Elezioni Europee 2019

«L’Europa deve fare di più per l’istruzione»

19.05.2019

Amsterdam, Paesi Bassi

L’Europa di chi ha meno di 30 anni. Intervista a Giulia Forester, account executive alla TransPerfect. 29 anni, di Varese, vive in Olanda, ad Amersfoort

La sua piccola potrebbe nascere il giorno delle elezioni europee, il termine è previsto per il 25 maggio. «Basta che non anticipi, dato che io voto il 23 e il 24 e non vorrei certo partorire al seggio». Giulia Forester, una vita giramondo già nel cognome e una laurea in filosofia alla Statale di Milano, sta mettendo radici in Olanda. Per la precisione ad Amersfoort, una città di più di 150mila abitanti, a 40 minuti di auto da Amsterdam. Il Paese dei mulini a vento Giulia l’ha conosciuto durante un internship di lavoro in un’azienda che si occupa di traduzioni e sviluppo tecnologico per videogame. Lì, poco prima di tornare a casa, anzi a Barcellona, per un’altra esperienza di lavoro, ha conosciuto il suo ragazzo, un olandese doc. «In realtà, è un po’ crucco, proviene da quella piccola punta dell’Olanda meridionale, incastonata tra Germania e Belgio. Grazie a lui, ho finalmente capito dove si trova la famosa Aquisgrana che si studia al liceo».

Prima di tornare in Olanda, ci sono voluti tre anni di vita a Barcellona. «Lì mi sono iscritta all’Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero, ndr). Non capisco perché molti non lo facciano. Non è solo l’unico modo per votare, a meno che uno non torni nel proprio Paese per andare al seggio, ma è anche un’opportunità per avere agevolazioni, anche a livello di tasse». L’esperienza in Spagna le è piaciuta fino a un certo punto. «Quando ho dovuto fare la dichiarazione dei redditi, sono finita in un ufficio dove non solo non parlavano inglese, ma nemmeno castigliano, solo catalano. In Olanda non è così: al lavoro parlo solo inglese, tutto è più veloce, basta un clic per tante questioni burocratiche».

Giulia Forester

Per Giulia è innegabile che i Paesi Bassi abbiano una marcia in più: la velocità del servizio in ospedale, il fatto che i giovani vadano fuori di casa presto, la tolleranza e la mentalità aperta che si insegna nelle scuole pubbliche. Eppure le danno molto fastidio i luoghi comuni contro l’Italia. Se i ragazzi olandesi vanno fuori di casa presto, è anche perché ricevono 300 euro al mese dallo Stato. Comparare una nazione con 17 milioni di abitanti, racchiusa nel cuore dell’Europa, con una con più di 60 milioni di abitanti, per di più affacciata sul mar Mediterraneo, in piena crisi migratoria, non è proprio semplice.

«Vorrei che ci fosse più obiettività, più correttezza nel raccontare la realtà. Anche qui in Olanda stanno prendendo piede gli estremismi. L’immigrazione è alta, ci sono tanti stranieri di origine marocchina e turca e la politica del populismo e del razzismo si sta facendo sentire. Ma anche nello spettro politico opposto c’è una sorta di estremismo. È come se l’Olanda fosse divisa a metà: ad Amsterdam la sinistra tollerante e ambientalista, nei piccoli centri la destra razzista. Non c’è via di mezzo».

Sarà per questo che per lei l’Europa è la rete di protezione. Quel legame culturale da difendere, da non lasciare andare, che ti differenzia dalle altre parti del mondo e che ti fa sentire cittadino con una storia comune. «Soprattutto a livello formativo, credo che l’Europa debba fare di più. L’istruzione è l’unico modo per migliorarsi, aprire la mente, fare esperienze sempre più ricche. Per mia figlia voglio un mondo tollerante, dalle frontiere aperte, più pulito e trasparente. Non voglio che abbia bisogno del passaporto per viaggiare». Giulia, per ora, il passaporto ha scelto di tenerlo solo italiano, anche se si sente metà italiana, metà europea. La sua bimba avrà la doppia cittadinanza. Lei no. Sia perché non è sposata sia perché superare l’esame di olandese non è per niente facile. «Ma dovrò impararlo, se voglio capire cosa si dicono mia figlia e suo papà!».

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