Viaggi

La profonda gola compie 100 anni

IL 111 01.05.2019

Library of Congress

Un celebre scrittore, raccogliendo un insetto strano per la sua collezione, stava per diventare, suo malgrado, il secondo svedese più famoso del Grand Canyon. Per sua fortuna non è andata così e ora può raccontare per IL una storia su quel luogo meraviglioso, che esattamente un secolo fa è diventata un parco nazionale

Quell’animaletto sembrava un giocattolo: un orsacchiotto arruffato, forse, o una formica insolitamente grande con la pelliccia rossa. D’impulso mi chinai a raccoglierlo tra pollice e indice. Porto sempre in tasca un barattolo, per ritrovamenti di questo genere. La natura mi interessa, specialmente gli insetti. Solo più tardi ho capito che questa scoperta avrebbe potuto fruttarmi fama eterna nella nuova edizione del libro Death in Grand Canyon.

Avevo parcheggiato la mia Ford Mustang a nolo accanto all’albergo, vicino a Bright Angel Point, lungo il North Rim, cioè il margine settentrionale del Grand Canyon, e stavo percorrendo l’itinerario chiamato Widforss Trail. L’insetto letale attraversò di corsa il sentiero che tagliava il bosco e io non pensai. Lo raccolsi e basta.

Solo i dilettanti vanno al South Rim. Certo, arrivarci è più facile, e la vista non è niente male, ma puoi star certo che lo stesso giorno qualche altro migliaio di turisti ha avuto la tua stessa idea. Insomma, è stracolmo di gente. I sociologi che studiano la psicopatologia del turismo di massa sono nel posto giusto, gli altri un po’ meno.

Il miglior approccio al Grand Canyon è invece quello dal North Rim, dall’altra parte della voragine. Il viaggio per arrivarci è più lungo e le strade sono strette e sinuose, ma ne vale la pena. Una volta a destinazione, si arriva con una breve passeggiata fino a Bright Angel Point. Un ricordo per la vita, lo giuro. E, avendone il tempo, bisogna percorrere il Widforss Trail fino a Widforss Point, che si trova pochi chilometri più a Sud. Anche se dopotutto è solo uno dei tanti punti panoramici.

 

Vista sulla gola da un punto elevato (nel 1909)

Library of Congress

Visitatori si avviano verso un punto panoramico (anni 20)

Library of Congress

Gunnar Widforss (1879-1934) era un acquerellista svedese che emigrò negli Stati Uniti all’inizio degli anni Venti del secolo scorso, ed essendo sempre a caccia di bei paesaggi capitò ben presto nei grandi parchi nazionali sull’Altopiano del Colorado. Il posto che amava più di ogni altro era il North Rim del Grand Canyon. Vi dipinse acquerelli impareggiabili.

Come spesso succede agli emigranti, nel suo Paese d’origine fu presto dimenticato, e all’inizio degli anni Trenta la depressione economica rese piuttosto breve la sua felicità negli Stati Uniti. Oggi però i collezionisti si contendono molti degli acquerelli che ha lasciato. Nessuno come Gunnar Widforss è riuscito a catturare la bizzarra bellezza della natura del Grand Canyon.

Camminare lungo il Widforss Trail è proprio come muoversi in un’opera d’arte. Qua e là si spalancano dei dirupi, perché il percorso si snoda lungo il margine della gola, e di rado c’è molta gente. Dopo un po’ si smette di pensare. Come sempre, è bene aver con sé un binocolo, un catalogo di uccelli e anche una bottiglia d’acqua. E magari un barattolo per gli insetti strani.

Il libro Death in Grand Canyon, pubblicato per la prima volta nel 2001, parla di tutte le persone che, nel corso degli anni, hanno perso la vita nel parco nazionale. Escursionisti troppo sicuri di sé che smarriscono la strada e muoiono di disidratazione, altri che cadono in un dirupo. Si aggiungano poi elicotteri precipitati, incidenti in barca, omicidi e suicidi spettacolari come quello in Thelma & Louise. L’argomento è vasto e, siccome i consumatori di letteratura nutrono sempre una certa passione per il macabro, il libro è diventato un bestseller.

 

Un fotografo sospeso a una corda da alpinismo (nel 1908)

Library of Congress

“Il pittore dei parchi nazionali“, lo svedese Gunnar Widforss

Panorama del Grand Canyon (nel 1907)

In questi racconti compaiono numerosi crotali, ma a quanto ne so non c’è nessun cow killer. Era così che si chiamava il giocattolo che mi tagliò la strada sul Widforss Trail, una specie della famiglia Mutillidae, le cosiddette formiche di velluto. Il nome cow killer deriva dal fatto che questo insetto, col suo pungiglione affilatissimo, può uccidere una mucca. Basta una puntura. Non perché il veleno sia mortale in sé, ma per il dolore che causa. Semplicemente, fa un male così infernale che si muore per lo choc.

Anche Gunnar Widforss morì nel Grand Canyon. Di infarto, a 55 anni. Fumava parecchio, e alzava spesso il gomito. D’altronde, così fanno gli artisti. Morì dietro il volante della sua Ford Tudor Deluxe Sedan V8. L’unica ragione per andare a South Rim, ora che ci penso, è visitare la sua tomba nel cimitero locale. Che riposi in pace.

(Traduzione di Andrea Berardini)
 

In Italia i libri di Fredrik Sjöberg, scrittore ed entomologo svedese, sono pubblicati da Iperborea. L’arte della fuga (2017) è ispirato alla storia di Gunnar Widforss (1879-1934), sconosciuto in Europa ma molto amato in Nord America, dove è considerato “il pittore dei parchi nazionali”. Una cima del Grand Canyon prende nome da lui. Dello stesso autore: L’arte di collezionare mosche (2015), Il re dell’uvetta (2016) e Perché ci ostiniamo (2018).
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