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#vacheselfie

IL 111 23.05.2019

@fontanesi / I collage di questo artista di base a Torino, che si cela dietro il nome di un pittore dell’Ottocento per restare anonimo, creano identità deformate dalla forte carica surrealista

Ci sono i surrealisti che sabotano la razionalità di chi guarda. Gli iperrealisti che fotografano persone che assomigliano a cose. I dadaisti in bilico fra meta-ritratti e ready-made. Le gallery di Instagram cambiano i connotati alla realtà. E un po’ anche all’arte

Da quando il mondo è sovrappopolato, le persone studiano aspetto e comportamenti reciproci per le ragioni più disparate. Osservarsi: non è il più soddisfacente e inutile passatempo di sempre? Tanto inutile che esiste un social ad hoc, Instagram. Se usata male, la piattaforma può farci finire in un cosiddetto rabbit hole: tunnel voyeuristici che con un colpo di polpastrello ci risucchiano da una semplice sbirciata alla manicurist di Lena Dunham fino al cugino di quarto grado di Cristiano Ronaldo, passando attraverso il campione filippino di lotte tra galli. In origine serve scopi più innocenti, cioè sì soddisfare il nostro narcisismo e venderci cose, ma anche nutrire la fame di pettegolezzo. Guardare la gente, prossima e lontana, e soprattutto in modo del tutto indisturbato. Forse è proprio il non svelarsi, come osservatori e fotografi, che permette di tradurre la nostra frivola attività di spioni in qualcosa di più vicino all’arte che all’invasione della privacy.

 

 

@fontanesi

@fontanesi

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Evidentemente il territorio più fertile, per noi guardoni, è la città. Subway Creatures è la documentazione fedele, in stile Ciprì e Maresco, degli esseri che popolano la metropolitana di New York. Non solo i previsti ubriaconi, freak e musicanti di sorta (anche se il creatore del profilo evita deliberatamente barboni e persone in difficoltà), ma soprattutto articolate constatazioni del male di vivere che ogni dì la città vomita nel sottosuolo. Vediamo un uomo intento a smistare volatili starnazzanti in scatole di cartone. Una donna si abbuffa di salsa guacamole usando il biglietto elettronico come cucchiaio. C’è chi converte l’igiene personale in performance pubblica, con o senza l’aiuto di bestie selvatiche. Fino al culmine meta: un uomo sonnecchia su una panchina dove qualcuno ha inciso “la città che non dorme mai”. Chissà come avrebbe reagito Marshall McLuhan di fronte alla serie iperrealista dell’account: persone che assomigliano a cose o, meglio, passeggeri ritratti come cloni dei manifesti pubblicitari appesi alle loro spalle.

 

@capt_tomatohead / Autore dell’account L’ho Letto Sui Muri, che fotografa i graffiti più divertenti e dadaisti tracciati sulle facciate di Milano. Quando il vandalismo si trasforma in sorpresa e, di conseguenza, in opera d’arte

@capt_tomatohead

@capt_tomatohead

A volte è più lo sguardo che i soggetti, a catturare l’attenzione. Come quello di Jeff Mermelstein, fotografo professionista ed etnografo voyeur, le cui le istantanee sgranate registrano le schermate dei pendolari intenti a scriversi messaggi erotici, confessarsi segreti intimi o diagnosi mediche e, spessissimo, a insultarsi con veemenza e creatività. Se il telefono è l’oggetto più familiare della modernità, è però davvero straniante sbirciare lo schermo del prossimo: identico al nostro ma riempito di cose che non ci appartengono. Soprattutto quando includono testi tanto sgrammaticati quanto ilari («Ti è venute le mestruazioni?») e haiku dell’assurdo (traduco liberamente: «Cammini da sola / Chiedendoti se poi userai quella pistola / Se c’è qualcosa che ti duole / Basta guardare il sole»). Ormai seguitissimo, questo fotografo rivelatore del narcisismo e della follia che abitano i nostri telefoni non è però immune alla vendetta: passeggeri che si accorgono dello spione alle loro spalle e lo smascherano, ripagandolo con la sua stessa moneta. «Non era mica Mermelstein il tizio sceso dalla limo Tesla con Kim Kardashian, Puffy e Jay Z?!?». Mermelstein, ligio, scatta e pubblica. Un autoritratto?

