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La Pixar è diventata adulta (e anche noi)

IL 112 20.06.2019

Ventitré anni fa usciva “Toy Story” capitolo 1, ora esce il quarto

Il 26 giugno esce “Toy Story 4”. E noi, d'un tratto, ci scopriamo grandi abbastanza da poter finalmente tornare a rovistare nella nostra cesta dei pupazzi. Senza vergognarcene

Ora che gli Avengers sono stati definitivamente dismessi (o quasi), la Disney tira fuori i suoi veri supereroi. Non pensate a Star Wars: quello è un acquisto recente. Qui si parla di cartoni animati, anzi no: da un pezzo la dicitura è impropria, chi ha più visto fogli bianchi e pastelli colorati? I pupazzetti non sono più roba per bambini, abbiamo imparato anche noi maggiorenni che valgono più di una seduta dallo psicoanalista. La Pixar, braccio “digital-cool” di Topolino, celebra se stessa, tanto per cambiare. Ventitré anni fa usciva Toy Story capitolo 1, ora arriva il quarto. Per ironia, paradosso, maturità acquisita, il primo film in computer grafica di sempre è oggi annoverato da critici e criticoni tra i più deboli dello studio. Il secondo era bellissimo (caso non così raro: vedi Il padrino e i Batman di Tim Burton), il terzo magnifico (e forse non era mai accaduto nella storia del cinema). Il quarto va nella direzione del perfezionamento.

Sarebbe dovuta essere una storia d’amore tra Woody, il cowboy, e Bo, la bambolina, e invece è la solita sequela di pirotecniche avventure destinata, come si conviene ai giochi di società, a un pubblico 0-99 anni. E di nostalgia: quelli che, come il protagonista Andy, erano bambini nel 1995, oggi hanno quasi quarant’anni, e la Pixar lo sa. È a loro che parla. È loro che ha cresciuto, come testimoni diretti di un nuovo immaginario, nel corso di due decenni e mezzo. Non potrebbe tornare alla base, a nove anni dal terzo episodio della saga dei giocattoli, se nel mezzo non ci fosse stato tutto il resto. Vale a dire: le bestioline che parlavano più ai genitori che ai loro figli di Monsters & Co., l’omaggio sofisticatissimo ai b-movie anni Cinquanta che era Gli Incredibili, l’anticipazione delle nostre menate gourmet di Ratatouille, la sci-fi quasi metafisica di WALL•E. Fino ai due capolavori più adulti: Inside Out e la nostra (auto)coscienza, Coco e l’eredità familiare (con conseguenti lacrime generazionali).

C’era già tutto dentro il debutto di Woody e Buzz Lightyear, l’astronauta dallo spirito precisamente yankee, ma quella era la scuola primaria. Poi il percorso di studi è continuato, fino all’università. La Pixar ha, appunto, smesso di essere percepita come “la casa dei cartoni animati” (per quello c’era sempre la Disney, che ha furbamente tenuto le sue principesse al sicuro dentro i castelli), ha vinto i premi più importanti – quarantasei Oscar in tutto, per dire solo i più pesanti – si è scontrata, come accade a tutti gli studenti negli anni del college, con il suo lato oscuro. John Lasseter – il regista del Toy Story primigenio, l’inventore dell’animazione moderna, l’ultimo rivoluzionario di Hollywood – è finito nella lista nera dei molestatori post-Weinstein. È lì che la Pixar ha perso l’innocenza, diventando adulta una volta per tutte. È lì che ha detto addio per sempre a Mickey Mouse. Ci siamo guardati allo specchio: d’un tratto, eravamo grandi anche noi. Così grandi che potevamo finalmente tornare a rovistare nella nostra cesta dei pupazzi. Senza vergognarci più.

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