Mentre il Vecchio Continente in crisi di identità si avvicina alle elezioni, un autore che ha vinto il premio Goncourt nel 2004 dedica un poema all’Europa, pubblicato da e/o, in cui parte dal 1848 per rispondere alla domanda: «Chi siamo?». Ne pubblichiamo una parte

Dopo il fascismo di Mussolini

E il nazionalsocialismo di Hitler,

Dopo i regimi scandalosi di Pétain a Vichy,

Di Vidkun Quisling in Norvegia,

Di Anton Mussert in Olanda,

Di Frits Clausen in Danimarca,

Di Georgios Tsolakoglou in Grecia,

Di Milan Nedić in Serbia,

Di Ante Pavelić con gli Ustascia di Croazia,

Dopo tutti quelli,

Sputate sui loro nomi tutti insieme,

È lo stesso nome,

Quello della tirannia e del compromesso,

Quello dell’odio e delle leggi antisemite.

Dopo tutti quelli

Che saranno processati,

Si suicideranno

O finiranno in esilio,

L’Europa ha bisogno di definirsi come uno spazio politico socialdemocratico,

Una zona di discussione e compromesso.

I padri fondatori sono quasi tutti cattolici,

È un’Europa cristiana

Del centro ragionevole,

Della sfumatura politica,

Della concertazione.

Un’Europa di notabili,

E forse è quello il suo errore originario: l’assenza di passione popolare.

Ma dopo il furore della guerra,

Dopo le grandi folle con le braccia tese affascinate da un unico uomo,

Ci voleva questo:

La calma della discussione condivisa.

Com’è strana quest’Europa.

Di solito non è così che la Storia fa nascere i paesi o gli imperi…

C’è sempre una rivoluzione,

Un ardore,

Una volontà popolare che rovescia tutto.

Stavolta no.

L’Europa è nata senza che i popoli la scandissero nelle piazze

Ed è una novità.

L’Europa si è costruita senza l’infatuazione dei popoli,

Per prudenza,

Perché l’infatuazione dei popoli aveva portato al crimine,

Perché la passione in politica aveva portato ai grandi discorsi che fanatizzano le folle.

L’Europa si è costruita senza ricorrere al suffragio diretto perché usciva da un caos in cui i popoli avevano avuto torto.

Il trattato di Roma è stato firmato.

La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio è nata.

Guardate le fotografie che rimangono:

È un lungo tavolo

Con intorno più di cinquanta persone

Disposte su varie file.

Ci abitueremo a questo:

Immense riunioni

Con stuoli di traduttori, firme e strette di mano.

Sarà ormai il nostro volto:

Lunghe giornate di concertazione,

Firme infinite di trattati,

Senza passione,

Senza foga.

La sfumatura

E il compromesso.

L’Europa è nata come reazione a ciò che avevano prodotto il dogma e la velocità.

Allora sì,

Nel 1957

Una fotografia immortala una grande tavolata in cui tanti uomini che non conosciamo firmano documenti.

Sembra un immenso consiglio d’amministrazione

O una riunione d’affari.

È così che siamo nati,

Perché le sollevazioni ideologiche,

Il preteso legame carnale tra un dirigente e il suo popolo,

Avevano portato al suicidio.

(…)

Il territorio è vasto

E noi non ci conosciamo.

Dobbiamo attraversarlo, sentirci europei per i chilometri percorsi.

Guardate la nostra grande terra.

L’Europa della betulla e quella dell’ulivo,

L’Europa delle cattedrali e quella dei templi.

Al nord il mattone,

Al sud la calce.

Il fico e il mirtillo,

Tutto è vasto

E noi siamo fianco a fianco,

Paesi di birra, paesi di vino,

Il tè e il caffè,

La mucca e la capra,

La luce di Spilliaert

E il rosso etrusco.

L’Europa rivolta verso l’Atlantico

E quella che guarda Istanbul,

Noi siamo tutto ciò.

Il territorio è vasto e noi non ci conosciamo.

Non abbiamo la stessa lingua,

Siamo mosaici di luci,

Dal grigio cenere delle terre del Nord al biancore soleggiato del Mediterraneo.

Dalle piogge d’Irlanda alla sierra d’Andalusia,

Dai polder olandesi al monte Pellegrino in Sicilia,

Scoppiamo di colori, di accenti e di storie.

Chi siamo adesso?

Una nazione di nazioni vasta, diversa,

Che cerca la base comune su cui potrà unirsi.

Siamo cristiani?

È questo che ci definisce?

No.

Ciò che caratterizza meglio l’Europa non è la cristianità, ma la sua evoluzione nel corso del tempo:

Essere passati da una religione onnipotente a un culto intimo che abbandona il potere

E permette la coesistenza di chi crede e chi non crede.

Chi siamo adesso?

Figli delle ore cupe,

Ma anche dell’irriverenza.

C’è la libertà di non credere,

Di vivere liberi,

Il più liberi possibile,

Cioè prigionieri soltanto del proprio tormento,

Dei propri appetiti.

Libertà di amare le chiese senza amare le religioni,

Di considerare che queste ultime hanno arrecato all’umanità più sangue che conforto,

Più costrizioni umilianti che ricchezze spirituali.

Libertà di creare la propria etica,

Una bussola interna che è la scelta rigiocata in ogni istante di ciò che fa l’uomo, di ciò che lo rende degno o no, grande o no.

Troppa Notte di San Bartolomeo,

Troppa guerra dei Trent’anni,

Troppo sangue,

Granai bruciati,

Roghi sui quali sono stati fatti morire libri, idee, eretici,

Troppe vite murate nelle convenzioni,

Slanci vietati,

Aspirazioni represse.

Allora no,

Le caratteristiche maggioritarie non sono elementi di definizione,

Altrimenti saremmo:

Bianchi,

Cristiani

E vecchi.

Siamo figli di uno spazio religioso che si è talmente lacerato,

Ha conosciuto così tante lotte intestine

Che ha finito per perdere terreno e abbandonare il campo della sua onnipotenza politica,

E va bene così.

Siamo figli della sua ritirata,

Della coesistenza con gli altri,

E soprattutto

Della possibilità di “essere niente”.

Sentite la costernazione quando, un po’ dispiaciuti, troppo educati per scandalizzarsi, ma in fondo restandoci male, chiedono: «Ma davvero lei non è niente?».

Né protestante

Né cattolico

Né ortodosso,

Niente, no,

Nient’altro che

Umanista.

Chi siamo adesso?

Quello che condividiamo

È l’aver attraversato il fuoco,

Essere stati ognuno

Vittima e carnefice,

Gioventù imbavagliata e mani sporche di sangue.

Quello che condividiamo

È l’umanesimo inquieto.

Sappiamo ciò che l’uomo può fare all’uomo,

Conosciamo l’abisso,

Siamo stati inghiottiti dalla sua profondità.

Ciò che ci lega è essere un popolo angosciato

Che conosce l’ombra che è in sé.

L’Europa è una geografia che vuole diventare filosofia,

Un passato che vuole diventare bussola,

Un territorio di cinquecento milioni di abitanti

Che ha deciso di abolire la pena di morte,

Di difendere le libertà individuali,

Di proclamare il diritto di amare chi vogliamo,

Liberi di credere o di non credere.

Siamo umanisti, e questo deve estendersi alle nostre scelte.

© Edizioni e/o

Laurent Gaudé

Noi, L’Europa

e/o 2019
216 pagine, 15 euro
traduzione di Alberto Bracci Testasecca

 

In libreria dall’8 maggio
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