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La firma genetica dell’assassino

IL 112 19.06.2019

Laboratorio centrale della Banca dati del Dna del Ministero della Giustizia: il laboratorio centrale, all’interno del carcere romano di Rebibbia, è operativo dal 27 dicembre 2017 con un team di 50 persone tra biologi e informatici

Tredicimila tracce invisibili raccolte sulla scena del crimine da Ris e Polizia scientifica, codificate in lettere e numeri, in attesa di essere associate a un nome: quello del colpevole. “IL” è entrato in anteprima nel caveau della Banca dati nazionale del Dna a Roma

Alla fine, è tutta una questione di codici. Di numeri e lettere che combaciano; di picchi che si ripetono; di righe e colonne che si susseguono. Alla fine, ognuno sta – solo – nei suoi 23 punti e 46 numeri. Ed è subito Dna.

Inserite varie password, ribadite altrettante conferme, ecco schiudersi il software, targato Fbi, con i segreti dell’impronta genetica più forte e personale. Quella che inchioda assassini e rapinatori, permette di risolvere cold case, aiuta a rintracciare persone scomparse o dare un nome a corpi abbandonati. Quella che è diventata un imprescindibile strumento per gli investigatori. Nella realtà, ancor più che nella serie tv CSI.

Siamo all’Anagnina, a Roma, all’interno della Banca dati nazionale del Dna, il caveau delle forze dell’ordine, inserito nel complesso delle Direzioni interforze anticrimine, aperto il 17 aprile per la prima volta a Storiacce. All’interno, sono custodite 13mila tracce ancora in cerca di identità. Raccolte dopo sopralluoghi nelle scene del crimine e inserite in quest’archivio digitale. Numeri e lettere che aspettano di essere associati a un nome. Impronte genetiche, che rimandano a possibili killer, stupratori, rapinatori ancora da trovare e ricondurre alle proprie responsabilità. Le tracce trovate vengono confrontate con i profili di detenuti, ex detenuti o indiziati di reato schedati. E quando i codici combaciano, ecco che avviene il “match”, come lo chiamano qui, in questo grande open space, al piano terra di una palazzina monitorata da decine di telecamere. È allora che quell’«Ignoto1» non è più tale. E l’autore di un reato assume un’identità, come si è già ripetuto 60 volte.

Le firme genetiche sono il tesoro di questa speciale cassaforte, dal bottino in realtà ancora abbastanza ridotto: solo 6mila infatti sono i profili inseriti finora dai 15 laboratori accreditati (gli unici, cioè, con caratteristiche tali da superare il giudizio di due enti di controllo e permettere dati compatibili con gli standard europei); 6mila inseriti in due anni, su 160mila prelievi fatti a soggetti fermati, arrestati o detenuti. Gran parte dell’imbuto si crea al laboratorio centrale, a Rebibbia, operativo dal 27 dicembre 2017, con un team di 50 persone tra biologi e informatici. Ogni giorno, invece, il database viene aggiornato con le tracce raccolte da Ris (Carabinieri) e Polizia scientifica sulle scene del crimine. Una firma lasciata su mozziconi di sigarette, come avvenne per chi azionò il telecomando della strage di Capaci; trovata con un capello caduto, come quello che portò all’identificazione del commando brigatista che uccise il giuslavorista Massimo D’Antona; individuata dall’analisi del calcio di una pistola, di un bicchiere o di una maniglia.

Una volta che tracce e profili combaciano, e si può quindi risalire all’identità (come è avvenuto già per i 60 colpevoli scoperti in questi due anni), i codici non restano più in questo database, ma viene consegnato un identificativo anonimo a chi indaga su quel caso. «La Banca dati non è un organo investigativo, ma uno strumento per le indagini. Noi siamo quelli che custodiscono, proteggono e verificano la correttezza del dato. E lo restituiscono certificato», sintetizza Renato Biondo, biologo per formazione, dirigente della Polizia  e ora direttore della Banca dati nazionale del Dna. Il totale anonimato è un requisito fondamentale e un vanto di questa squadra interforze (con rappresentanti di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia Penitenziaria), che scopre di aver determinato gli autori di delitti seriali, caso mai, «solo dai giornali», raccontano.

