plutarco dobbiamo invece un aneddoto che riguarda il grande Alcibiade, spregiudicato leader politico e raffinato aristocratico dell’Atene del V secolo a. C. Alcibiade, racconta Plutarco, possedeva un cane bellissimo, che aveva pagato una cifra spropositata. Un giorno, senza alcun motivo, gli tagliò la coda e lo esibì così mutilato. Gli amici gli chiesero perché mai l’avesse fatto: tutta la città ne parlava, deprecando lo sfregio inferto a un animale tanto bello. Alcibiade rise: «Proprio questo volevo: che gli ateniesi parlassero della coda del mio cane. Così non mi criticheranno per cose peggiori». Non sappiamo se Alcibiade col suo cane ci dormisse anche. Ma, come si vede, l’uso politico degli animali domestici ha una lunga storia.

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