Agenda

Liberato, prigioniero del “business plan”

28.05.2019

Il solito ritratto di Liberato: felpa+cappuccio+logo. Nelle altre immagini qui sotto, frammenti dai video della serie “Capri Rendez-Vous”

Colpa dell'identità nascosta e di tutte le strategie di marketing che gli hanno cucito addosso: ogni volta che pensiamo all'artista/progetto napoletano, piuttosto che pensare alla musica, ci vengono da fare un sacco di altri ragionamenti

Dite la verità: da bambini pure voi tutte le sere guardavate l’Uomo Tigre nella speranza di trovarvi di fronte la puntata nella quale si sarebbe tolto la maschera. Niente di troppo nuovo sotto il sole: è probabilmente per lo stesso motivo che i vostri padri guardavano il telefilm di Zorro e i vostri nonni leggevano i fumetti dell’Uomo Mascherato. La maschera, il mistero intorno all’identità, lo pseudonimo come cifra stilistica sono formidabili catalizzatori di attenzione per chi fa arte. A qualsiasi livello. Proprio come il caro, vecchio “vedo-non vedo” rappresenta da sempre il sale dell’erotismo. Ogni esperto di marketing vi dirà poi che il teaser, se lo sai usare, è uno strumento potentissimo quando si tratta di promuovere qualcosa di nuovo e, a ben guardare, non c’è teaser migliore che immettere sul mercato un prodotto senza spiegare fino in fondo da dove viene, chi lo produce e, in definitiva, di che cosa si tratta. Con la maschera, signore e signori, si vende meglio. Quanto è vero che solo se ci date la maschera – per parafrasare il Poeta – vi diremo la verità.

Chissà perché quando parliamo di Liberato, il misterioso progetto di musica elettronica in lingua napoletana che tiene banco da ormai due anni, piuttosto che pensare alla musica ci vengono da fare tutti questi ragionamenti. C’è lui che non sai chi è, perché appare di spalle con il volto travisato dalla vistosissima felpa autografa, quell’estetica che ricorda le curve calcistiche. C’è una data ricorrente – 9 maggio – che coincide col titolo del suo primo singolo, con il giorno della sua prima storica esibizione sul Lungomare di Napoli (9 maggio 2018), quando raccolse 20mila persone per un concerto gratuito, ma anche la release date (9 maggio 2019) del suo primo album. Ci sono i video di Francesco Lettieri, regista feticcio dell’itpop contemporaneo che ci ostiniamo a chiamare indie. C’è un’importante attività social che passa dalla pagina Facebook ufficiale dell’artista con oltre 113mila like al canale YouTube (220mila subscriber), dall’account Instagram (271mila follower) fino a qualche recente utenza «satellite», come quella di Radio Cavone Stereo, fantomatica emittente radiofonica che rilancia sul web informazioni semiserie riguardanti il cantante.

C’è una poderosa operazione di marketing sulla quale ci siamo soffermati più volte che, l’anno scorso, portò a una partnership con Converse (le One Star Liberato, serie limitata delle celebri sneaker, furono lanciate in occasione del concerto milanese), per sfociare quest’anno in un sito di merchandising e due pop-up store che lascerebbero presagire il passaggio da una strategia delle serie limitate al mass-market. Aspetto divertente: se acquistate, «per cortesia fornite sempre nelle note un recapito telefonico», vi si legge quando si prova a fare un ordine. Curioso che il cantante anonimo per eccellenza chieda il numero di cellulare ai suoi fan. Adesso c’è pure il progetto cross-mediale che incrocia cinque brani dell’album di Liberato (Guagliò, Oi Marì, Nunn’a voglio ‘ncuntrà, Tu me fai ascì pazz’ e Niente) a un vero e proprio cortometraggio in cinque capitoli firmato da Lettieri (Capri Rendez-Vous), storia che parte nella Capri degli anni Sessanta e arriva a oggi di un amore impossibile tra una diva della Nouvelle Vague (omaggio a Il Disprezzo che Jean-Luc Godard ambientò nell’isola di Tiberio?) e un guaglione tipicamente liberatiano. Insomma, c’è tutto questo ambaradan che, messo assieme, funziona stramaledettamente bene. Pura narrazione, direbbero quelli bravi.

