Compositore “umano” al servizio di fantasie virtuali, Koji Kondo ha ideato la musica delle avventure del celebre idraulico baffuto, la prima vera soundtrack nella storia dei videogiochi. Cambiando l’immaginario di una generazione

Se mi volto verso la mia adolescenza di videogiocatore, vedo due nomi svettare su tutti gli altri: Super Mario e Zelda. Dove c’erano i doposcuola, gli amici poi persi di vista, la Coca-Cola e gli 883, c’erano anche Mario e Link, i protagonisti delle due saghe firmate Nintendo più famose di sempre. E io, come milioni di altri ragazzi, ho trascorso interi pomeriggi in quei mondi virtuali (il primo cartoon, l’altro high fantasy), come fossi davvero a casa. Mentre ci penso, realizzo che ad aver retto meglio gli anni (quasi venti) non sono i personaggi o i gameplay del loro demiurgo, Shigeru Miyamoto; no, di quelle giornate, rimangono le canzoni e un nome: Koji Kondo, il compositore.

Non è immediato vedere nella colonna sonora un fattore determinante per il successo di un videogame, abituati a concepirla come un aspetto subordinato ad altre appariscenze – la grafica, per dire – ma il musicista giapponese, autore dei temi di Mario e Zelda, ai quali ha legato tutta la sua carriera, ha dimostrato quanto una sonorizzazione profonda e ricercata sia essenziale per un’esperienza di gioco. Se l’idraulico baffuto, per esempio, è un personaggio pop, il merito è anche del motivetto di Super Mario Bros.: fenomeno mondiale da cui è impossibile scindere il protagonista. Il suo è stato un lavoro pionieristico, nello stabilire i canoni del videogioco stesso come opera d’arte.

Andiamo con ordine. Kondo – che nasce a Nagoya nel 1961 – scopre la musica già all’età di cinque anni, quando i genitori gli regalano un organo-giocattolo. Poi cresce e, mentre studia il piano e il violoncello, si innamora dei Deep Purple, del jazz dei Casiopea e dei primi giochi a schermo Lcd. All’università (la School of Arts di Osaka) il pentagramma resta marginale, perlomeno finché in aula non arriva un annuncio da Nintendo: cercano una figura con “esperienze musicali” per mettere mano ai titoli in uscita.

Lui risponde, e il marchio giapponese gli affida Punch-Out!!! (un arcade leggendario sul pugilato) come prova del nove. Il processore è limitato ad appena tre voci, e in più Koji, abituato a strumenti veri, deve relazionarsi con un computer che produce effetti col contagocce. Difficile, eppure quei pochi suoni si incastrano: nella primavera del 1984 il gioco diventa un fenomeno globale, e lui (all’epoca ventitreenne) viene assunto, in team con Hirokazu Tanaka e Yukio Kaneoka, figure cult della preistoria dei videogame.

A quel tempo, quelli a cui Kondo metteva mano erano ancora semplici effetti. La svolta la porta lui stesso, l’anno dopo, con il primo Super Mario Bros.: scrivere una colonna sonora estesa, completa, che non si limita alle piccole voci a intermittenza in voga all’epoca. Una vera original soundtrack, insomma, canzoni autentiche, come si trattasse di un film. Il motivo d’apertura del primo livello resta pioniere e icona della storia del gaming, oltre che tassello della nostra cultura pop. In stato di grazia, nel 1986 comporrà anche il tema di The Legend of Zelda, con quel suono vibrato che avrà la stessa eco storica del fratello. Nulla, nelle soundtrack dei videogiochi, sarà più come prima: arriveranno dovunque, dal Giappone come dal resto del mondo, brani veri, sempre più belli e complessi.

A riascoltarle oggi, le prime onde a 8 bit firmate Kondo sembrano meccaniche, quasi sterili. Ma hanno già tutto: un sentore di musica latina per Mario, che è un platform “sui binari” in cui lo sprite del protagonista si muove a tempo con le ritmiche della traccia, quasi fosse una danza; una melodia ariosa per Zelda, che con la sua vista “a volo d’uccello” chiama all’esplorazione degli spazi aperti. La filosofia è accompagnare i giocatori senza protagonismo, istigando in loro la massima identificazione nelle atmosfere del gameplay. E anche adesso che Nintendo è passata a console via via più performanti, fino all’attuale Nintendo Switch, mantenendo Mario e Zelda nel ruolo di alfieri e Kondo in quello di fuoriclasse, l’idea rimane sempre la stessa.

La differenza è che il legame con la musica vera, col tempo, lui l’ha esaltato. L’incremento delle potenzialità dei processori ha consentito a Kondo di aggiungere tracce e strumenti alla palette, fino a toccare la musica africana (nel gioiello di Yoshi’s Island), la quasi-orchestrale (Ocarina of Time e Super Mario Galaxy) e l’elettronica (nei remix di Super Mario Maker). E intorno, da quei tre-suoni-tre di trentacinque anni fa, il gaming è diventato adulto. Un videogioco, nel 2019, è un’opera d’arte, e tanti altri colleghi (game designer, ma anche musicisti) sono entrati nella cultura di massa.

Kondo resta uno degli addetti ai lavori più celebrati, pop. Quando può, fa concerti, oltre a supervisionare costantemente lo staff nelle nuove composizioni per Mario e Zelda. Prima di metterci il suo tocco, chiaro. La canzone che preferisce fra quelle composte è il tema d’apertura di Super Mario Bros., la prima, quella che doveva somigliare a una colonna sonora reale: quando la ascolta – dice – va indietro negli anni, alle prime esperienze con i videogiochi. Ne ritrova le sensazioni, i ricordi. Un po’ come noi, che quando sentiamo uno dei suoi pezzi torniamo a quei doposcuola.

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