Dedicato a un genere da sempre in ebollizione – e oggi assai vitale e contaminato – il festival Jazz:Re:Found è arrivato alla 12ma edizione e si trasferisce nel borgo di Cella Monte, rispolverando lo spirito delle origini, un concetto post-hippie di socializzazione e intrattenimento culturale “open-air”

Dato per morto a più riprese, c’è un genere musicale che, al contrario, più di ogni altro sta dimostrando di non subire affatto il peso degli anni. Vivo, sempre più vitale, grazie a uno spirito costitutivamente aperto e votato alla contaminazione, il jazz può essere considerato tra i linguaggi più longevi della musica occidentale: dotato di caratteristiche precise eppure incurante delle etichette, non ha mai smesso di ribollire, diffondendo il proprio aroma attraverso le piccole e grandi rivoluzioni che hanno attraversato la storia: dal folk al pop, dal songwriting all’hip-hop fino all’elettronica, non c’è ambito che non sia stato attraversato e segnato dalla sua influenza, e viceversa non c’è influenza che non abbia lasciato il segno nella storia del jazz.

Così, in un’epoca nella quale la parola “nicchia” si svuota di senso proprio grazie al proliferare dei generi e delle invenzioni, il genere che ha sempre rappresentato la nicchia per eccellenza abbatte ancora una volta gli steccati per diventare una delle parole d’ordine del contemporaneo: basta una piccola ricerca su Facebook per rendersi conto che, anche quest’estate, l’Italia sarà il palcoscenico di molti appuntamenti che hanno al centro la parola jazz, declinata in innumerevoli varianti dallo swing più classico al crossover più ricercato.

Da Londra, il gruppo dei Kokoroko, guidati da Sheila Maurice-Grey

Tra i casi più interessanti di quest’ultima tendenza c’è Jazz:Re:Found, festival piemontese nomade che, dopo essere nato e cresciuto tra Vercelli e Torino (città che ne ha consacrato il valore indiscusso), sceglie per la sua dodicesima edizione – dal 20 al 23 giugno – di ritornare alla dimensione “open-air”, impreziosendo la propria offerta di concerti, live set e dj set (ma anche workshop, degustazioni e vinili) grazie alla cornice di Cella Monte, borgo incastonato tra le colline del Monferrato, vicino ad Alessandria.

David Rodigan

Christophe Chassol

Convinti che l’esperienza autentica di un festival possa nascere dalla condivisione di eventi, luoghi e “momenti”, una delle mission centrali per gli ideatori del progetto rimane quella di rappresentare un acceleratore del processo di valorizzazione territoriale, come ci conferma Denis Longhi, direttore artistico della manifestazione: «La versione 3.0 di Jazz:Re:Found Festival è in un certo senso un ritorno alle origini. Nel 2008, la genesi del progetto si è ispirata alla visione bucolica dei festival inglesi dell’Herefordshire o del Somerset, un concetto post-hippie di socializzazione e intrattenimento culturale ‘open-air’, in cui la musica è l’attore principale e la natura il complice indispensabile. Il piccolo miracolo vercellese del primo ciclo (2008-2013) ha valorizzato con le poche risorse paesaggistiche a disposizione questa progettualità, il passaggio a Torino nella versione 2.0 (2014-2018) ne ha sancito la sua trasformazione. Ora l’ennesima sfida, il ritorno all’estate, in uno dei territori più interessanti allo stato dell’arte, un paesaggio straordinario, in cui la natura della campagna, i filari fra le colline, si fondono con le architetture in tufo di uno dei borghi più belli d’Italia, capitale del territorio Unesco del Monferrato, in cui risiede l’energia che cercavamo per ripartire con la terra sotto i piedi e il cielo sopra la testa».

La band I Hate My Village

Ripartire? Certo, in senso figurato: perché né il cammino del festival, né tantomeno le evoluzioni di un genere tanto unico e multiforme sembrano essersi interrotti. Ne sono una prova i nomi che compongono la line-up del festival, che da una parte vuole rendere conto della moltitudine di universi sonori costitutivi della black culture, per dare voce alle nuove avanguardie, dall’altra intende celebrare alcuni tra i maestri e le pietre miliari che hanno lasciato un segno indelebile nel panorama internazionale. Il tutto, ovviamente, all’insegna dell’ibridazione. Per questo, nella quattro giorni di Cella Monte, spicca il nome della leggenda della club culture mondiale, Gilles Peterson, accanto a quello di giovanissime rivelazioni della scena jazz Uk (una delle più vive) quali Yussef Dayes e Kokoroko, collettivo il cui stile musicale prende forma dai suoni delle radici nigeriane e del West Africa dei membri del gruppo, mescolati a quelli urbani londinesi; il protagonista britannico dei dj reggae roots David Rodigan, un omaggio alla ricca tradizione dei soundsystem degli Anni 80 in Monferrato, accanto alla ricerca visiva del pianista francese Chassol (già collaboratore di Sébastien Tellier e Laurie Anderson). Senza contare la nutrita presenza italiana, nella quale spiccano i nomi di Tullio De Piscopo e Tony Esposito, il progetto I Hate My Village – ovvero la super band composta da Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours), Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion) e Alberto Ferrari (Verdena) –, il ritorno degli Area a quarant’anni dalla scomparsa di Demetrio Stratos, oltre a diversi nomi storici dell’hip hop italiano quali Colle Der Fomento, Gruff, Kaos One e Noyz Narcos – ma qui, lo ammetto, la logica un po’ mi sfugge…

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