Appendice

Il suono della Storia

IL 112 26.06.2019

Clara Reisenberg

Leningrado e Manhattan, l’amore e la scienza, il jazz e la rivoluzione sovietica: un romanzo racconta la vita straordinaria di Leon Termen, pioniere degli strumenti musicali elettronici. Ne pubblichiamo in anteprima alcuni estratti

Ero Leon Termen prima di diventare il dottor Theremin, e prima di Leon ero Lev Sergeevic. Lo strumento ora noto come theremin avrebbe potuto chiamarsi anche leon, lëva o sergeevic. O clara, in onore della sua più virtuosa musicista. A Pash piaceva termenvox. Gli piaceva la connotazione scientifica di quella parola, gli trasmetteva autorità. A me invece quel nome ha sempre fatto ridere. Termenvox – la voce di Termen. Come se lo strumento riproducesse la mia voce. Come se il soprano tremulo del theremin fosse il canto di uno scienziato di Leningrado.
L’idea mi faceva ridere, eppure in un certo senso ci credevo anch’io. Non che il theremin emulasse la mia voce, ma che desse voce a qualcosa. All’invisibile. All’etere. Io, Lev Sergeevic Termen, portavoce dell’universo.
Quel portavoce si trova ora sul mare, a bordo di una nave, in una cabina rettangolare delle dimensioni di un bagno in camera del Plaza di New York, albergo in cui ho abitato. Il bastimento si chiama Staryj Bol’ševik. Le pareti sono di acciaio verniciate di un azzurro delicato. C’è una cuccetta in un angolo, un tappeto grigio e liso sul pavimento, e io sono seduto su una sedia pieghevole davanti a una scrivania di acciaio, anch’essa dipinta di un azzurro delicato. A far luce una lampadina nuda. Quando il tempo è brutto, come adesso, sto da cani. Mi tengo la pancia con le braccia e ascolto il cassetto accanto al letto aprirsi, sbattere e tornare ad aprirsi. La stanza dondola.

(…)

Sean Michaels

Sull’altro lato del corridoio c’è una stanza come questa, illuminata dalla sua lampadina. Contiene la mia attrezzatura, delicata e facilmente danneggiabile. Quando le onde si alzano mi rassicurerebbe andare ad aprire le custodie, controllare che tutti i fili siano avvolti, le batterie chiuse, i tubi intatti. Controllare che i miei theremin funzionino ancora. Negli ultimi diciassette anni è passato di rado un giorno senza che li abbia sentiti suonare. Da Arcangelo a New Haven, in palazzi e in baracche, ho viaggiato e insegnato, ho suonato per scaricatori di porto e nobili, e quasi tutte le sere mi bastava tendere le braccia per trovare il campo elettrico di uno dei miei umili theremin e trasformare la corrente in suono.
Ma la porta della mia cabina è chiusa a chiave. E le chiavi non le ho io. Ho soltanto una macchina da scrivere, carta e inchiostro; soltanto questa storia da buttare giù, adesso, in solitudine, mentre la distanza tra noi aumenta.

(…)

