Incasinata, cinica, depravata, moralmente in bancarotta, praticamente irresistibile. Nel panorama delle anticonformiste, quella ideata e interpretata da Phoebe Waller-Bridge è la figura femminile più sincera e originale di tutte. Le aspettative per le nuove puntate erano assai alte. E sono state superate

La seconda stagione di Fleabag è devastante. Non ci sono altre parole per descrivere il ritorno di Phoebe Waller-Bridge con la serie che nel 2016 l’ha consacrata come una delle autrici più talentuose della sua generazione. L’attrice e showrunner inglese aveva fatto letteralmente impazzire la critica inglese e non mettendo in scena una dramedy brillante e irriverente, che oltre a rompere la quarta parete demoliva stereotipi e tabù a colpi di battute fulminanti. Ora, a quasi tre anni di distanza, e dopo il grande successo di Killing Eve, Waller-Bridge torna a vestire i panni di Fleabag (in italiano “sacco di pulci”). Quel personaggio incasinato e senza nome che dietro il cinismo e l’ossessione per il sesso nascondeva lo smarrimento e il dolore per la morte della madre e della migliore amica Boo. Le aspettative erano altissime, eppure sono state ampiamente superate.

La seconda stagione (su Amazon Prime dal 17 maggio) riprende a un anno di distanza dai fatti accaduti nell’ultimo episodio. Fleabag sembra essere cambiata, ma non troppo. Non fa più sesso con estranei, mangia sano e il suo locale a tema porcellini d’India va a gonfie vele. Ma a scombinare il precario equilibrio raggiunto ci pensano una cena di famiglia ricca di colpi di scena e l’incontro con un prete, “The hot priest”, interpretato da un ottimo Andrew Scott, che impreca, dice parolacce e sembra riesca a “vedere” Fleabag come nessuno abbia mai fatto. Il cuore di questa stagione è il loro rapporto, che spinge la protagonista verso una presa di coscienza e una nuova consapevolezza di sé. Senza svelare troppo: c’è una scena nel quarto episodio che vede Fleabag confessare, per la prima volta ad alta voce, i suoi peccati e ciò che la tormenta. Senza filtri e ironia. È uno dei momenti più alti della stagione e uno dei monologhi più intensi e onesti della tv recente. A conferma – se mai ce ne fosse ancora bisogno – del talento geniale di Phoebe Waller-Bridge e di quella sua capacità di coinvolgere e sconvolgere allo stesso tempo.

“The hot priest”, interpretato da un ottimo Andrew Scott

Fleabag è una serie che spiazza costantemente. Che dice tanto in pochissimo tempo e dice cose così vere e giuste sull’amore, sul dolore, sulla solitudine, sulla femminilità e persino sui capelli (sì, i capelli!) che scuotono nel profondo. La prima stagione scioccava per la storia audace di una donna troppo schietta ed emancipata, che si masturbava davanti a un discorso di Barack Obama; questa volta l’autrice alza il tiro, gioca con il sacro e il profano e rompe nuove regole su ciò che è consentito dire e mostrare. Bilancia commedia e dramma, gag esilaranti e momenti tragici, senza mai una sbavatura. Supportata da un cast eccellente – da Olivia Colman, nel ruolo dell’odiosa matrigna, a Sian Clifford, nei panni della sorella nevrotica Claire –, Waller-Bridge costruisce un racconto per certi versi più struggente e romantico della prima stagione. Complice l’addio definitivo alla serie, che per scelta dell’autrice non avrà una terza stagione.

Di Fleabag rimarranno allora le smorfie complici e sarcastiche, le battute velocissime e il ritratto generazionale di una donna che nella prima stagione si definiva «avida, perversa, egoista, apatica, cinica, depravata, moralmente in bancarotta, che non può nemmeno definirsi femminista», ma che in realtà si scopre lacerata da sentimenti ed emozioni troppo grandi da gestire e contenere. In questa stagione, qualcuno gli dirà che è «una santa», qualcun altro che è una «naturale distruttrice di regole». E forse questa è la definizione che calza meglio a Fleabag e a Phoebe Waller-Bridge stessa. «Scrivo dal punto di vista di ciò che mi piacerebbe vedere. […] Quindi immagino significhi donne trasgressive, amicizie, dolore», aveva detto al Guardian. Oggi sono tante le autrici televisive che hanno rotto il dominio maschile (si pensi a Ilana Glazer e Abbi Jacobson, Rachel Bloom, Issa Rae, Frankie Shaw) creando figure femminili anticonformiste, troppo difficili da incasellare in cliqué e ruoli prestabiliti. Ma la seconda stagione non lascia dubbi: Fleabag è la più sincera e originale di tutte, e per questo è così difficile lasciarla andare.

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