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L’arte italiana è un polline

IL 111 06.05.2019

Milovan Farronato, 45 anni, piacentino

Giovanna Silva

Alla vigilia della Biennale, dall’11 maggio al 24 novembre, abbiamo incontrato il curatore del Padiglione Italia, Milovan Farronato. Ci ha raccontato le labirintiche ragioni delle sue scelte e dato il termometro della creatività nazionale. Finalmente capace di sconfinare e propagarsi

Il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia ha una storia recente tormentata, con proposte credibili di livello alternate a mostre controverse e discutibili. Della scorsa edizione, di buon livello, rimane negli occhi soprattutto lo spettacolare, intenso intervento di Roberto Cuoghi. Per la Biennale 2019, che inaugura tra pochi giorni, l’onore e l’altrettanto grande onere di curare il nostro padiglione nazionale toccano a Milovan Farronato, quarantacinquenne piacentino già forte di un curriculum internazionale. Una scelta credibile, che incarica un insider dell’arte sperimentale di oggi.

Tre gli artisti da lui invitati. Un’autrice dalla lunga carriera, ma il cui nome oggi non è sulla bocca di tutti, Liliana Moro; una star del contemporaneo, Enrico David; una giovane artista scomparsa quando la sua carriera stava decollando, Chiara Fumai. «La mia mente è stata attraversata anche da altre possibilità», racconta Farronato a IL, «ma d’un tratto questa costellazione di artisti mi è apparsa irrinunciabile. Liliana merita certo un riconoscimento internazionale, Enrico un degno ritorno in patria e l’opera di Chiara di essere colta e compresa nel suo significato storico-artistico».

Il nume tutelare del progetto è Italo Calvino, la forma del percorso espositivo è antilineare. «Il modello cui ho fatto riferimento è quello del labirinto come metafora della cultura nel mondo contemporaneo. Nel suo testo del 1962 La sfida al labirinto, Calvino non si pone il problema di come trovare la soluzione dell’enigma, l’uscita; piuttosto come si possa viverne attivamente l’esperienza. Il compito che Calvino assegna alla cultura è quello di trovare nuovi punti di vista dai quali indagare il mondo, sostenendo il dialogo con il caos della contemporaneità, assumendosi appieno dubbi e incertezze».

La spada nella roccia (1998), Liliana Moro

Che cosa verrà proposto dei singoli artisti? 

«Ci saranno opere inedite di tutti e tre. Di Enrico David, autore onnivoro e ipertrofico, creatore di forme antropomorfe e asserirei anche asessuate, abbiamo pensato di presentare molti lavori nuovi, soprattutto sculture, ma anche pittura, da accostare a opere storiche quasi sempre da lui rivisitate per il Padiglione. Di Liliana Moro viene proposto un percorso attraverso tutta la sua carriera e i diversi mezzi artistici di cui si è avvalsa. Nuove e importanti produzioni incontreranno opere rimaste abbandonate, talora da decenni, sugli scaffali del suo studio, spesso completamente inedite».

E come ha proceduto nel caso della Fumai (per scegliere e reperire le opere, per rispettare le volontà dell’artista…)? 

«Chiara Fumai sarà rappresentata da un inedito postumo, un murale che era stato originariamente pensato per la mostra collettiva Si Sedes Non Is, da me curata ad Atene nel 2017 alla galleria The Breeder in concomitanza con l’apertura di Documenta 14. Insieme decidemmo di non esporre questo lavoro, che Chiara ha successivamente portato a termine e di cui ho potuto curare le fasi di ideazione, ripensamento e definizione finale, per cui ora posso fedelmente trascriverlo sulle pareti del labirinto del Padiglione Italia. Il titolo, molto evocativo, recita: This last line cannot be translated (quest’ultimo verso non può essere tradotto)».

Il suo Padiglione sembra in contrapposizione con molte delle edizioni recenti. Quanta autonomia ha il curatore del Padiglione Italia, dopo la nomina? In alcune delle precedenti edizioni sembrava esserci una consonanza tra il taglio del padiglione e l’atmosfera politico-culturale del momento… 

«Prima e dopo la nomina ho potuto pensare, sviluppare e arricchire il mio progetto in piena autonomia e libertà. Sono convinto che l’Italia abbia nel tempo sviluppato una metodologia più scientifica e meno politica per individuare i criteri di scelta del curatore del Padiglione nazionale. Le indicazioni riguardo al progetto, che doveva mettere in dialogo il passato con il presente e rappresentare l’Italia, lasciavano totale discrezionalità ai partecipanti alla selezione. Ad esempio non era previsto l’obbligo di scegliere solo artisti di nazionalità italiana. Ho immaginato un progetto che esprimesse un’idea di italianità aperta, ricettiva, in permanente evoluzione, che continua ad arricchirsi di nuovi elementi e a creare nuove connessioni».