Il transatlantico Majestic

Nel dicembre del 1927, io e Pash arrivammo in America su una nave chiamata Majestic. La traversata durò tredici giorni. In un certo senso non ero mai stato così libero, neanche a casa. Mi trovavo intrappolato in una città galleggiante sulla superficie dell’Oceano Atlantico e venivo trattato come una star del cinema. «Vada dove vuole, dottor Termen»; «Venga a trovarci quando vuole, dottor Termen»; «A che cosa dobbiamo il piacere, dottor Termen?» Quando uscivo sul ponte, gli ufficiali si alzavano in piedi. La Majestic era come un labirinto con un migliaio di uscite accoglienti: Guarda, le cucine! Ah, la sala nautica! Ecco, qui teniamo gli animali domestici!
Non sapevo che cosa aspettarmi dagli Stati Uniti. Pensavo che avrei dovuto guardarmi dagli Apache. Ma temevo pure che otto settimane non sarebbero bastate per compiere la mia missione. Pash non desiderava perdere tempo. Ci sedevamo accanto al buffet del pesce al vapore del Majestic, sprofondati in poltrone rosse macchiate. Apparentemente mio segretario, in realtà mio supervisore, studiava elenchi di ufficiali, accademici, scienziati, capitani d’industria e mi sussurrava una domanda dopo l’altra:
«Arthur Feuerstack?».
«Direttore alla GE».
«Bert Grimes?».
«Direttore regionale di Westinghouse».
«Jack Morgan?».
«J. P. Morgan & Co».
«Jimmy Walker?».
«Sindaco di New York».
«Sergej V. Rachmaninov?».
Scoppiai a ridere. «Genio».
Pash e i suoi collaboratori volevano che io scivolassi come una mano nelle tasche dell’industria americana. La stampa internazionale stava già festeggiando le mie scoperte: mancava solo la mia presenza lì, il russo esotico. Avrei corteggiato gli yankee non soltanto con il theremin, ma anche con la mia sentinella radio, i nuovi prototipi di televisione e qualsiasi altra invenzione avesse catturato i loro sguardi da gazza ladra. Mentre io avrei raccolto gli inviti, Pash si sarebbe assicurato brevetti, contratti scritti, lanci di aziende, e in generale avrebbe firmato tanti accordi per permettere ai suoi colleghi di avere un legame permanente con gli Stati Uniti e quindi di poter carpire una grande quantità di segreti industriali. Da fiero patriota avevo accettato la missione senza esitazione. Ma i miei interessi erano anche altri, cioè: scoperte scientifiche, scambi di conoscenze, incontri con grandi menti. C’era poi un piccolo ma persistente pensiero che si era fatto strada nella mia testa durante una conferenza stampa a Parigi, quando un ometto in giacca color verde oliva aveva sollevato la mano per chiedermi: «Si immagina un theremin in tutte le case?».
Era un’idea ammaliante, se pensiamo al bene che ne sarebbe derivato per tutti. Nel mondo, milioni di operai che subiscono il fascino della musica sono demoralizzati dalle sfide che impongono gli strumenti tradizionali. C’è poco di intuitivo nelle note su un clarinetto, sul collo senza tasti di un violoncello. Ma il theremin! Ha una semplicità innata. Più la mano si avvicina all’antenna, più alta sarà la nota. Più si allontana, più sarà bassa. Affidandosi soltanto ai sensi dell’operaio, e non alle conoscenze trasmesse dalle lezioni e dai testi delle élite, il theremin diventa uno strumento rivoluzionario che livella i mezzi di produzione musicale.
Sì, immaginavo un theremin in tutte le case, non soltanto per i miliardi di nuovi brani che sarebbero stati suonati, ma perché milioni di americani, inglesi, spagnoli e abitanti del Siam avrebbero pensato: «Se riusciamo a fare questo di cos’altro siamo capaci, noi persone libere?».
Gli uomini d’affari ribadiscono spesso che un theremin in ogni casa farebbe di me un uomo molto ricco. Ma io non sono un uomo d’affari. Il denaro non è mai stata la mia motivazione.

(…)

La musicista Lucie Rosen mentre suona il Theremin

Adesso sono passati undici anni e sono su un’altra nave, la Staryj Bol’ševik, e anche qui le onde salgono e scendono. Una volta avevo presentato un dispositivo che avrebbe migliorato la stabilità delle grandi navi, tenendole più in equilibrio sui marosi, una sorta di anti-marosi, ma non sono mai riuscito a trovare qualcuno che ne finanziasse il prototipo.
Mi riportano in Russia. Mentre un tempo mi aggiravo libero per i ponti del Majestic, adesso mi trovo in una cabina sigillata, con la porta chiusa dall’esterno. Dal registro della nave figura che io sia il custode del diario di bordo. Dunque: tengo un diario di bordo. Su una macchina da scrivere Skylark Mk II, fabbricata a Saint Paul, in Minnesota, un luogo che ho visitato. Vi avevo suonato Canto indù di Rimskij-Korsakov sotto un cielo rosso. L’applauso era scrosciato come una rete piena di pesci tirata su dal mare.
L’ultima volta che ho attraversato l’Atlantico, immaginavo New York come un’unica fila di edifici d’oro e di ottone, un pannello di architettura a ridosso della riva. Dietro questi edifici: deserto, cowboy, indiani. Sedicimila chilometri di sabbia, speroni e copricapi di piume. Non ero alla ricerca di amore o di fortuna, soltanto di una nuova frontiera, soltanto di terreno fertile per nuove invenzioni, soltanto di un lungo e chiaro percorso per servire la Rivoluzione.
Alla fine vi ho trovato molto di più, e anche di meno.

 

L’eco delle balene è il romanzo di esordio di Sean Michaels, scrittore nato in Scozia e cresciuto in Canada. Il libro si ispira alla storia vera di Lev Termen (1896-1993), l’inventore del theremin, uno strumento musicale elettronico che si suona senza bisogno di toccarlo: ha due antenne che producono onde e il suonatore produce suoni diversi agendo con movimenti delle mani sulle onde prodotte da queste due antenne. Il romanzo racconta, con un intreccio da spy story, l’incontro dello scienziato sovietico con la Manhattan dell’epoca del jazz, con l’amore e con le contorsioni storico-politiche degli anni Trenta. Fino a un brusco ritorno in Russia.

Sean Michaels

L’eco delle balene

Keller 2019
464 pagine
19 euro
traduzione di Gabriella Tonoli

 

In libreria dal 10 luglio
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