Appendice

Gli scrittori stanno divorando il Signor Padre

IL 112 14.06.2019

Romanelli, Crono e suo figlio

Crono ingurgitava i propri discendenti. Nella letteratura contemporanea, invece, avviene sempre più spesso il contrario e sono gli autori ad appropriarsi del passato del genitore

«Mio Signor Padre. Sebbene dopo aver saputo quello ch’io avrò fatto, questo foglio le possa parere indegno di esser letto, a ogni modo spero nella sua benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di un figlio che l’ha sempre amata e l’ama, e si duole infinitamente di doverle dispiacere».

Inizia così la lettera che nel 1819 Giacomo Leopardi, allora ventunenne, scrive al padre Monaldo, mentre si appresta a fuggire da Recanati. La vita di provincia ormai gli va stretta, e l’ipermetropia di cui soffre lo costringe a restare spesso chiuso in casa. All’inizio dell’estate si rivolge al conte Saverio Broglio d’Ajano pregandolo di procurargli un passaporto per il Lombardo-Veneto. Poi affida la lettera d’addio al fratello Carlo con la richiesta di consegnarla al padre solo dopo che lui sarà partito. Ma Monaldo viene a conoscenza del piano e la fuga fallisce. Il fratello allora nasconde la lettera che verrà resa pubblica solo cinquantanove anni più tardi. In questo modo Monaldo Leopardi non leggerà mai le parole inappellabili che gli ha rivolto il figlio.

Nel 1919, cento anni dopo il fallito tentativo di fuga di Leopardi, un altro gigante del pensiero moderno tenta di fare i conti con la figura paterna. È Franz Kafka. Nella Lettera al padre scrive un autentico trattato sul timor filiale che inizia così:

«Carissimo padre, di recente mi hai domandato perché mai sostengo di avere paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti niente, in parte proprio per la paura che ho di te, in parte perché questa paura si fonda su una quantità tale di dettagli che parlando non saprei coordinarli neppure passabilmente».

Anche la lettera di Kafka viene pubblicata postuma (nel 1952) senza mai essere stata recapitata al suo destinatario, ossia al dispotico Hermann Kafka, proprietario del negozio nella Città Vecchia di Praga la cui insegna raffigurava una taccola (kavka in ceco), il quale morirà nel 1931 ignaro della tremenda inquietudine che aveva riversato nel cuore del figlio.

 

Michelangelo, Cappella Sisitina, Il peccato originale, La Cappella Sisitina

1819: Leopardi. 1919: Kafka. 2019: L’orma editore pubblica in Italia un libro dal titolo Autobiografia di mio padre. L’autore è Pierre Pachet, scrittore e saggista scomparso nel 2016, tra i più solitari e introversi intellettuali d’Oltralpe.

È la prima volta che il romanzo, uscito in Francia nel 1987, viene tradotto in lingua italiana. Ma non è per questo che è così importante. Non lo è neppure perché Pachet racconta la vita del padre, il medico Simkha Opatchevsky, ebreo di origine russa emigrato in Francia negli anni Dieci del Novecento e morto nel 1965, uno dei tanti viaggiatori del secolo breve nella cui esistenza hanno riecheggiato i drammi collettivi della Storia. Lo è piuttosto perché Pachet ha scelto di raccontare la vicenda in prima persona, inscenando – come dice il titolo stesso – un’autobiografia, come se, in un turbinoso scompiglio di ruoli parentali, fosse lui stesso il padre che racconta di sé, spostando quindi la letteratura memorialistica verso un crinale inaudito. Perché se nel nostro tempo l’Io è diventato il personaggio principale della letteratura, l’Io di Pachet è – per così dire – un Io per appropriazione (genetica).

Nelle opere pubblicate negli ultimi tempi si è letto molto di riappropriazioni del passato dei padri. Un esempio tra i più luminosi è il memoir che Richard Ford ha dedicato ai genitori – Tra loro – in cui si legge:

«La vita più vera, naturalmente, è sempre la vita vissuta. Ma il modo in cui io, suo unico figlio, posso meglio accreditare e caratterizzare la vita di mio padre e le sue virtù è il modo in cui lui la viveva sotto i miei occhi, vale a dire senza lo strato addizionale di infelici cognizioni posteriori, la vita vissuta come se ci fosse stato sempre un domani, fino al momento in cui non c’era più».

Nella mitologia greca, Crono, il più giovane dei Titani, divorava i figli appena nati, temendo che lo privassero del potere. Crono è il tempo che trangugia tutte le cose che lui stesso ha creato. Nella letteratura contemporanea invece accade spesso che siano i figli a divorare i padri, le creature generate a ingurgitare il tempo generatore. Come hanno anticipato Leopardi e Kafka in quelle che possono essere considerate delle vere e proprie sperimentazioni letterarie a uso privato, tramutando i propri padri in personaggi di opere epistolari, soffondendoli di una luce di irrealtà, mitizzandoli e condensandoli in terribili ologrammi sospesi nel tempo.

 

Nel testo di una conferenza del 1964 ripubblicato in un saggio di psicologia archetipica intitolato Puer aeternus, lo psicoanalista e filosofo James Hillman narra la storiella di un padre che tradisce la fiducia del figlio facendolo saltare da un gradino di una scala dopo avergli promesso di prenderlo al volo. Nel racconto c’è un momento originario che è rappresentato dalla fiducia del figlio per il padre (la cosiddetta “fede animale”); c’è uno scandalo (il tradimento); e c’è l’inizio della vita vera e propria (il tempo della coscienza e delle responsabilità umane). Secondo Hillman queste tre fasi costituiscono, come nel racconto biblico della cacciata dall’Eden, o ancora come nel tradimento del padre evocato da Gesù Cristo sulla croce, «l’iniziazione del ragazzo alla vita», o altrimenti «l’iniziazione alla tragedia dell’adulto». Senza il tradimento del padre non può esistere la vita, ma solo un eterno ritorno al paradiso terrestre, alla fiducia originale, alla zona protetta in cui ci si può esporre all’altro senza essere annientati.

Ma Hillman si pone anche nella prospettiva del padre. Si domanda cioè cosa può significare il tradimento per il padre. Che cosa deve aver provato, per esempio, Dio nel lasciar morire il proprio figlio sulla croce? E arriva a porsi la domanda estrema: «Che la capacità di tradire attenga alla condizione di padre?». La risposta che si dà è che «la capacità di tradire gli altri è affine alla capacità di guidare gli altri. Una paternità compiuta le possiede entrambe». Fino a prefigurare il tradimento come supremo atto d’amore.

La letteratura contemporanea è dunque il risultato di un paradosso archetipico? È il tradimento del padre che dà forma al racconto dei figli? Nonostante l’antico ordine di natura che impone al figlio di sopravvivere al padre, la morte del padre (o il passato perduto del padre, come effetto vicario della sua morte) è vissuta dai figli di nuovo come un affronto. Il tentativo collettivo è quello di afferrare il tempo, di divorarlo, un tempo che sfugge al presente, ma che si riaffaccia doloroso in quello che Richard Ford chiama «lo strato addizionale di infelici cognizioni posteriori». Forse la tanto discussa ossessione per il padre nella letteratura dei nostri tempi dipende proprio da questo: dalla sensazione sempre più infausta e dolente di essere stati, in qualche punto remoto della nostra vita, traditi.

Pierre Pachet

Autobiografia di mio padre

L’orma editore 2019
160 pagine
18 euro
traduzione di Marco Lapenna
postfazione di Lisa Ginzburg
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