La protesta contro il decreto 349 che voleva porre restrizioni alle attività culturali ha avuto successo

Il numero più famoso di Cuba è 349. Si riferisce al decreto emesso nell’aprile 2018 che vorrebbe mettere ordine nel mondo dell’arte. Eppure, a distanza di un anno, è lettera morta. Affossato dalle proteste. Mai era successa una cosa simile. Proprio mentre all’Avana si sta per chiudere la XIII edizione della celebre Biennale d’arte (dal 12 aprile al 12 maggio), gli artisti si interrogano se davvero si sia incrinato qualcosa.

Ma cos’è il 349? La legge elenca divieti (per contenuti violenti o razzisti), obbliga a chiedere autorizzazioni per qualunque mostra o progetto, prevede un corpo di ispettori che verifichi sul posto. Un giro di vite, insomma. Ma qui c’è una generazione (di trentenni, soprattutto), post-ideologica, cosmopolita, colta, inquieta e che non ha più paura. «Ci hanno aiutato le timide aperture, un più facile accesso a internet, una buona formazione, un’idea di libertà e il fatto di non sentire il peso del passato. Solo lo Stato non se n’era accorto ed è rimasto sorpreso», sorride Abraham Jiménez Enoa, direttore di El Estornudo, tra i migliori giornali online dell’America Latina e tuttavia oscurato nell’isola. «Per la stampa valgono altre regole: i media indipendenti sono vietati, ci vedono come il demonio», racconta a IL.

Il Cine Oriente a Santiago de Cuba

E così in tanti si sono mobilitati, tra passaparola e social, hanno scritto petizioni, i più intrepidi si sono piazzati di fronte al Parlamento. Tra gli artisti, chi è abituato a fare residenze e progetti all’estero ha attivato i canali internazionali: la prima a rilanciare gli appelli è stata la direttrice della Tate Modern, dove era attesa una star del calibro di Tania Bruguera. E alla fine sono riusciti a convincere persino vecchie glorie nazionali non certo dissidenti, come Silvio Rodríguez, il cantore della Revolución

Risultato? Legge sospesa per verificarne la fattibilità, mentre il presidente Miguel Díaz-Canel pronunciava l’impensabile: «È evidente che una legge di questo tipo doveva essere più discussa». Pensare che il 349 è stato il suo primo decreto, firmato il giorno dopo l’insediamento. Lui, il primo presidente che non si chiama Castro, descritto come riformatore, firmava la legge più illiberale degli ultimi decenni. «Che sia un liberal», continua Jiménez Enoa, «è un bel racconto mediatico. È uno cresciuto dentro quel potere e alle sue regole: ma è un potere prigioniero di un discorso politico staccato dalla realtà».

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