Ci piace la musica di Liberato? Ci verrebbe da rispondere affermativamente, perché il progetto a livello musicale sta in piedi, eccome. È «contemporaneo», dicono sempre quelli bravi, pur ammiccando alla tradizione della canzone classica napoletana con un citazionismo che ha del compulsivo. Eppure, è più forte di noi: alla domanda «Ci piace la musica di Liberato?» ci viene sempre da anteporre un’altra domanda: chi è Liberato? E l’anno scorso avremmo detto: un collettivo di artisti del giro di Bomba Dischi che porta alle estreme conseguenze il concetto di marketing applicato alla musica. Quest’anno, forse, risponderemmo: un collettivo di artisti sempre di quel giro là che, quando può, fa marketing applicato alla musica ma, insieme, prepara il debutto cinematografico di Francesco Lettieri. Ha a che fare inequivocabilmente con il marketing l’apertura a sorpresa dei pop-up store di Milano il 23 maggio e Napoli il 25 maggio.

Qualunque cosa sia, quello che fanno sembra lo facciano bene. Ma la domanda vera dovrebbe essere un’altra ancora: ci piacerebbe lo stesso Liberato se non portasse la maschera? Sarebbe ancora sexy se avesse un curriculum consultabile su Linkedin, un crowdfunding aperto su Musicraiser, un faccione tatuato da trapstar, se invece di essere l’Uomo Tigre fosse Antonio Inoki? Difficile rispondere. Grande la tentazione di derubricarlo a tardo epigono degli Almamegretta, addirittura meno ispirato dei 24 Grana che, tutto sommato, di Raiz e Gennaro T erano praticamente contemporanei. Ma lo sapete ormai che è colpa nostra ché siamo vecchi invecchiati male.

Per orientarci in questo inferno minore che si chiama itpop ci serve giusto un Virgilio. Nella fattispecie, chi meglio di Gianni Valentino, autore del libro Io non sono Liberato? «Per tanti, fan o addetti ai lavori», spiega, «Liberato è una sorta di rivoluzione musicale d’avanguardia. Per esserlo dovrebbe evitare certi scivoloni autoreferenziali. Periodicamente Napoli vive terremoti sonori: Renato Carosone, Peppino Di Capri, The Showmen, Pino Daniele, Nino D’Angelo, Bisca, Almamegretta, per dire. Alla luce della cinquina Capri Rendez-Vous noto una autocelebrazione di sé. Il cantante/indovinello ricicla gli elementi dei primi brani che tanto avevano stupito o sedotto e ne esaspera il presunto potenziale. Esempio: il parallelo ritmico tra Me staje appennenn’ amò e Nun ‘a voglio ‘ncuntrà. Quasi gemelle. Peraltro in quest’ultima cuce una bestemmia che ricalca il secondo coro delle lavandaie da La gatta Cenerentola di Roberto De Simone. È eccessivamente egoriferito nell’esperanto di napoletano pop/neomelodico/club/folk/dub e sillabe francesi, rime inglesi, prepotenti evocazioni spagnole. Compie i medesimi errori di scrittura/pronuncia fatti nei singoli del passato, vedi Si nun c’appiccicamm’ in Niente, l’unica canzone che mi affascina. E naturalmente», continua Valentino, «c’è iperattività improvvisa sul profilo Facebook dopo la latitanza lunga una gravidanza. Tutto ciò perché è in arrivo il concerto del 22 giugno a Roma».

Assai probabile che il live nella Capitale si faccia all’Ippodromo delle Capannelle, quindi dovrebbero esserci una nuova data napoletana e addirittura un tour. «Più in là capiremo», conclude l’autore di Io non sono Liberato, «quanto realmente queste canzoni resteranno immortali come quelle che lui cita in ogni ritornello». Valentino s’è fatto più di un nemico, a Napoli e soprattutto fuori, per le sue ricerche sull’identità di Liberato. E invece avrebbero dovuto fargli un monumento. Chi se lo sarebbe mai filato l’Uomo Tigre se non ci fosse stato qualcuno pronto a strappargli la maschera a ogni puntata? Perché – se non lo avete ancora capito – l’Uomo Tigre vive a Napoli. Citofonare Liberato.

Chiudi