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Spose bambine, italiane

IL 111 24.05.2019

Niermo, venduta a 14mila euro quando aveva 13 anni: la sua storia non arriva da un Paese lontano, ma da Firenze, e non è un caso isolato. Il nuovo reato di matrimonio forzato è un passo avanti. Ma le leggi, da sole, non bastano

«A che età si può andare in sposa? La regola è quando diventi donna. Undici, dodici anni,  ma anche nove. Se sei pronta, è così. Basta». Questa è una storia di violenze e tradizioni, di bimbe vendute e matrimoni forzati. È la storia di Niermo, pseudonimo di una ragazzina dagli occhi grandi e l’infanzia infelice. Ma non è una storia che arriva dall’Afghanistan dei talebani o dallo Yemen, dove la piccola Noujoud Yasser per prima – tra le tante spose bambine di quel Paese – lottò per ottenere il divorzio, a 10 anni. Questa è una storia italiana, e non l’unica. Tanto che è stato appena varato il reato specifico di matrimonio forzato, introdotto insieme all’approvazione del Codice rosso.

«Mentre tre poliziotti erano rimasti a casa, per fermare mio padre, gli altri mi portavano via con la macchina. Fu in quel momento che mia mamma uscì fuori di casa urlando: “Puttana, torna qua!” Sono state le ultime parole che ho sentito, mentre vedevo sparire la mia casa, tra le lacrime».

Niermo vive in una località protetta. Lontana dalla famiglia, da quel passato e da ricordi come questo, vissuti a Firenze a tredici anni. Ora, appena diventata maggiorenne, è ritornata a scuola, dopo tanto tempo; riesce a immaginare il suo futuro e ha scoperto anche la gioia «di stare davanti allo specchio con un mascara», in questa nuova vita in cui si è portata almeno due cose della vecchia: «Un vecchio cellulare e il gioco Clash of Clans», racconta. Ad entrambi deve la sua nuova esistenza, in cui sogna di poter firmare, prima o poi, con un nome diverso da quello di nascita. Per chiudere ogni ponte con quegli anni, in cui il padre, insieme al resto della famiglia, progettava di venderla per 15mila euro a degli sconosciuti. Gente arrivata un giorno a casa sua a Firenze, per andare a toccare il suo corpo e verificare la sua verginità. Prima di chiudere il patto e versare un acconto. Poi il saldo. Una compravendita siglata anche da una «fascetta rossa, con un brillantino, che dovevo indossare sul braccio», racconta. Un segno, per dire al mondo che lei era «cosa loro». Di quell’uomo, cioè, che sarebbe diventato suo marito e della famiglia di lui, origini rom come la sua, che l’avrebbe di lì a poco portata in Francia. È per storie come questa (come quella, dalla conclusione drammatica, di Sana, la diciottenne bresciana uccisa in Pakistan per aver rifiutato le nozze; come quella di Rashida, giovanissima egiziana che viveva alle porte di Milano; o ancora come quelle di un’altra adolescente di origini marocchine che ha chiesto aiuto a Torino) che il nuovo reato prevede la punibilità anche «se commesso all’estero, in danno di un cittadino o straniero legalmente residente in Italia», recita il testo.

«Quel giorno», ricorda Niermo, «mio padre venne a prendermi a scuola. A casa, c’erano questi signori, con il figlio. Dovevano vedermi per capire se gli andassi bene. Mi toccavano la pelle, i capelli. Mi facevano i complimenti per il seno. Mi guardarono le mani, perché solo se piccole vuol dire che sai fare tutto. Mi fecero camminare e raccogliere oggetti  da terra, per capire se avessi qualche problema fisico. Prima di tutto, però, si accertarono che fossi vergine. È una condizione fondamentale e influisce sul prezzo».