This last line cannot be translated (2017), Chiara Fumai

Quali possono essere le cause della difficoltà degli artisti italiani a lanciarsi ai massimi livelli sul piano internazionale? Lo stesso David si è affermato dopo il trasferimento all’estero; si parla già dei pochi italiani nella mostra centrale di quest’anno…

«Gli italiani, anzi le italiane, nella mostra principale di questo anno sono due: Lara Favaretto e Ludovica Carbotta. Considerando il fatto che la mostra cerca di rispecchiare un panorama artistico globale, 2 su 79 non è poco. Il fatto che siano entrambe donne mi sembra anche importante rispetto alle condizioni dell’arte contemporanea italiana, che storicamente ha sempre dato più spazio ad artisti uomini. Per me che vivo a Londra da sei anni, ma che torno regolarmente, l’Italia è un odore, un profumo, un paesaggio, una vibrazione. L’italianità può essere considerata un polline, che come tanti altri è destinato a essere disperso, a propagarsi, sconfinare, confondersi e mischiarsi ad altro. Enrico David ha portato questo polline in Gran Bretagna e ora, arricchito d’altro, lo riporta in Italia. Non è che andando all’estero si smette di essere italiani. Il Ministro Bonisoli durante la conferenza stampa di presentazione del Padiglione Italia, avvenuta a Roma lo scorso 27 marzo, ha detto che l’arte non ha frontiere e non ha passaporto, e io sono d’accordo. Ci sono molti altri artisti italiani riconosciuti a livello internazionale, penso a Paola Pivi, a Francesco Vezzoli, Giulia Piscitelli, Roberto Cuoghi, Marinella Senatore, Rossella Biscotti… Il limite che vedo nel sistema dell’arte italiano è piuttosto la mancanza di una visione condivisa, un sano e produttivo dialogo. Spesso istituzioni, curatori, galleristi e collezionisti evitano di confrontarsi, quasi fossero “gelosi” dei propri artisti».

Qual è la mostra o il progetto precedente alla Biennale di cui è più orgoglioso? Qui si tirano le somme del lavoro precedente o è un’esperienza diversa e inedita?

«Di certo il festival Volcano Extravaganza, ormai ricorrenza quasi decennale a Stromboli. L’isola, il vulcano, la montagna “sacra” offrono uno scenario unico per eventi performativi, interventi di arte effimera e per sperimentare l’arte “scalza”, spontanea, in modo immersivo e collaborativo. A Stromboli backstage e stage tendono sempre a coincidere così come il confine tra arte e vita dei partecipanti a ciascuna edizione».

Fortress Shadow (2017), Enrico David

Cosa arriva a Venezia di questa esperienza?

«La forte natura performativa che caratterizza Volcano Extravaganza e che era stata molto importante anche per Si Sedes Non Is si traduce nel mio labirinto veneziano nel ruolo attivo, partecipante del visitatore, nelle sue scelte, nei suoi passi, nei suoi eventuali, auspicabili incontri. Da Stromboli porto a Venezia, un’altra isola, un senso paradossale di produttiva instabilità. Un precipitato che è la vera essenza del labirinto». 

Quali artisti stranieri non potrebbero mancare in una sua Biennale, se le venisse affidata la mostra centrale?

«Tra gli stranieri che potrei immaginare di coinvolgere ci sono sicuramente Joana Escoval e Prem Sahib. La prima, portoghese classe 1982, fonde metalli quali l’oro, l’argento e il rame in un procedimento alchemico, realizzando sculture astratte, spesso ritualistiche. Sono oggetti esili, quasi volatili e tuttavia dotati di potenti vibrazioni energetiche. Li immaginerei accanto ad alcune forme asettiche dell’inglese Prem Sahib (1984), di cui mi colpisce la capacità di creare spazi che definirei “performativi”: un senso di movimento e narrazione resta molto vivo pur nell’assenza fisica del corpo. Il lavoro è legato alla scena queer londinese (e non solo) e a memorie di spazi che ospitano interazioni proibite. L’affiancare questi due artisti sarebbe un possibile inizio per aprirsi poi ad altre vie, ma non mi porrò del tutto questo quesito fintanto che non emerga la necessità di dargli davvero risposta».

I protagonisti della Biennale

La 58a Biennale arte di Venezia si svolge dall’11 maggio al 24 novembre all’Arsenale e ai Giardini. May you live in interesting times è il titolo scelto dal curatore Ralph Rugoff (New York, 1957, vive a Londra dove dirige la Hayward Gallery), che ha invitato 79 artisti. Molti i nomi già noti a livello internazionale, come Julie Mehretu, Tomás Saraceno, Rosemarie Trockel, Danh Vo, Cyprien Gaillard, Ed Atkins, Christian Marclay, cui si aggiungono nuove star come Jon Rafman, Hito Steyerl, Alex Da Corte, Neïl Beloufa. Due le italiane: Lara Favaretto e Ludovica Carbotta. Tra i protagonisti dei padiglioni nazionali, che si affiancano alla mostra centrale, Laure Prouvost per la Francia, Natascha Süder per la Germania, Cathy Wilkes per la Gran Bretagna e Martin Puryear per gli Stati Uniti.

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