 

@subwayhands / Un inusuale catalogo di primi piani di mani fotografate nella metropolitana di New York, che è valso alla sua 27enne autrice, Hannah La Follette Ryan, un servizio commissionato dall’inserto moda del “NYT Magazine”

@subwayhands

@subwayhands

Spiare il comportamento (online) altrui è indispensabile per correggere il proprio o riscoprire la poesia del tran-tran giornaliero. La missione di Subway Hands si orienta proprio in quest’ultima direzione, tanto da valere alla 27enne autrice dell’account – 90mila follower e 1.000 post dopo – l’invito a fotografare l’inserto moda del NYT Magazine. Hannah La Follette Ryan ritrae solo mani: singole, doppie o triple, strette in morse contorte, aggrappate a smartphone o a cibi esotici, offrendosi come nature morte dell’unico momento in cui possiamo placidamente osservare l’altro: viaggiando sottoterra. Questi primi piani ricordano la saturazione di dipinti del Seicento fiammingo, ma stranamente non sono ancora stati censiti da Tabloid Art History, un account creato da due ex studentesse di storia dell’arte dell’Università di Edimburgo che giustappone capolavori d’arte figurativa a immagini tratte dal mondo della moda, dello spettacolo o, banalmente, dalla spazzatura dell’internet odierno. Britney Spears diventa ispirazione per il Golia di Caravaggio, l’estasi di Santa Teresa del Bernini sembra una copia dal vero di Lindsay Lohan strafatta in automobile, le Spice Girls diventano muse di Picasso per Les Demoiselles d’Avignon e Lana del Rey fa pausa pranzo come il Saturno che divora i suoi figli di Goya.

@tabloidarthistory I rimandi tra pop e arte: Lady Gaga richiama Nicolas Poussin, Melissa McCarthy un ritratto di François Boucher, il meme di un gatto un Gesù di Lorenzo di Credi, Saoirse Ronan un dipinto di Marie Laurencin

@tabloidarthistory

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Insomma, chi sa guardare in profondità (ri)trova l’arte in istanze improbabili e in certi casi ne riproduce di nuova. È il caso dell’amatissimo fontanesi, il Magritte di Instagram. Scattando per le strade di Torino, fontanesi (che si scrive sempre minuscolo!) crea collage combinando frammenti del quotidiano apparentemente insignificanti – la serranda mezza chiusa di un tabacchi, l’ombra di un barboncino, un lampione – e li trasforma in creature d’altri mondi. Suo tema ricorrente è la deformazione di pensionati con la testa tra le nuvole, svelati nella loro simpatica alienazione cittadina. Ma l’artista è anche noto per surreali studi dell’urbanesimo padano. Raramente apprezzato per la sua estetica, fontanesi fa del provincialismo lombardo-piemontese la sua tavolozza. Così, strade lastricate di pavé, asfalti a perdita d’occhio, cornicioni neoclassici e pioppi ingrigiti dallo smog diventano portali per universi paralleli.

In molti lo consideriamo un genio; Michel Gondry lo commenta da quando le foto ricevevano una media di 500 like (oggi 2mila e passa); Afterhomework Paris stampa i suoi umarell su abiti haute couture e Milano140 gli ha affidato la campagna primavera-estate 2019 – rigorosamente a risoluzione “foto del cellulare”–, in difesa della poor image teorizzata da Hito Steyerl. A seguire o anticipare il suo esempio sono altri Instagram nostrani come Sciura Glam – catalogo della signorotta impellicciata – o Not my nonni, affettuoso tributo alla popolazione agè che di Instagram se ne fa un baffo. O ancora Letto sui muri, versione “rupestre” del dadaismo di fontanesi, che colleziona i graffiti più divertenti di Milano e insieme ci ricorda che queste scritte non sempre insozzano le città, anzi spesso ci fanno ridere quando ne abbiamo più bisogno. Ma è altrove che si crea la vera arte. Quando chiedono a fontanesi come ha cominciato con Instagram, lui risponde: come tutti, senza sapere che cosa farci.

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