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Concerto psichedelico per batteria e baccanti

IL 112 13.06.2019

Che le note abbiano il potere di spalancare le porte della percezione non è una scoperta dei Doors. Lo sapevano già Platone e Aristotele, che mettevano in guardia dalle alterazioni provocate da ritmi ossessivi e melodie ipnotiche. Eppure, proprio il potere estatico di certe composizioni ha alimentato gran parte della controcultura giovanile contemporanea. Jim Morrison, novello Dioniso, insegna

Tutti gli occhi sono fissi su di lui. È solo sul palco, vestito con un abito stravagante e coloratissimo. Sta cantando, mentre col plettro batte con forza sulle corde. Tutto il pubblico è in delirio: ventimila persone che si agitano, gridano, si commuovono, seguono rapite ogni parola e ogni nota. E anche il performer sembra in delirio, come fosse esaltato, posseduto da un demone. Non è la cronaca di un concerto rock. È la parafrasi, fedelissima, di un passo dello Ione di Platone. Il filosofo sta descrivendo l’esibizione di un rapsodo: uno di quei cantori che recitavano in pubblico i versi di Omero accompagnandosi con la cetra. Recitazioni che, come racconta Platone, erano veri e propri spettacoli. Dove, non meno dell’incanto delle parole, contava la forza del ritmo e della musica.

La capacità della musica di coinvolgere le persone, di creare persino forme di isterismo collettivo, non appartiene solo alla cultura di massa della società contemporanea. C’è nella musica una forza, una potenza intrinseca, che agisce in maniera imperscrutabile sulla sfera emotiva. E che può anche apparire pericolosa. Platone si rifiutava di ammettere nella sua città ideale le musiche che potessero turbare l’anima. E anche Aristotele pensava che alcuni strumenti fossero inadatti all’educazione dei cittadini e pericolosi per la salute pubblica. In particolare quelli a fiato e a percussione, cioè quelli legati al culto del dio Dioniso. Essi producevano un effetto designato con parole che oggi sono entrate anche nella nostra lingua, sebbene con un significato in parte diverso: facilitavano uno stato di “estasi”, cioè l’uscire fuori da se stessi, e provocavano “entusiasmo”, termine che in greco significa propriamente “possessione”.

Non sono solo questioni di altri tempi. Basti pensare alle polemiche ricorrenti sui raduni musicali o sulle discoteche dove l’unico scopo è quello di arrivare allo sballo. Magari proprio con l’aiuto di quei ritmi sincopati e di quelle percussioni ossessive che non piacevano a Platone e Aristotele. In realtà, della potenza, per così dire, psicotropa della musica si discute da sempre. Basta rileggersi Musica e trance di Gilbert Rouget, un classico dell’antropologia che è stato appena ripubblicato dall’editore Einaudi. Rouget, però, non sostiene un rapporto meccanico tra un certo tipo di musica e uno stato di alterazione della coscienza. Anzi, argomenta che la funzione della musica (accompagnata dalla danza) è soprattutto quella di socializzare l’esperienza estatica, di renderla un’esperienza condivisa. Anche qui, uno sguardo ai rave party odierni aiuta a capire: non si balla (e non si sballa) da soli.

Tuttavia il mito della funzione liberatoria della musica, della sua capacità di “ampliare l’anima” (“psichedelia”: altra parola ricalcata sul greco) ha alimentato gran parte della cultura (e controcultura) giovanile contemporanea. Basti pensare a Jim Morrison, il fondatore e leader dei Doors. Da studente all’Università della California, Morrison aveva letto La nascita della tragedia dallo spirito della musica di Friedrich Nietzsche, il saggio che introduce nella cultura europea contemporanea la nozione del “dionisiaco” come espressione del lato oscuro e irrazionale della psiche. Morrison ne aveva ricavato l’idea che anche il rock ’n’ roll avesse una natura dionisiaca. Si era convinto di essere una reincarnazione di Dioniso e intendeva i suoi concerti come orge dionisiache rinnovate, in cui esplodeva l’energia primitiva della vita, e dove tastiere e chitarre elettriche prendevano il posto dei cembali e dei flauti. Ma a Dioniso si affianca un altro paradigma mitologico: Orfeo, la figura del musicista per eccellenza. Orfeo diventa popolare negli ambienti della controcultura hippy anche grazie a Herbert Marcuse che, nel 1966, nel suo libro Eros e civiltà, aveva assunto il cantore mitico a simbolo di un’opposizione all’etica del lavoro. Un sociologo marcusiano, Henry Malcolm, scriverà vent’anni dopo: «Non fa meraviglia che il bardo Orfeo potesse divenire un eroe culturale, assimilato all’interminabile schiera dei musicisti rock. Con in mano una chitarra elettrica e accompagnati dal rullo primitivo dei tamburi, mentre cantano la musica erotica del regno di natura, questi musicisti ridestano e blandiscono l’animalità che ci portiamo dentro. Il loro non è il rullo dei tamburi che riconduce gli uomini a un’obbedienza di automi, e nemmeno la musica del pifferaio magico che guida le cieche masse verso un destino ignoto, ma una musica del corpo, che fonde insieme fisicità e sentimento, la carne e l’anima».

Si pensi anche al dramma Orpheus Descending di Tennessee Williams (1957): un Orfeo quasi rock, un giovane ribelle che va in giro con la sua chitarra per l’America profonda, suscitando odio e scandalo. Il suo tratto distintivo è una giacca di pelle di serpente. Il film tratto nel 1959 dal dramma, diretto da Sidney Lumet e interpretato da Marlon Brando e Anna Magnani, si intitola appunto, nella versione italiana, Pelle di serpente. Ed è proprio per ricollegarsi a questo Orfeo moderno che Morrison indossava spesso una giacca di pelle di serpente. Del resto, prima di morire neppure trentenne a Parigi nel 1971, il cantante aveva progettato di recitare proprio la parte di Orfeo in un film. Frank Lisciandro, vecchio amico di Morrison, descrive così uno dei primi concerti dei Doors: «Sul palco Jim subiva una completa metamorfosi; la sua dolce voce educata si faceva roca, aspra, profonda, potente; il suo quieto volto si trasmutava in migliaia di maschere di tensione e di emozione. Emetteva strani rumori animaleschi, urlava e strepitava come se soffrisse. I suoi gesti si facevano spasmodici, frenetici, erano quelli di una persona in preda a una crisi epilettica. Danzava, ma non in modo delicato e fluente, piuttosto con brevi scatti saltellanti, muovendosi a stantuffo, sporto in avanti, la testa che scattava su e giù».
Il modello degli antichi baccanti, o del rapsodo Ione descritto da Platone, ancora una volta trovava i suoi imitatori.

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