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Stiamo perdendo la guerra alla coca

IL 111 09.05.2019

In queste immagini, le operazioni di polizia (aeree e via terra) delle forze armate colombiane contro i trafficanti di cocaina

Nuovi clan di narcos si insediano nelle aree lasciate dalle Farc. E gli incentivi statali non bastano ai coltivatori per cambiare vita

La canoa sbatte violentemente contro l’argine del Rio San Miguel, al confine tra Colombia ed Ecuador. Scendiamo velocemente, incespicando nel terreno fangoso. Accanto, si scorgono piante di coca ovunque, protette dalla selva amazzonica. Un gruppo di bambini gioca a calcio con una palla di stracci. Nico ci saluta calorosamente, machete alla cinta, cellulare in mano e cappello di paglia. È un cocalero, un produttore di coca. Poco lontano c’è un piccolo laboratorio con solventi, calce e petrolio per produrre pasta di coca, pronta per la lavorazione e facile da trasportare. In questi territori la coca è sopravvivenza. «Qui nel Putumayo la domanda continua a crescere e il governo non paga abbastanza per la sostituzione della coltura», racconta Nico. Come altre regioni di confine, è stato per anni il territorio dei cocaleros. Ma anche delle Farc, l’organizzazione rivoluzionaria comunista, e degli abusi di militari e paramilitari, spesso culminati in stragi di civili.

Il disarmo e il rientro alla vita civile delle Farc (con l’accordo di pace 2016) ha aperto spazi per nuovi gruppi di narcotrafficanti che hanno preso il controllo della giungla. Non solo bande locali. «Nel Putumayo e nella vicina provincia di Nariño sta penetrando sempre di più il cartello messicano di Sinaloa», spiega Nico indicando la foresta. Con tutto il loro potere di fuoco ed economico. Si spostano attraverso il confine, usano vie di trasporto sicure. Nel vicino municipio di La Hormiga, il sindaco Luis Fernando Palacios preferisce non pronunciare il nome del cartello. «La Colombia ha molte aree lasciate vuote, come questa. Se non vengono pattugliate dallo Stato il narcotraffico se le riprende».

 

Il nuovo governo conservatore di Iván Duque Márquez, eletto nel 2018, sta perdendo la guerra contro la coca. Nel 2012 l’area coperta dalle coltivazioni nel Paese andino era di 78mila ettari, in grado di produrre 165 tonnellate di prodotto raffinato. Nel 2017 la Drug Enforcement Administration statunitense ha registrato un aumento notevole in quell’area, circa 230mila ettari, con una produzione di cocaina di 900 tonnellate. Un record, confermato dallo stesso governo. Le compensazioni in denaro per smettere di coltivare la coca hanno spinto molti agricoltori a riconvertire i campi nella speranza di prendere i sussidi. «Ma lo Stato ricompensa solo chi coltivava coca prima dell’accordo di pace», spiega Nico. «E comunque si guadagna di più a continuare: le compensazioni sono troppo basse». Così l’epidemia di coca continua e gli americani, che hanno fatto della war on drugs una priorità, hanno perso la pazienza. Trump il 29 marzo scorso ha commentato caustico: «Arriva sempre più droga dalla Colombia: dunque non ha fatto nulla per aiutarci [a fermare il narcotraffico]».

La pioggia batte lieve sul tetto di lamiera della piccola biblioteca ricoperta di volti degli eroi della rivoluzione colombiana. William Macías Peña, nome in codice “Robinson”, è uno dei comandanti Farc locali, responsabile dello Spazio territoriale di formazione e re-incorporazione nel comune di Puerto Asís, Putumayo. «Qui trovano rifugio circa 350 combattenti, solo una parte dei 13mila guerriglieri disarmati dall’accordo di pace. Circa 500 hanno defezionato tornando nella macchia, sfruttando l’appoggio delle organizzazioni criminali. Sono traditori», spiega Robinson. «Le Farc hanno dato la loro parola e continueremo a perseguire la pace, a qualsiasi costo, anche contro chi cercherà di sabotare l’accordo». Ma a microfono spento non sono pochi quelli che nutrono dubbi su quello che sta succedendo con Duque al governo. I numeri dei disertori in tutto il Paese sono in aumento e ingrossano le fila dei narcotrafficanti. Sta traballando l’accordo di pace siglato con le Farc e al momento è sospeso anche il negoziato con l’Ejército de Liberación Nacional, un altro movimento rivoluzionario marxista, oggi ancora molto attivo, a causa di una bomba esplosa il 21 gennaio a Bogotà (21 morti). Non aiuta certo la dura repressione dei militari e le minacce del governo: dalla firma dell’accordo sono morti in 439 tra operatori umanitari, leader sociali e difensori dei diritti umani. Una cosa è certa: l’instabilità crescente è il terreno politico e tattico perfetto per i criminali, narcos colombiani e messicani.         

«Per sconfiggere la coca e riaffermare la pace è fondamentale sostenere il primo punto dell’accordo: uno sviluppo rurale integrale», spiega Mario Cabal Figueroa, che con l’ong Cisp sta implementando un progetto finanziato dall’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, che sulla pace e sullo sviluppo sostenibile lavora da molti anni. Senza il sostegno a campesinos e cocaleros si rischia di tornare indietro di vent’anni. «Il governo, sotto la spinta statunitense, punta sulle fumigazioni con quantità elevate di glifosato, un diserbante tossico. Questo però rischia di creare una crisi nei territori interessati, dove molta gente dipende dall’agricoltura. «Dobbiamo fare piani di sviluppo dal basso che includano tutti, con partecipazione diretta alle comunità nel processo decisionale. La gestione della terra è la chiave. Invece che dare i giovani in pasto alla coca, dobbiamo generare uno sviluppo economico di lungo termine, creando piani di sviluppo territoriale», continua Cabal Figueroa. Prodotti alternativi alla coca come il cacao, il peperoncino o la frutta esotica; la creazione di distretti culturali; lo sviluppo sociale ed educativo di contadini ed ex combattenti Farc: sono solo alcuni dei piani che saranno sviluppati dalla cooperazione qui nel Putumayo nei prossimi tre anni. Nella speranza che si preservi il processo di pace. 

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