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Anche l’Africa pedala

di Michele Weiss
fotografie di STEFANO MASCIOVECCHIO per IL
IL 111 20.05.2019

Nelle foto: una giornata con il Team Dimension Data, guidato dall’ex ciclista professionista Doug Ryder, sponsorizzato dal colosso sudafricano dei servizi informatici, che è anche partner tecnologico del Tour de France

Per affermarsi in modo definitivo nei giri più famosi del mondo, la prima squadra ciclistica del continente sfrutta al massimo le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie. Uno sprint che l’aiuterà a tagliare anche un altro traguardo: dare biciclette ai bambini dei villaggi più sperduti, perché possano raggiungere la scuola

Per capire gli intrecci di questa storia occorre fare un salto indietro nel tempo. È il 18 luglio 2015, siamo al Tour de France. Nell’anniversario del compleanno di Nelson Mandela, un ciclista taglia da solo il traguardo della 14ma tappa con un’azione folgorante. È Steve Cummings, punta della MTN-Qhubeka, prima semi-sconosciuta squadra sudafricana a partecipare alla Grand Boucle. Cummings è il primo corridore di una squadra del Continente Nero a vincere una tappa nella competizione ciclistica più prestigiosa del pianeta. Facciamo ora un salto in avanti, tre anni esatti: il 18 luglio 2018, un debilitato Mark Cavendish, il velocista più forte del mondo, taglia malinconicamente il traguardo per ultimo: è fuori tempo massimo e deve abbandonare la corsa. Cavendish fa parte della stessa squadra di Cummings e il suo ritiro è una doccia gelata per la nazione sudafricana, visto che lascia senza aver potuto attaccare il record di vittorie totali al Tour.

«Da eroi a nullità in tre anni, e sempre nel Mandela Day, ecco la stupenda e crudele favola dello sport», commenta Doug Ryder, team leader della Dimension Data, che è il nuovo nome della squadra di Cummings e Cavendish, ribatezzata così dopo essersi legata all’omonimo colosso hi-tech sudafricano, partner tecnologico del Tour. «Il 2018 non è andato come speravamo: Mark non stava bene e non abbiamo centrato neanche una tappa, ma quest’anno cambiamo strategia e puntiamo anche sulla classifica generale, con Louis Meintjes che può arrivare tra i primi», continua Ryder, intervistato da IL alla vigilia della partenza della prima classica di stagione, la Milano-Sanremo.

Ryder ama profondamente il ciclismo, ma i suoi sogni spaziano oltre le due ruote. Ha rappresentato il Sudafrica alle Olimpiadi di Atlanta 1996, in un momento storico: Nelson Mandela era appena diventato presidente e, l’anno prima, la nazionale di rugby composta da bianchi e neri aveva vinto in casa i Mondiali, entusiasmando un Paese in cerca di rinascita. In quell’edizione dei Giochi, Joshua Thugwane centrò un’impresa straordinaria, diventando il primo sudafricano di colore a imporsi nella maratona, la disciplina simbolo delle Olimpiadi. Fu una svolta, ricorda Ryder: «Mentre le barriere si sbriciolavano una dopo l’altra, si faceva la storia: l’Africa fino ad allora era nota solo per l’arretratezza e noi avevamo appena vinto l’oro più scintillante. Parlando con Joshua, a un certo punto ci siamo chiesti: se ha funzionato per la corsa perché non potrebbe farlo per il ciclismo?».

Detto, fatto: l’anno dopo Ryder fonda una squadra che, in poco tempo, ha condotto a primeggiare nel Paese e poi nel Continente. Ma è solo l’inizio: la vera ambizione è sbarcare in Europa e correre nel circuito d’élite. E qui entrano in gioco la tecnologia e l’altro grande sogno di Ryder: dare una speranza all’Africa. In anticipo rispetto al resto del continente, e nonostante le disparità e la miseria di buona parte della popolazione, il Sudafrica negli anni Novanta è diventato un protagonista mondiale della rivoluzione tecnologica. Dopo il ritiro, Doug è entrato in Ibm e poi in Microsoft, dove ha potuto vedere da vicino come il digitale stava cambiando tutto, ciclismo incluso. Nella sua mente, l’ambizione era duplice: mostrare al mondo che l’Africa ce la poteva fare e insieme portare nel Terzo Millennio il suo amato sport.

