Elezioni Europee 2019

«In Italia manca la possibilità di reinventarsi»

23.05.2019

Una veduta di Parigi

L’Europa di chi ha meno di 30 anni. Intervista a Federica Radaelli, “head of International customer service” presso Sézane a Parigi, 30 anni, di Milano

Cittadina del mondo. Sarà l’influenza della Francia, come patria dell’illuminismo, ma per Federica Radaelli, 30 anni, un Erasmus a Parigi durante l’università, oggi head of international customer service presso Sézane, la dimensione europea è troppo piccola per definirla. «Non è facile sentirsi a casa, quando vivi fuori dal tuo Paese d’origine, perché per gli altri rimani un cittadino straniero. Oggi non mi definisco né italiana in Italia, né francese in Francia», racconta dal suo appartamento parigino. «Forse, perché quando inizi a partire e sai che non tornerai indietro, non smetti più di andare avanti e aprirti al mondo». Questa visione, che considera limitanti le barriere europee, si è sviluppata proprio in relazione – o come reazione – a due fenomeni che i nazionalismi vorrebbero eliminare erigendo muri: il terrorismo e le migrazioni. «Sono a Parigi da prima degli attentati di Charlie Hebdo e del Bataclan. Questi episodi mi hanno segnata e fatto capire che aprirsi agli altri è quasi un obbligo, perché non puoi affrontare i problemi globali pensando di restringere il tuo sguardo sul mondo».

Eppure, negli ultimi mesi, la Francia ha assistito a manifestazioni politiche piuttosto dure.
«Combattere per i propri diritti è uno dei tratti che mi hanno sempre fatto pensare che i francesi siano migliori degli italiani. Scendere in piazza, interessarsi di quello che accade, essere consapevoli della condizione delle generazioni future: sono realtà che percepisci tutti i giorni. È come se avessero delle basi sociali più sicure, poi certo, non tutto è perfetto».

C’è una forte differenza tra Parigi e il resto della Francia?
«Direi più tra le città e il resto del Paese. Nei contesti urbani c’è una grande possibilità di cominciare nuove attività, assumere persone, rilanciare vecchie imprese. Non solo nel digitale, ma anche nel tessile, nell’agricoltura con i piccoli produttori che ti portano a casa il loro raccolto, nella cura della persona. Conosco un’azienda vicino a Marsiglia che, qualche anno fa, ha scommesso sui saponi naturali, prodotti come si faceva una volta, e sta avendo successo. Lo Stato, inoltre, fornisce sussidi per il lancio di startup, obbliga i datori di lavoro a riconoscere corsi di formazione per fare carriera e garantisce una disoccupazione pari alla durata del contratto».

Federica Radaelli, 30 anni

Stai dicendo che è la possibilità di reinventarsi che manca all’Italia?
«Assolutamente. La mia storia personale lo dimostra. Dopo una brutta esperienza alla Camera di Commercio francese, dove mi sono resa conto che la politica era per lo più lobby e raccomandazioni, ho capito che la dimensione aziendale privata poteva essere la strada giusta per me. Nel mentre non mi vergogno a dire che ho gestito un ristorante, tenendo i contatti con i fornitori, lavando i piatti quando necessario. Poi è arrivata l’avventura in Vestiaire Collective: quando ho iniziato, era una startup con 40 persone, quando me ne sono andata erano 350 solo in Francia. Sono partita da zero. Mi sono occupata anche di finanza e conflitti commerciali, per poi specializzarmi nella gestione clienti e nella direzione di un’equipe di 70 persone tra interni ed esterni, grazie a un corso di formazione in management. Quando ho capito che il mio percorso di crescita lì era finito, ho fatto circa 27 colloqui in quattro mesi. Oggi gestisco il servizio clienti internazionale di Sézane, ma nel futuro mi vedo come life coach fuori e dentro le aziende».

Voterai alle prossime elezioni europee?
«Se riesco ad andare al consolato per farmi dare la tessera elettorale, sì. Ho cambiato casa e non avendolo dichiarato, il bollettino mi è arrivato nella vecchia abitazione. Voterò per il partito dei verdi francesi».

Quindi hai la cittadinanza francese?
«Non ancora, per ottenerla devi fare un test piuttosto duro, ma continuo a rimandarlo, perché, in realtà, non sento di dover dimostrare di essere francese. Però ho la residenza dal primo anno. Quando mi è arrivata a casa la notifica che l’anagrafe in Italia aveva cancellato il mio dossier, è stato uno shock».

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