Il suo ultimo film è un tributo all’età d’oro della mecca del cinema. Ma parlare con Quentin Tarantino è sempre fare un viaggio nella settima arte, tra battute su come si scrive (e si recita) un dialogo, o su come la musica possa aiutare a scrivere una sceneggiatura, fino alla rivelazione di una insolita passione per le commedie romantiche. In più, in coda all’intervista con il regista americano, qualche consiglio di “IL” sui festival cinematografici estivi

Ho avuto la fortuna di incontrare Quentin Tarantino in quattro occasioni, nel corso degli ultimi 12 mesi. L’ultima è stata a Cannes, il 22 maggio di quest’anno, dopo la proiezione di C’era una volta a… Hollywood. Il film, ambientato nella Los Angeles del 1969, nei momenti finali dell’era d’oro di Hollywood, racconta l’odissea di un attore televisivo che sta invecchiando (Leonardo DiCaprio) e della sua controfigura (Brad Pitt), circondati da tanti personaggi famosi, tra cui Sharon Tate (Margot Robbie), della quale il 9 agosto cade il cinquantesimo dall’assassinio, al nono mese di gravidanza, da parte dei seguaci del culto satanico di Charles Manson. Sedersi di fronte a Tarantino è ogni volta quel che si dice un’esperienza. Si ha la sensazione di entrare in un altro mondo, il suo: un universo pieno di azione, pop, zone oscure, spavalderia, come quando ricorda di essere finito in prigione per tre volte: «L’ultima per otto giorni».

Parla in maniera chiara e concisa, è attento, ha modi che sfiorano la galanteria (ringrazia e apprezza di essere intervistato), ma è anche noto per essere tremendamente diretto e per aver zittito più di un giornalista. D’altronde, gli spunti per attaccarlo, anche di recente, non mancano mai, tra accuse di razzismo e scandalo Weinstein, passando per dichiarazioni improvvide su Roman Polanski. In un’intervista del 2003 aveva difeso il regista di origine polacca nel caso di stupro contro la tredicenne Samantha Geimer, affermando che lei fosse una «party girl» e che «l’aveva voluto». L’anno scorso, quando il nastro di quella dichiarazione è rispuntato fuori, si è scusato pubblicamente con la donna al The Howard Stern Show, ritrattando la propria affermazione. Ascoltare la sua parlantina intensa, ammaliante, incantatrice, significa lasciarsi travolgere dalle sue emozioni. Non ci sono filtri: è come se ciò che lui sente scorresse come un fiume e fluisse nel tuo sangue, dandoti accesso diretto al suo universo e cambiando la tua prospettiva come in uno strabiliante caleidoscopio.

Lei ha il cinema nel sangue. Suo padre Tony, di origini italiane, è attore e produttore. E si dice che lei debba il suo nome a Quint Asper, il personaggio interpretato da Burt Reynolds nella serie tv della Cbs “Gunsmoke”.

«Ho sempre amato il cinema. Ci andavo spesso fin da ragazzo. Guardavo film di tutti i generi, senza alcuna limitazione da parte dei miei genitori. Amavo anche scrivere. Non ho mai avuto il blocco dello scrittore, il mio problema semmai è stato sempre quello di avere troppe idee. Già a 14 anni scrissi la mia prima sceneggiatura ed ero molto attivo nel teatro. Preferivo quello, e leggere molto, alla scuola». 

Ha detto di aver ripercorso la sua infanzia in “C’era una volta a… Hollywood. Era davvero piccolo in quel periodo.

«Sono convinto che a 6 anni si sviluppi già una certa consapevolezza, una precisa coscienza. Ci sono film che ami e programmi tv che segui. Di certo, all’epoca, conoscevo la cultura hippy, perché quasi tutte le mie babysitter lo erano, come i ragazzi che vedevo camminare un po’ ovunque per strada. Seguivo i miei genitori alle feste dei loro amici e la colonna sonora era il concerto di Woodstock. E rammento pure la violenza delle persone legate a Manson, quel movimento e i loro crimini. Questo film è stato per me come mettere insieme tanti frammenti, tanti ricordi di com’erano le cose allora».

Ama ancora Hollywood?

«Certo, ho ricostruito alcuni diner, luoghi e ristoranti iconici nel mio film. Per me è stato un po’ un modo per spostare l’orologio indietro nel tempo. Los Angeles è una città che cambia davvero rapidamente. In Jackie Brown, per esempio, ho messo in scena una Los Angeles molto diversa. Se poi per Hollywood intende l’industria del cinema, posso dire di avere un buon lavoro e di fare ciò che amo. Insomma, non mi posso certo lamentare. Sono pure pieno di amici che adoro».

Come attore, pensa di avere una sensibilità maggiore a scrivere e dirigere?

«Non so. Di certo, mi avvicino alla scrittura come un romanziere. Comincio senza sapere come i miei personaggi si svilupperanno o che cosa succederà. Non ho mai uno schema predefinito. Poi, alla fine, magari devo tagliare perché il film funzioni».

È stato accusato di usare termini non appropriati, razzisti o violenti, nei suoi dialoghi. 