Niermo gesticola e mima i gesti. E io immagino questa ragazzina, cresciuta nelle nostre città, lasciarsi esplorare e sentire gli altri decidere della sua vita. E mi vengono in mente scene di film sull’Italia rurale del Dopoguerra. O i racconti, di oggi, della Locride, dove una tredicenne viene promessa in sposa, per siglare un patto di ‘ndrangheta tra famiglie; come pure nei feudi di camorra, dove già anni fa Ilde Terracciano veniva costretta, alla stessa età, a un’unione forzata con un boss.

 

«Io ero lì, ascoltavo, non potevo dire niente. Ma all’inizio forse ero anche un po’ felice: per la prima volta, ero al centro dell’attenzione», ricorda Niermo. E i suoi grandi occhi verdi ogni tanto si velano di malinconia e incredulità. «Mi portarono dei cioccolatini, un anello e una collana. Oltre alla fascetta, quella rossa da mettere al braccio, che mia nonna mi costrinse a indossare anche per buttare l’immondizia, perché nel quartiere vedessero e sapessero. Nell’altra stanza, nel frattempo, gli uomini stabilivano il prezzo: 15mila, poi ribassato a 14».  

Pensi che la realtà che vivi sia l’unica possibile, quella giusta e normale, soprattutto se hai solo tredici anni e si tratta dei tuoi genitori. Eccola, «l’inferiorità psichica o la persuasione fondata su precetti religiosi», di cui parla ora la legge. Così Niermo si faceva guardare, scrutare. E anche se non le piaceva l’idea di dover partire, all’inizio lo accettava, con rassegnazione. E in qualche momento, perfino con gioia. Finché il mondo non le iniziò a mostrare un’altra dimensione. «A scuola, raccontai tutto alla mia compagna. E lei mi disse: guarda che non è normale. Io pensavo fosse gelosa, perché io avevo le attenzioni, l’oro e lei ancora nulla. Però mi invitò a pensarci bene. E da lì, cominciò tutto». Tutto il percorso che ha portato il padre alla condanna in primo grado a 13 anni per maltrattamenti emessa dal Tribunale di Firenze. Ora il reato sarebbe stato anche quello di “matrimonio forzato”.

Sotto la felpa un paio di taglie più grande, il sorriso fresco di questa ragazzina cresciuta troppo in fretta è disarmante. Sorride di emozione e incredulità, mentre ripercorre il film della sua vita. «Pensavo che sarei diventata una principessa con quegli ori. Ma poi, dai vetri delle finestre vedevo le altre ragazze in giro, vestite, truccate, con la gioia addosso, e io invece in casa dovevo pensare a diventare moglie. Perché dal momento del fidanzamento non ho potuto più uscire di casa, se non per andare a comprare medicine o fare la spesa. In genere, mai sola. Mio padre non voleva che andassi più a scuola, il perché l’ho capito poi: temeva che scoprissi i miei diritti. E allora, più passavano i giorni, più mi rendevo conto che per me l’unica via d’uscita era andare in Francia con quelli là e poi ammazzarmi. Là, non qua. Non volevo far fare brutta figura ai miei genitori».

Da fiaba, dove ci sono mostri cattivi, pericoli imminenti e destini che sembrano segnati, questa diventerà una storia di coraggio, di riscatto, di sentimenti e tecnologia. «All’inizio cominciai a mangiare. Mangiare, mangiare, mangiare: mangiavo tantissimo, soprattutto dolci. Per ingrassare. E poi non mi curavo la pelle. Non volevo piacere più al mio futuro marito e alla famiglia, così il contratto sarebbe saltato. E sarebbe saltato se io avessi perso la verginità. In quel caso, però, i miei genitori avrebbero dovuto restituire il doppio dei soldi». 