L’incontro con il compatriota Anthony Fitzhenry è decisivo: per farcela, i bambini degli sperduti villaggi africani dovevano accedere all’istruzione e ai computer, e la mobilità risultava l’ostacolo principale. Ed ecco la soluzione: fornendo a ogni comunità rurale una bicicletta, si poteva cambiare la storia. Fitzhenry lancia nel 2006 il progetto “Qhubeka”, in partnership proprio con la squadra di Ryder. Il termine significa “progredire” in lingua Nguti e diventa nome ufficiale del team. L’idea è di usare i successi della squadra e la tecnologia per finanziare l’acquisto di biciclette per i villaggi. C’è un solo problema: il team deve centrare imprese all’apparenza impossibili. Anno dopo anno, però, la visione prende corpo, Ryder accumula il know-how necessario e trova uno sponsor intenzionato a sostenerlo. Nel 2012, la squadra sbarca finalmente in Europa con la preziosa licenza Uci Pro, necessaria per correre nelle grandi classiche. Accolto con un misto di indifferenza e curiosità, com’era capitato ai bizzarri bobbisti giamaicani alle Olimpiadi di Torino 2006, a un anno dall’approdo nel ciclismo che conta il team sudafricano zittisce tutti con un’impresa memorabile, aggiudicandosi proprio la Milano-Sanremo: «Il nostro finisseur tedesco, Gerald Ciolek, beffò sul traguardo Cancellara e Sagan, due mostri sacri i cui salari superavano di parecchio l’intero budget della nostra squadra», ricorda Ryder.

L’anno seguente il team partecipa al suo primo grande giro continentale, la Vuelta spagnola, ma il “botto” è nel 2015, quando diventa il primo team africano a correre al Tour de France, non solo per fare presenza. Nell’incredulità generale, la squadra vince una tappa e un suo corridore di colore, l’eritreo Daniel Teklehaimanot, riesce a indossare per la prima volta in assoluto la leggendaria maglia a pois di leader degli scalatori. Nel 2016, con il nuovo sponsor Dimension Data, la consacrazione: in squadra entra il recordman di vittorie alla Grand Boucle dopo Merckx, l’inglese Mark Cavendish, che in quell’edizione vincerà 4 tappe arrivando a 30 successi complessivi e vestendo anche la maglia gialla di leader della corsa per un giorno: l’Africa e il mondo applaudono.

Il progetto Qhubeka, supportato dalla Dimension Data, si propone di donare entro il 2020 100mila biciclette ai ragazzi dei villaggi africani

Osservando da vicino quella che sembra una favola – e che forse lo è – si riconoscono tanto lavoro e tantissima innovazione: il team è all’avanguardia nel digitale e tutto il flusso di allenamento è regolato da una app brevettata che nessun’altra équipe possiede. «Oggi il ciclismo è diventato uno sport “datacentrico”», spiega Ryder. «Con la nostra app possiamo sapere tutto: come dormono i corridori, dove sono, quanto e come si sono allenati; ai monitoraggi con gli smart device sommiamo questionari informativi, in modo che, incrociando i dati sul cloud, possiamo analizzare in tempo reale che cosa non funziona e cambiarlo».

Oggi, parte essenziale del lavoro dei ciclisti è aderire al programma tecnologico del team alimentando ogni giorno il feed personale sulla app, conferma l’italiano Giacomo Nizzolo, velocista di punta della squadra al Giro d’Italia 2019: «Mi trovo benissimo, perché offre la possibilità di tenere sotto controllo la forma e di comparare lo storico dei risultati e dei dati». Anche Nizzolo avverte il fascino di correre per l’unica squadra professionistica africana: «Si sente che dietro c’è tutto un continente e che si cerca di fare qualcosa di epico, che va oltre lo sport». In attesa di altri traguardi – Ryder nel 2019 spera che «Cavendish torni al successo nel Tour e di vincere anche qualche tappa al Giro d’Italia, dove puntiamo a entrare nei primi 10 della classifica generale» – il sogno di correre per l’unico team africano lo spiega bene il sudafricano Reinardt Janse van Rensburg: «Solo vent’anni fa pareva impossibile sbarcare in Europa e vincere. È qualcosa che va oltre il puro ciclismo, è una questione di eredità e di storia per tutta l’Africa. Con il progetto Qhubeka stiamo aiutando concretamente a migliorare le condizioni di vita di molte comunità svantaggiate: vendendo le nostre biciclette del 2018 abbiamo raccolto più di 89mila dollari, che si trasformeranno in nuovi mezzi per i bambini dei villaggi».

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