«Amo la libertà d’espressione. E alcune battute nascono dalla personalità del personaggio rappresentato. A volte scrivo insieme ai miei attori. Con Samuel L. Jackson, per esempio, le parole si mescolano splendidamente e perfettamente, fluide come l’acqua. A volte, ho l’impressione che se fossi afroamericano certi commenti non verrebbero fatti. Alcuni dei miei soggetti sono persone terribili, anche se cerco sempre di non giudicare troppo, e per renderli autentici ho bisogno di mimare il linguaggio che userebbero nella vita reale. E questo, a volte, ha aperto un dibattito, ha fatto riflettere su alcuni temi come il razzismo. È una cosa importante, specie ora che chiunque parla di cinema e fa recensioni su internet».

A proposito, che rapporto ha con i social media?

«Ci sono molti momenti, quando viaggio o anche quando esce un mio film, in cui cerco di isolarmi. Non mi porto dietro il computer o affido il mio iPad al mio assistente ed evito di leggere articoli o commenti su di me. In generale, però, seguo abbastanza quello che succede».

Come mai la violenza è tanto presente nei suoi film?

«Ci sono due tipi di violenza: la brutalità fine a se stessa, che rispecchia l’animo di un personaggio, e quella in qualche modo catartica della vendetta. In entrambi i casi, come ho ripetuto più volte, per me non esiste alcun collegamento tra la finzione e la vita reale. Un film resta un film, la gente sa che quello che vede sullo schermo non accade nelle loro vite. Si va al cinema anche per vivere esperienze di questo tipo. Non mi pongo mai la questione della violenza, piuttosto quella di realizzare un buon film».

Come sceglie gli attori?

«Non tutti sono fatti per recitare le mie battute, non è una questione di talento. Prediligo gli attori che lavorano a fondo sul personaggio, che cercano di capirne le motivazioni, si immedesimano, impiegano tempo per esplorarlo. Mi piace parlare molto con gli attori, con chi me lo permette, gli altri li lascio liberi. Ma di certo conosco benissimo il personaggio che interpretano perché l’ho scritto io e ritengo che questo crei una connessione diretta tra di noi».

La musica ha sempre un ruolo importante nei suoi progetti. 

«Spesso osservo la mia collezione di dischi in vinile e cd. E comincio ad ascoltare canzoni alla ricerca del beat del film. Mi è successo per Jackie Brown, per cui ho scavato in tutto ciò che avevo di soul. E la storia, il film, si è generato nella mia testa».

È andata così anche per altri film?

«Alcuni mi girano per la testa per tanto tempo, altri mi vengono in mente mentre sto girando. Un giorno, guardando Uma Thurman in Pulp Fiction, ho pensato a Kill Bill. Ho cominciato a scriverlo e l’ho sviluppato solo in seguito. A C’era una volta a… Hollywood pensavo da molto tempo: è stato difficile da realizzare, ma non ho fretta. Sono convinto che per tutto ci sia un momento giusto».

Ha confessato di amare le commedie romantiche. Ne scriverà mai una?

«Sì, è vero, ammetto che amo le commedie romantiche. Le guardo in maniera quasi compulsiva quando sono in aereo, per esempio. Adoro quelle di Kate Hudson, ma pure film come C’è posta per te o La rivolta delle ex: mi sono commosso quando da bambina Jennifer Garner regala una macchina fotografica a Matthew McConaughey. È successo anche a me».

Si considera romantico? 

«Posso dire che sono molto felice di essermi sposato (con la cantante israeliana Daniella Pick, che ha incontrato quando era in Israele a promuovere il film Bastardi senza gloria, ndr)».

Pensa che la tv stia cambiando il modo di fare cinema?

«Mi affascina il fatto che nelle serie tv si possano sviluppare i personaggi come in un lungo romanzo. Si ha lo spazio per farli crescere ed evolvere, invece che doverli limitare a due ore o poco più. Mi ha appassionato The Newsroom, ho guardato gli episodi anche tre volte, mi piace come scrive Aaron Sorkin».

È vero che a 60 anni pensa di ritirarsi?

«A volte mi capita di pensare che i registi siano come pugili: hanno il loro momento. Ora penso di essere in quello giusto, ma bisogna anche capire quand’è l’ora di appendere i guantoni al chiodo».

L’ESTATE PORTA FESTIVAL

Il cinema, mica stupido, punta su coste, lidi, isole, meglio a Sud. Ci si lamenta perché, superata Roma, chiudono sempre più sale, ma (forse per questo?) i festival fioriscono come oleandri sul lungomare. Si è già concluso quello dedicato alle location, l’Ischia Film Festival (29 giugno-6 luglio), che ha fatto concorrenza alla “splendida cornice” glam-fané del Taormina Film Fest (30 giugno-6 luglio), ma è in arrivo un colosso certificato (leggi Giffoni, non più solo per ragazzini: 19-27 luglio). Spuntano poi la settimana dei doc ecologisti (SiciliAmbiente, a San Vito Lo Capo dal 14 al 19 luglio) e l’indie-calabrese (La Guarimba, ad Amantea dal 7 all’11 agosto). Poi finisce agosto e si torna al Nord. A Venezia, che tutti i festival si porta via.

(Mattia Carzaniga)

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