Squadra interforze al lavoro nella Banca nazionale del Dna

Sembra strano, ma è così. Perché qui, custodito dietro un muro di password e sistemi di identificazione, ci sono solo codici senza nome. Potrebbero essere in potenza le chiavi di misteri insoluti. Vecchi e nuovi. Ma chi sta in quest’ufficio poco distante da Cinecittà, e vede scorrere numeri e lettere sul suo terminale, tutto questo non lo sa. Per il militare che ora compulsa l’archivio, c’è solo una successione di numeri e lettere. Che verifica, certifica e confronta. O ci sono onde con picchi, come una specie di elettrocardiogramma, che indicano la qualità del materiale esaminato da cui è stato ricavato il Dna. Dai codici dei terminali, mi spiegano, è possibile risalire solo a poche informazioni operative: di che tipo di prelievo si tratti, se una traccia o una persona, il sesso dell’ignoto e quale tra le varie forze dell’ordine d’Italia abbia inserito quel dato. L’unico indizio sta nella tipologia di reato, per cui l’autorità giudiziaria procede. Ma se si tratti della rapina del secolo (ai gioielli del Maharaja a Venezia, per esempio), della scomparsa del celebre Caravaggio di Palermo o se sia un furto di polli, questo l’operatore non lo sa. E non gli serve, visto che il suo compito consiste nell’incrociare dati provenienti da canali diversi. Anzi, questa «è una fondamentale garanzia di sicurezza», insiste Biondo, arrivato qui dopo aver effettuato, alla Scientifica, sopralluoghi celebri: nel covo di Bernardo Provenzano o nel furgone usato per l’attentato a D’Antona. In quest’ultimo caso, proprio la prova del Dna permise di smantellare la cellula brigatista: fu tracciato a partire da un mozzicone abbandonato da una sospettata, e risultò uguale a quello individuato con un capello repertato sul Nissan Vanette usato per l’agguato. Dalla proprietaria, Laura Proietti, si ricostruì tutta la cellula.

Quella della protezione dei dati è stata una delle prime questioni a cui ho pensato, entrando in questo caveau di informazioni così sensibili. In tempi in cui i profili delle persone sono la più ricercata merce di scambio, codici che rimandano a potenziali autori di reati potrebbero essere un bottino prezioso per hacker. Nonché strumento di ricatto. «In realtà, al di là dei sistemi di difesa esistenti, un eventuale ladro comunque non potrebbe usare questo materiale, proprio perché qui non ci sono nomi», spiega Biondo. Per decifrare i codici, «dovrebbe avere una talpa nella Polizia scientifica; una nell’Afis, la banca dati delle impronte digitali; una qui per associarli. Tre persone formano già un’associazione a delinquere», sorride.

In questi archivi, per esempio, non possono cercare il mio nome. Nulla di me ci sarà qui, sia pur sotto forma di codice alfanumerico, se non sono stata fermata, arrestata o se non c’è una precisa richiesta di questo tipo da parte dell’autorità giudiziaria. Qui, inoltre, non sono neppure custoditi i profili elaborati per inchieste chiuse, come avvenne durante le indagini sull’omicidio di Yara Gambirasio. Furono convocate 18mila persone della Val Brembana per prelevare una goccia di saliva e confrontare il Dna con quello individuato sugli indumenti e sul corpo della giovane ginnasta. Di tutte quelle persone, l’unico profilo custodito per 40 anni sarà quello dell’ex «Ignoto 1», poi individuato come Massimo Bossetti. Ma, comunque, proprio perché ormai noto, non è qui.

Fin dall’istituzione anche in Italia di una Banca dati nazionale del Dna (ultima tra i Paesi europei sulla base del Trattato di Prüm), si pose il tema di come conciliare le esigenze investigative con il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Nonché delle tutele per individui finiti nelle indagini e poi, caso mai, assolti in maniera definitiva. Il compromesso delle opposte esigenze sta proprio nel funzionamento di quest’ufficio. Il ritardo ha permesso all’Italia di poter contare ora su «un sistema tra i più precisi al mondo. Con 23 punti di Dna, abbiamo la qualità più alta al mondo. Significa che noi diamo certezze». Un livello di precisione richiesto, oltre che dagli standard internazionali – che escludono anche molti laboratori che non sono accreditati, e quindi non possono convogliare le loro informazioni in quest’archivio – anche dalle esigenze investigative di un Paese dove si lotta contro una malavita organizzata, a struttura spesso familiare. In una stessa cosca di ‘ndrangheta, gli affiliati potranno avere profili genetici molto simili. E allora solo il dettaglio fa la differenza. Come la fa nel dare un nome ai migranti che a volte si bruciano i polpastrelli delle dita, per non essere identificati con le impronte digitali, nel Paese di primo approdo.

Il Dna non si può cancellare. Così, anche a distanza di molti anni, quella firma genetica può ancora essere identificata. E il cold case risolto. La lunga esperienza porta comunque ad aver ben chiaro che, pur in tempi di tecnologie super sofisticate e raffinati esami di laboratorio, per risolvere i casi resta «determinante l’intuito e l’abilità dell’investigatore, che deve maneggiare le informazioni», avverte il direttore Biondo. Perché i criminali sono sempre più bravi anche a depistare. Come quando, dopo il duplice omicidio di una coppia di anziani, furono trovati in casa resti di sigarette. Un apparente firma genetica degli assassini. In realtà, solo false piste, come fu poi scoperto. Non è un caso, allora, che all’ingresso, tra schermi avveniristici e video con la doppia elica, sia stata appesa la foto con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonino Caponnetto, insieme: serve a ricordare a tutti il valore dell’investigatore. In ogni CSI–Scena del crimine.

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