Correnti, pesci, freddo, onde. E poi la profondità, la paura dell’ignoto, gli imprevisti. Misurarsi con tutto questo non è uno scherzo. Eppure, il popolo dei nuotatori in acque libere cresce. E affronta sfide competitive, specie nei confronti di se stessi

Nell’area marina protetta delle Isole Egadi sono moltissime le specie ittiche presenti, compresi alcuni squali, tra cui quello bianco. In queste acque, l’8 giugno, come accade da sette anni, un centinaio di nuotatori coprirà a bracciate la distanza tra Levanzo e Favignana, 4 chilometri e mezzo in mare aperto, per la Egadi Swim Race, organizzata da Extrema asd e da Mauro Giaconia, un veterano delle acque libere.

Quarantenne palermitano («Un piede in acqua e uno in città»), fisico asciuttissimo da maratoneta, Giaconia non è mai stato un nuotatore agonista, ma ha scoperto le traversate dieci anni fa, e da allora non si è più fermato, diventando organizzatore e mental coach per chi vuole cimentarsi in questo tipo di imprese. A tutt’oggi è suo il record di attraversamento dello Stretto di Messina: dieci volte consecutive. «In mare niente è scontato, non si scherza», racconta. «Per questo, anche quando si tratta di una competizione, prevale uno spirito di gruppo: si nuota vicini agli altri, possibilmente vicini alle barche di appoggio e sempre all’erta. In mare viaggi con il cuore, con l’emozione e sì, con la paura, che fa parte del gioco: pesci, freddo, corrente, onde. C’è chi si blocca dopo qualche metro».

Tutti gli altri proseguono, e anno dopo anno, impresa dopo impresa (quasi del tutto autofinanziate, il nuoto in acque libere non è uno sport che attiri sponsor), alzano di qualche tacca l’asticella. Non sempre fisici statuari, quasi mai giovanissimi, raramente agonisti, ma spesso ex sportivi, i nuotatori di acque libere hanno in comune la voglia di farcela, avendo sfidato se stessi, per le motivazioni più disparate. Ma nuotare in acque libere non è un gesto scontato: «Molti agonisti non riescono ad allontanarsi mai dalla linea blu della piscina, dalla loro “comfort zone”», spiega Luca Borreca, Ironman, allenatore della Canottieri Milano, mental coach e coautore, con Ivana Di Martino, del libro Correre è la risposta (Sperling & Kupfer). «Chi si mette in mare cerca innanzi tutto di sconfiggere i propri limiti. C’è chi bara anche qui, ed è la stessa tipologia di chi si dopa dopo i 50 anni per vincere una gara ciclistica. Quasi sempre è il segno di qualcosa di non vissuto quando si era giovani».

Swim The Island a Bergeggi

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Delicato l’equilibrio di questo genere di nuotatore, che deve affrontare pericoli e difficoltà concreti insieme a paure ancestrali. «Le acque profonde hanno caratteristiche che rimandano all’ignoto, che sono adrenalinizzanti, ma possono scatenare fantasmi inconsci», dice Saverio Ruberti, psichiatra e psicoterapeuta didatta della Società Italiana di Terapia comportamentale e cognitiva. «Nelle acque libere c’è un confronto più reale con il mondo esterno rispetto a ogni altro genere di impresa sportiva perché c’è un rischio vero. Mentre in piscina c’è la creazione di un parametro di controllo, in mare si va oltre, l’attività agonistica viene deritualizzata. Un po’ come un pugile che uscisse dal ring per fare a cazzotti per strada. Non sei protetto dalle regole dell’agonismo, né dall’ambiente sportivo».

L’allenamento per le traversate, infatti, corrisponde solo in parte a quello classico per le gare in piscina. Servono idealmente quattro mesi, in cui per sei settimane si fa lavoro aerobico e si migliora la tecnica. «La prima cosa che conta è sapersi orientare, perciò si tolgono le corsie in piscina», spiega Borreca. «Il minimo allenamento è di un’ora, per arrivare a due o a tre, abituando la mente a entrare in loop, dimenticando il gesto tecnico. La seconda fase lavora sul passo-gara, cioè l’andatura che cambia a seconda della distanza da percorrere, e la terza copre la stessa distanza della gara in mare, se possibile. Ma l’allenamento maggiore è sulla mente. Quando entri in mare devi avere il maggior numero di cose possibili sotto controllo, perché alcune non dipendono in nessun modo da te, come la corrente, l’onda o un improvviso pericolo. Se sei pronto, sei capace di affrontare l’imprevisto cercando nelle tue esperienze precedenti». La verità è che non esiste un allenamento per le lunghe distanze (parliamo di 30, 40 chilometri per arrivare a 100), a parte i test di resistenza. «La mia formula è questa», dice Giaconia. «Quando riesco a calibrare bene lo stile e la respirazione in mare è fatta. Sento l’acqua nelle mani e nel corpo, vado, il resto è gioia. E condivisione delle fatiche».

Ancora Swim The Island

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Competitive (specie nei confronti di se stessi), le gare in acque libere si sono diffuse in tutto il mondo. Da poche decine di partecipanti, ora se ne contano decine di migliaia, persone che si dedicano seriamente allo sport dopo una vita dedicata al lavoro. «Ho cominciato con le maratone e le marcialonghe di sci di fondo, poi 8 anni fa sono entrato in acqua», racconta Andrea Ruzzi. Managing director di una società di consulenza internazionale, 50 anni, ex pallanuotista, Ruzzi ha scoperto casualmente la traversata dello Stretto di Messina, prima tappa di una sfida che l’ha portato a nuotare nei Dardanelli, nello stretto di Gibilterra, alle Bocche di Bonifacio, e a percorrere i 40 chilometri di perimetro delle Baleari. «Insieme alla sensazione meravigliosa di leggerezza che mi dà l’acqua, e all’amore per la fatica, ho scoperto un mondo: quelli che sfidano le acque libere sono persone incredibilmente sensibili e spostate allo stesso tempo. Non c’è competizione feroce, non si cerca il tempo. Il traguardo è sempre intimo, sempre personale». Due i suoi sogni: trovare un’impresa oltre i 40 chilometri che non sia pericolosa e fare l’Italia a nuoto, seguendone le coste. Non da solo, ma con chiunque abbia voglia di “prenotarne” un tratto e postarlo sui social. Il nome c’è già: SwimIT

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