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Il male di vivere sotto quelle divise

IL 112 30.05.2019

Parigi, la polizia in tenuta anti-sommossa durante una manifestazione dei gilet gialli

Stress, rischi, insulti. Aumentano i casi di suicidio fra i poliziotti francesi. Nella Loira, un centro di cura aiuta gli agenti in difficoltà

Nelle sale seicentesche del castello di Courbat, alle porte di Tours, ogni mattina alle 7 e 45 in punto lo strillo di una sirena annuncia l’appello. In fila indiana, una sessantina fra gendarmi, poliziotti e guardiani di prigione si presentano per recuperare il programma della giornata. La cadenza è militare: per tutti, due ore di sport obbligatorie e un colloquio con uno psicologo. Poi, mentre alcuni vanno a pescare negli stagni nascosti nella foresta che circonda il castello, altri si dedicano al giardinaggio, o a un atelier di disegno. Quella che assomiglia a una strana colonia di vacanza è in realtà il primo e unico centro di salute mentale riservato alle forze dell’ordine francesi, fondato nel 1953 e gestito dall’Association national d’action social de la police.

Ogni anno, sono 400 gli agenti che chiedono di essere ammessi a Courbat per guarire dalle ferite invisibili del mestiere: disturbo post-traumatico da stress, depressione e dipendenze, che si accompagnano spesso a pensieri suicidi. «Curarsi resta una scelta volontaria, che può costituire un’alternativa alla sanzione disciplinare», spiega a IL Loïc, commissario di polizia in un quartiere sensibile di Lione. In passato, ha già preso la decisione di privare dell’arma di servizio un agente troppo affezionato alla bottiglia, prima di convincerlo ad andare in rehab. Il commissario, che come altri dirigenti è stato formato dal personale medico di Courbat a riconoscere i sintomi del “burn-out” dei propri collaboratori, assicura di essere «più cosciente dei rischi psico-sociali del mestiere». Una necessità, visto che il tasso di suicidi tra le forze dell’ordine è di tre volte superiore a quello della popolazione civile. In Francia, dall’inizio dell’anno, già 28 poliziotti, due gendarmi e due pompieri si sono tolti la vita. Cifre allarmanti (il doppio rispetto a quelle del 2018) sulle quali il Governo non tollera più alcuna ironia: a fine aprile, un rappresentante del movimento dei gilet gialli è stato processato per direttissima a Parigi (e condannato a 8 mesi di prigione e 150 ore di lavori socialmente utili) per aver scandito lo slogan «Poliziotti, suicidatevi!» durante un corteo.

A dimostrazione di una maggior sensibilizzazione al fenomeno, il ministro degli interni Christophe Castaner sta proseguendo il piano di prevenzione inaugurato nel 2015 dal suo predecessore, che ha già portato all’ingaggio di sei psicologi per affiancare le nuove reclute durante l’addestramento, alla creazione di più di 2mila cassaforti individuali dove gli agenti in servizio nella Val-D’Oise (il dipartimento dell’agglomerazione parigina maggiormente colpito dai suicidi) sono invitati a deporre l’arma di servizio per non portarla a casa a fine turno, e alla promessa di uno studio più attento dei planning dei funzionari. A giugno, sarà inaugurata persino una reperibilità telefonica per aiutare gli agenti in difficoltà. Ma «in pochi accetteranno di confidarsi» assicura un agente, convinto che il malessere psicologico sia ancora «il più grande tabù della professione».

Se le cause del suicidio sono multifattoriali, per i sindacati e l’associazione Mouvement des policiers en colère – la cui portavoce Maggy Biskupski si è tolta la vita lo scorso novembre – uno dei principali responsabili della situazione attuale è il sovraccarico di lavoro causato dalle manifestazioni anti-Macron, che dal 17 novembre 2018 scuotono le piazze del Paese. «Ogni sabato, centinaia di black bloc ci lanciano addosso molotov e “cacatov”, cioè bottiglie riempite di escrementi», confida un agente antisommossa di Parigi. «Subiamo senza intervenire, la gerarchia vuole limitare gli scontri». Perché di feriti, dall’inizio del movimento dei gilet gialli, ce ne sono stati troppi: 1.500 agenti delle forze di polizia e oltre 2.200 civili, più di duecento dei quali lamentano gravi ferite causate dai micidiali proiettili di gomma sparati dai fucili LBD 40 – un’arma “dissuasiva” nel mirino di Amnesty International. La mediatizzazione degli atti di brutalità poliziesca che hanno punteggiato le manifestazioni ha contribuito a fomentare l’opinione pubblica: dopo una breve luna di miele post-attentati, il popolo francese ha ricominciato a disprezzare le forze dell’ordine. «Quando lavoriamo ci coprono di insulti, e quando rientriamo a casa i nostri figli sono già a letto», racconta un poliziotto della BAC, la Brigade Anti Criminalité. «Evito di farmi troppe domande. Ho paura che il giorno in cui le risposte non arriveranno più, sarà il punto di non ritorno».

La disillusione scorre nelle vene di molti funzionari, quando scoprono sul campo che gli ideali di difesa dei più deboli sono a volte incompatibili con le logiche politiche. Come si legge nell’allarmante rapporto di una commissione d’inchiesta parlamentare reso pubblico lo scorso luglio, «lo scoraggiamento e la perdita di senso e di motivazione delle forze dell’ordine annunciano una crisi che rischia di mettere in pericolo il buon funzionamento del servizio pubblico di sicurezza». «Da quando ho integrato la mia brigata, tre ragazzi hanno già abbandonato questa carriera per trasferirsi all’estero, e ho perso il conto di quanti stanno preparando attivamente una riconversione professionale», conferma un gendarme di ventisette anni. «Siamo esausti: basta una scintilla per far saltare tutto in aria. Due dei miei colleghi si sono sparati un colpo in testa, uno di loro era appena diventato padre».

Per tamponare l’epidemia, da gennaio il centro di Courbat ha attivato un programma speciale di soggiorni brevi. «Alcuni agenti pensano di non poter abbandonare i colleghi per seguire la cura tradizionale di due mesi, per questo abbiamo pensato a forme di ricovero-lampo di 15 giorni, che permettono di trattare in urgenza i primi sintomi», ha dichiarato la direttrice Sarah Trotet, certa però che i funzionari esauriti si consentiranno di bussare alle porte di Courbat solo quando lo tsunami dei gilet gialli si sarà finalmente calmato. Inquieto, il direttore generale della polizia Eric Morvan ha già indirizzato a tutti gli agenti una lettera aperta, per provare a convincerli che «riconoscere la propria sofferenza è un atto di coraggio, non una debolezza».

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