A un certo punto, quando il tempo sta per scadere, come una sorta di deus ex machina, entrano in questa storia un vecchio cellulare abbandonato e un cugino. «Fu lui a farmi scoprire questo gioco sul telefono, Clash of Clans. Una storia di municipi virtuali da costruire e fortificare e gruppi virtuali di giocatori da creare. Cominciai piano piano ad appassionarmi. Fino a che non diventò come una droga. Quando mio padre mi insultava, mi chiudevo nello sgabuzzino in lacrime, accendevo il telefono ed entravo in questa che mi sembrava la mia vera vita. Io parlavo, scherzavo e ridevo. Ridevo proprio tanto. Soprattutto con un ragazzo, con cui creammo un gruppo tutto nostro. Era diventata una famiglia, sapeva lui molto più di quanto sapessero i miei cari. Raccontavo che frequentavo l’istituto alberghiero, che avevo un fidanzatino, che ci eravamo lasciati: tante balle». Balle, per somigliare di più alla vita che avrebbe voluto vivere e non a quella in cui veniva venduta per 14mila euro. «Almeno con me, i miei genitori volevano guadagnare qualcosa, ho sentito mio padre dirlo, visto che invece mia sorella a 18 anni era scappata. E temevano potessi farlo anch’io, una volta maggiorenne».  

In tutti i legami autentici, le bugie cedono prima o poi il passo alla realtà. E lei confidò al suo amico speciale quanto le stava succedendo. Il matrimonio, il patto, la partenza. Da lì in poi, quel cellulare le avrebbe cambiato la vita, oltre che allungata, come recitava una vecchia pubblicità. Quel ragazzino, che lei non aveva mai visto in faccia e che abitava dall’altra parte d’Italia, si trasforma nel suo principe. Che esce dalla dimensione virtuale e va a salvarla. Con l’aiuto della sorella, sporge denuncia e racconta agli investigatori tutto quello che sa di una coetanea conosciuta tra municipi e strade di fantasia. Così inverte il destino vero di Niermo. «“Sai perché siamo venuti? Ci ha mandato lui”, mi raccontò la poliziotta, il giorno in cui arrivarono a casa. Io non ci credevo, mi ripetevo che non era possibile che dal cellulare tutto questo fosse diventato reale. E invece lo era. Mi fecero prendere in pochi minuti solo telefono e documenti e mi portarono via».

Casa famiglia e località protetta, lontana. Affidata formalmente al Comune, dopo l’iter giudiziario, la condanna del padre e la perdita della patria podestà. «Niermo ha fatto la sua parte perché la giustizia facesse il suo corso, ma abbiamo ritenuto che per lei fosse meglio non costituirsi parte civile contro il genitore», ripercorre i fatti il suo avvocato Elena Navello, diventata il punto di riferimento per questa ragazza. «Ora ha bisogno soprattutto di serenità e di lasciarsi alle spalle tutto», riflette il legale, che, dopo l’introduzione del nuovo reato, sollecita «la predisposizione di idonee strutture di supporto, perché in questi casi si trancia del tutto il legame con la famiglia».

 «Un reato può aiutare, ma attenzione, che non ci sia una caccia alle streghe: le ragazze non parlerebbero», è il monito di Tiziana Dal Pra, storica presidente di Trame di Terre, una delle poche associazioni che ha iniziato, in Emilia Romagna, a occuparsi di matrimoni forzati. «Nelle scuole, ci raccontavano che le ragazze a un certo punto sparivano, in genere dopo l’estate, o parlavano di qualcosa di brutto che doveva succedere loro». Le storie ascoltate in più anni nella prima casa di accoglienza aperta in Italia, dove sono nati anche due bimbi da relazioni forzate, sono tutte un po’ simili: «All’inizio, c’è quasi sempre una bugia, per esempio “la nonna sta morendo”, per convincere le ragazze, per lo più immigrate di seconda generazione, a partire verso il Paese di origine, e poi scoprire là di doversi sposare». È per questo intreccio di ricatti affettivi e dinamiche familiari che gli operatori si adoperano affinché alle novità penali si affianchino campagne informative, per favorire cambiamenti culturali. «Le ragazze, davanti alla prospettiva di dover soltanto denunciare i genitori, magari ancora privi di cittadinanza, potrebbero preferire tacere. Sarebbe un passo indietro». E questo non può avvenire. 

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