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Il triumvirato del cambiamento

IL 113 28.06.2019

Certo: con i parallelismi storici bisogna andare cauti, la fantasia può prendere il sopravvento; eppure, in quest’epoca di “capi politici” e “capitani”, tracciare similitudini fra dinamiche di potere odierne e antiche è diventato facile. Fra mostri a tre teste e giocatori d’azzardo

Ci sono due leader politici molto diversi tra loro che però governano insieme. Fanno un accordo e, all’inizio, uno tesse le lodi dell’altro. Ma presto i loro rapporti si guastano: «La cordialità che c’era tra loro scomparve quando entrarono in carica. Dissentivano su quasi tutto, s’irritavano in continuazione l’uno con l’altro e su tutto contendevano aspramente. Così facendo, resero inefficiente sul piano sia politico sia pratico la loro azione di governo». Non è una cronaca degli ultimi mesi della politica italiana. È il modo in cui Plutarco descrive il rapporto tra Pompeo e Crasso, colleghi di consolato nell’anno 70 a. C. Qualche anno dopo, a Roma, sarebbe nato il cosiddetto primo triumvirato: un accordo informale tra leader politici che si accordavano per spartirsi il potere. Come ricorda lo storico Luca Fezzi nella sua recente biografia di Pompeo (Salerno editrice), gli antichi chiamavano il primo triumvirato “un mostro a tre teste”. A Pompeo e Crasso si aggiungeva Giulio Cesare. Che rievocava così l’accordo tra i tre leader: «I miei alleati salirono sulla tribuna accanto a me. Tranne i più sprovveduti, tutti capirono di avere davanti agli occhi una cosa nuova, un patto tra gli uomini più potenti di Roma, un’alleanza non scritta e non ufficiale, più forte delle magistrature della repubblica».

Queste ultime sono parole inventate: le ha scritte Cristoforo Gorno, autore e conduttore televisivo, grande esperto nel racconto del mondo antico, in un romanzo appena pubblicato da RaiLibri: Io Cesare. Memorie di un giocatore d’azzardo. È un romanzo dove Cesare parla in prima persona, in un memoriale scritto per il figlio adottivo Ottaviano il giorno stesso delle Idi di Marzo (di solito, come sa chi ha letto il De bello gallico o il De bello civili, il condottiero parlava di se stesso in terza persona). Ma quello di Gorno, oltre a essere un libro avvincente e scritto benissimo, è un romanzo solidamente fondato sulle fonti storiche (l’autore, di formazione, è un antichista). E quelle parole attribuite a Cesare, benché di fantasia, descrivono bene cos’era il “primo triumvirato”.

E allora può sorgere un dubbio: con il cosiddetto “Patto della crostata”, quello del Nazareno o l’attuale “Contratto di governo” siamo tornati ai tempi dei triumvirati? In effetti, fino agli Anni 70 o 80 del secolo scorso, quando si spiegava la storia antica, bisognava chiarire agli studenti che ai tempi dei romani non esistevano partiti strutturati e ideologici come la Dc o il Pci. C’erano gruppi di potere che facevano riferimento a un leader carismatico. I capi delle varie fazioni, circondati da una corte di fedelissimi, che si cercava di piazzare nei posti chiave, inseguivano il consenso popolare con politiche ondivaghe e con il sapiente uso della demagogia. Tra i vari leader, le alleanze si formavano e si spezzavano: chi prima ti era alleato diventava, il giorno dopo, il tuo più feroce nemico. Insomma, ci voleva uno sforzo di fantasia per immergersi nella politica dell’antica Roma (o dell’antica Atene, dove la situazione era simile). Ma, ormai, non ci vuole più così tanta fantasia. Anche da noi non ci sono (quasi) più segretari di partiti. Ci sono “capi politici” o, addirittura, “capitani”.

Poi, certo, con i parallelismi storici bisogna andarci cauti. I triumvirati non sono tutti uguali. Cesare, Crasso e Pompeo non sono proprio la stessa cosa di Salvini, Di Maio e Conte. Magari Salvini ambisce a essere cesariano e Conte può vagamente ricordare Crasso, che era poco populista, ma in compenso molto benestante. Ma il garbo di Conte è lontano anni luce dall’arroganza che, secondo le fonti antiche, caratterizzava Crasso. Il quale, se vivesse ora, forse si occuperebbe di alta finanza e farebbe a meno di entrare in politica. Anni fa, circolava invece il paragone tra Silvio Berlusconi e Catilina, autore del tentato golpe stroncato con fermezza da Cicerone. Il paragone poteva essere sia elogiativo sia denigratorio. Eugenio Scalfari, per esempio, su la Repubblica del 13 marzo 1994, scriveva un articolo in cui additava Catilina come modello della “destra eversiva” italiana: «Vi ricordate di Catilina? Era ambiziosissimo e alquanto scapestrato. In gioventù ne aveva fatte di tutti i colori. Era pieno di debiti. Non sapeva più a che santo votarsi perché Cesare l’aveva mollato e Crasso non gli faceva più credito. Allora decise di mettersi in proprio. Assoldò una banda e ne fece un partito. Le tentò tutte. Si proclamò l’unico difensore delle libertà romane, promise lavoro e giochi per tutti, additò i magistrati repubblicani al disprezzo della plebe». Ma, il 18 giugno 2009, in una lettera al Corriere della Sera, una fedelissima di Berlusconi, Deborah Bergamini, poteva rovesciare l’assunto. Silvio e Catilina, scriveva, sono due rivoluzionari. Due grandi innovatori, invisi a un establishment che si accanisce contro di loro anche con la persecuzione giudiziaria: «Catilina viene per due volte accusato di nefandezze a pochi giorni dalle elezioni, interdetto e poi assolto dopo il voto. Ma a chi vede in Catilina e nel suo partito un pericolo troppo grande per i propri interessi, l’esclusione anche solo temporanea del “rivoluzionario conservatore” non può bastare: occorre distruggerne il consenso per intero. Tra le accuse più infamanti, Cicerone imputa a Catilina di aver corrotto una giovane vestale, vergine e consacrata alla dea del focolare».

Bisognerà un giorno scrivere una storia del riuso dei modelli antichi nella politica contemporanea. Riusi spesso arditi e magari balenghi: di recente Roberto Vecchioni ha evocato lo stratego Nicia, definendolo «un capopopolo che, nei tempi dopo Pericle, istituì l’obolo di cittadinanza. Quando andava a trovare i giudici si vestiva da giudice. Il suo motto era: “Prima di tutti gli ateniesi”». La frase di Vecchioni è diventata, come suol dirsi, virale, ed è stata ripresa anche da esponenti del Pd. Peccato che Vecchioni abbia preso un abbaglio: il vero Nicia era un moderato, nemico di ogni avventurismo populista. Ma, evidentemente, tutti sentiamo l’ombra degli antichi incombere sempre più su di noi.

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