L’inquinamento incide sulle condizioni fisiche. Questo si sa. Meno si conoscono le sue conseguenze sulla salute mentale. Nuovi studi mettono in relazione il cambiamento climatico con patologie come psicosi, depressione e solastalgia

Sul nostro pianeta, il clima sta cambiando e questo ha conseguenze dirette sul modo in cui viviamo, lavoriamo, ci muoviamo e sulla nostra salute. Paolo Michielin, docente di Psicologia clinica all’Università di Padova, elenca gli effetti di questa metamorfosi: «Eventi catastrofici, cambiamenti subacuti, come la desertificazione, o cronici, come l’innalzamento delle temperature». È facile immaginare come i disastri naturali abbiano un impatto diretto sulla mortalità; meno immediato è comprendere come le alterazioni del clima aumentino le patologie cardiovascolari e respiratorie e la diffusione di malattie, per esempio la dengue.

Esiste una vasta letteratura che spiega come il climate change influisca sullo stato di salute fisica, mentre pochi studi ne hanno indagato gli effetti su quella mentale. Nondimeno ciò rappresenta un aspetto fondamentale. Gli eventi catastrofici, per esempio, hanno un impatto immediato sulla psiche: provocano, tra gli altri, disturbi post traumatici da stress e disturbi da lutto persistente e complicato. C’è poi un effetto di lungo periodo, che di solito viene sottovalutato, sia sul piano individuale sia su quello sociale.

«Circostanze estreme hanno un’azione immediata sulla biologia cellulare, alterando ritmi biologici, neurotrasmettitori e ormoni. In molti studi, l’innalzamento delle temperature è stato associato all’aumento di propensione all’aggressività, con una crescita della violenza, del crimine e dell’instabilità sociale in una data comunità», sottolinea Massimo Biondi, professore ordinario di Psichiatria alla Sapienza di Roma e direttore del Dipartimento di neuroscienze e salute mentale al Policlinico Umberto I.

Una delle popolazioni più colpite dal cambiamento climatico è quella degli Inuit, che vivono a Nord del Canada e in Alaska, dove le mutazioni corrono a una velocità doppia rispetto al resto del pianeta. Qui il numero di suicidi è undici volte quello che si registra mediamente negli altri Paesi. Un tasso molto alto è stato osservato anche in Australia, in zone rurali colpite da una forte siccità.

Anche l’abuso di sostanze stupefacenti e di alcol aumenta laddove il cambiamento climatico è più forte. Questo fenomeno, presente a livelli più attenuati anche a latitudini temperate, è noto come solastalgia: le persone non riconoscono più il mondo attorno che, a causa dei rapidi cambiamenti, è diventato completamente diverso da quello in cui sono cresciuti e a cui si sono adattati.

Studi su questo tipo di temi sono stati condotti solo dove lo Stato poteva finanziarli – in Canada e Australia – mentre, per esempio, nei Paesi africani non sono mai state svolte ricerche in merito. Spiega ancora Michielin: «Noi abbiamo effettuato uno studio sui migranti arrivati dai Paesi africani. È emerso che, nel lungo periodo, la variabile che maggiormente determina un deterioramento nella salute mentale è la perdita di capitale sociale», cioè di quel costrutto psico-sociologico che mette insieme gli aspetti principali della qualità di vita di un individuo: la possibilità di lavoro e di autoaffermazione, la rete di rapporti, la considerazione della comunità, l’accesso ai servizi e la sicurezza. La sua privazione costituisce una forte spinta alla migrazione: qualcosa che, a sua volta, provoca un aumento del rischio di disturbi mentali gravi. «È stato documentato che nelle popolazioni emigrate il numero di soggetti colpiti da psicosi è tre volte superiore alla media. Un cambio di ambiente drastico e la perdita di supporto sociale slatentizza problemi già presenti o li provoca ex novo. Un programma adeguato di accoglienza, progettato compatibilmente con le risorse disponibili, può migliorare in parte questa situazione», conferma Biondi.

In generale, una delle indicazioni principali fornite dall’Organizzazione mondiale della Sanità in materia di climate change riguarda la necessità di informare la popolazione circa sue le conseguenze, per creare strumenti che ne facilitino la resilienza. «Questi mutamenti sono uno stressor cronico, che agisce sul lungo periodo», continua Michielin. Nelle sue ricerche ha utilizzato il Notre Dame Global Adaptation Index, l’indice di vulnerabilità dei diversi Paesi rispetto al cambiamento climatico. Nella particolare classifica, l’Eritrea è prima e la Norvegia ultima. In Africa ci sono solo Paesi a estrema e ad alta esposizione, con una popolazione che ha condizioni di vita peggiori e una peggior salute mentale rispetto agli altri.

«L’Italia è tra i Paesi a bassa esposizione, ma si è attrezzata poco per affrontare queste trasformazioni. Chiaramente, gli effetti del cambiamento climatico sulla salute mentale saranno maggiori in quei Paesi che non potranno predisporre adeguati servizi sociali e sanitari di supporto», osserva Michielin. Non tutti rispondono in maniera univoca ai mutamenti: dipende dell’età, come puntualizza Biondi: «In genere, gli anziani vengono devastati mentre i bambini, seppur colpiti duramente, si riprendono meglio perché hanno una maggiore elasticità. Questo chiaramente se non perdono i genitori».

La prevenzione sarà una delle armi da mettere in campo una volta che gli studi sul tema saranno a uno stadio più avanzato. «La gente non è mediamente consapevole di andare incontro a cambiamenti che costituiranno un’ulteriore fonte di stress e che richiederanno uno sforzo di adattamento. Riconoscere e preparare le comunità a maggior rischio, e formare il personale che lavora nell’ambito della salute mentale, è un passo fondamentale, così come predisporre un’accoglienza programmata per i migranti», conclude Biondi.

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