Elezioni Europee 2019

«Investiamo sull’Erasmus»

20.05.2019

Una veduta dall'alto delle due torri di Bologna

Sara Pagliai, coordinatrice dell’Agenzia Erasmus+/Indire, racconta come gli investimenti per il programma di scambio incidano per meno dell’un per cento sul Pil dell’intera Unione: «È poco se consideriamo l’impatto enorme che ha avuto, e ha, non solo sulle singole persone coinvolte, ma anche sugli atenei, gli istituti e le città che vi hanno aderito»

Né Saint Andrews, né Cambridge e nemmeno Barcellona. L’ateneo più attrattivo per la mobilità studentesca si trova in Italia ed è comunemente riconosciuto come l’università più antica al mondo. Si tratta dell’Alma Mater di Bologna che, nella classifica europea dei migliori atenei del 2018, ha registrato sia il numero più alto di universitari in uscita (2.787), sia il numero più alto di studenti accolti (1.970).

«Questo dato ci rende particolarmente orgogliosi», racconta Sara Pagliai, coordinatrice dell’Agenzia Erasmus+/Indire. «Perché è da anni che, in Europa, siamo al quarto posto come numero di ragazzi in uscita che aderiscono al programma, mentre è la prima volta che raggiungiamo lo stesso traguardo con i giovani in entrata». Tradotto in numeri, significano 38mila italiani che aderiscono al programma Erasmus e 27mila europei che scelgono l’Italia per la loro esperienza fuori dai confini nazionali. «Bologna spicca non solo per l’offerta formativa, ma anche per tutto quello che circonda l’ateneo: la città, il senso di accoglienza e la valutazione positiva dei crediti acquisiti all’estero».

Sara Pagliai

Il tema dei crediti è ancora una delle maggiori criticità dell’Erasmus che, in 32 anni di vita, si è evoluto da progetto dedicato solo agli universitari a programma aperto a liceali, docenti e formatori. Nonostante il processo di Bologna che, nel 1999, ha riformato e armonizzato l’istruzione superiore nell’Unione Europea, spesso capita che i professori chiedano esami aggiuntivi o approfondimenti integrativi, perché non riconoscono l’equipollenza dei test sostenuti fuori sede. L’altra grande criticità rimane l’aspetto economico. «Non possiamo negare che l’Erasmus sia ancora un programma d’élite, nonostante abbia coinvolto circa cinque milioni di universitari dal 1987 a oggi», chiarisce Pagliai. A questo proposito, la Commissione Europea ha di recente chiesto un raddoppio dei fondi destinati all’Erasmus per il periodo 2021/2027. Gli investimenti in questo settore, per ora, incidono per meno dell’un per cento sul Pil dell’intera Unione. «È poco se consideriamo l’impatto enorme che questo programma ha avuto, e ha, non solo sulle singole persone coinvolte, ma anche sugli atenei, gli istituti e le città che vi hanno aderito. Il Parlamento uscente ha, a sua volta, proposto di triplicare gli investimenti. Speriamo che il nuovo gruppo di parlamentari segua questa direzione», aggiunge la coordinatrice di Indire.

In controtendenza con le politiche europee, e mondiali, che spingono verso una chiusura e un ritorno nei confini, Erasmus+ si sta allargando a una dimensione extraeuropea, mirando a coinvolgere gli atenei di tutto il mondo in progetti di studio e tirocinio. Il budget assegnato all’Italia per questo tipo di mobilità è cresciuto del 15 per cento, arrivando a quota 15.788.454 euro per l’anno 2018/2019. Turchia, Repubblica di Macedonia del Nord, Serbia – la novità del 2019 – e Federazione Russa sono alcune delle realtà con cui si realizzano i maggiori scambi. «Se pensiamo che l’Erasmus è nato quando ancora c’era il muro di Berlino e non esistevano i voli low cost, i cellulari, lo spazio di Schengen, è una grande soddisfazione essere arrivati alla realtà di oggi», conclude Pagliai. «Dobbiamo proseguire, puntando a una maggiore facilitazione economica e organizzativa per attrarre ancora più studenti e docenti, senza farci fermare da eventi come la Brexit. La Commissione Europea ha promulgato un decreto d’urgenza per non fermare gli scambi nel 2019. Speriamo si continui così anche per i prossimi anni».

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