Appendice

Il bravo traduttore sente le voci

IL 111 20.05.2019

Prima di leggere, prima di scrivere e di riscrivere, trasferire delle frasi da una lingua a un’altra significa “ascoltare” un testo

Tradurre non è, non dovrebbe mai essere tradire – anche se nell’assonanza l’italiano chiama questa distorsione. Tradurre è, dovrebbe sempre essere un atto di fedeltà: al testo che si deve traghettare da una lingua all’altra, da un universo all’altro. E la fedeltà a un testo significa non di rado prendere le distanze, discostarsi dal senso letterale e provare a immaginare che cosa avrebbe scritto l’autore se avesse avuto a disposizione la lingua in cui si sta conducendo il suo testo: come non pensare che uno scrittore di calibro non avrebbe usato tutta la affascinante complessità del sistema verbale dell’italiano, se l’avesse conosciuta? E se la sua lingua madre non la contempla, il tradurre ha compito di “donargliela” con il suo lavoro: anche questa è fedeltà al testo!

Tradurre significa non di rado affondare nell’intimità di uno scrittore, entrare nella sua stanza da letto, incontrare ciò che sta nascosto negli spazi bianchi fra le righe.

È un corpo a corpo con la parola a volte quasi scabroso, sempre rivelatore. È un viaggio nelle parole. È un incontro che davvero non finisce mai di stupire: tradurre un testo significa sempre immancabilmente imparare qualcosa di nuovo. Scoprire qualcosa tanto nella lingua di partenza quanto in quella di destinazione. Ma tradurre è soprattutto un’altra cosa: prima di leggere, prima di scrivere e riscrivere, tradurre significa “ascoltare” un testo. Nessuna traduzione “fedele” – e non per questo letterale, anzi – può prescindere da un ascolto del testo che significa entrarvi dentro, “sentirlo” nel vero senso della parola. Ogni testo ha una sua voce; anzi, è una voce. E la voce del testo bisogna sentirla, prima e durante il lavoro di traduzione: il ritmo, l’avvicendarsi di toni alti e toni sommessi, l’armonia che ne è la filigrana.

Perché ogni testo ha una sua oralità che va rispettata, che ne è anzi l’ossatura intima. Tradurre in fondo è un po’ come eseguire un pezzo di musica, leggere uno spartito, ascoltarlo, trasformarlo in suoni. Proprio come un brano musicale, anche un testo è suscettibile di un’infinità di interpretazioni, e ogni traduzione, così come ogni esecuzione musicale, implica un’infinità di scelte. Tradurre significa anche assumersi la responsabilità delle proprie scelte, proprio come quando un pianista decide il ritmo, le pause, la morbidezza della sonata di Brahms che “estrae” dai tasti del suo strumento, dalle righe del pentagramma.

Ma, per quanto nella traduzione letteraria si abbia sempre a che fare con un testo scritto, l’ascolto è il punto di partenza e di arrivo del lavoro. Tanto con l’orecchio esterno, quello che appartiene ai sensi, quanto con quello interiore. Anche la musica si ascolta così: da fuori ma anche da dentro di noi. Del resto, è l’autore stesso che ascolta il proprio libro, mentre lo scrive. E magari anche dopo, chiedendo di ascoltare la voce che ha la propria pagina in una lingua che non conosce, per sentire se la musica del testo è sempre la stessa, la sua. Così deve essere una buona traduzione: una melodia che l’autore riconosce e che il lettore scopre.

Chiudi