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La radio che si vede

IL 112 03.06.2019

Linus e Nicola Savino, che conducono il morning show “DeeJay chiama Italia” sul canale 69 del digitale terrestre

Sembra un controsenso. E invece è sempre più diffusa l'abitudine di “ascoltare” in tv i programmi delle emittenti in FM: Video Didn’t Kill the Radio Star!

Un grande classico dell’umorismo tra i disc jockey radiofonici di vecchia scuola era dire, volendo commentare qualcosa che era appena successo in studio: «Chissà, forse un giorno inventeranno la radio che si vede». Mai profezia fu più azzeccata. Il controsenso (semantico prima ancora che massmediatico) della radio “che si vede” è oggi una realtà piuttosto rilevante. Negli indici di ascolto suddivisi per device, quello “tramite apparecchio televisivo” ha contato, nel 2018, per il 7,14 per cento del totale. Una cifra che potrà sembrare piccola rispetto al 50,03 per cento dell’ascolto via autoradio, o del quasi 24 per cento legato ai classici apparecchi radiofonici “da casa”, ma è pur sempre superiore al risicato 4 per cento dell’ascolto via smartphone e dell’1,87 per cento via pc e tablet, e – soprattutto – è molto più alto della media (16 per cento), nella fascia tra i 14 e i 17 anni, cioè quella tradizionalmente meno consumatrice di radio.

Per certi versi – tralasciando i primi selvaggi esperimenti via webcam – tutto è cominciato con DeeJay chiama Italia, il morning show di Linus e Nicola Savino che, a partire dal 2006, si sdoppia in un vero e proprio programma tv sul canale All Music (poi DeeJay TV), dove le “pause” delle canzoni sono paradossalmente la parte più interessante, perché – a differenza di quel che accadrà dopo nelle visual radio – a DeeJay chiama Italia diventano una sorta di dietro le quinte cui gli ascoltatori della radio non hanno accesso. Qui va però fatto un distinguo tra almeno tre tipologie di visual radio: prima di tutto quelle, e sono la maggioranza, che diffondono semplicemente il loro segnale audio tramite digitale televisivo terrestre, senza una componente video significativa (in genere un’immagine fissa sotto cui scorre un rullo di notizie). Poi quelle che trasmettono un flusso di videoclip sullo stile della vecchia MTV, con occasionali programmi condotti in video dai dj della radio, come Virgin TV e Radio 105 TV. Infine quelle dove i programmi sono a tutti gli effetti degli show televisivi, con i conduttori che parlano al microfono, ma anche in camera: è il caso di RTL 102.5, che ha battezzato il format radiovisione e lo ha esteso anche alle altre due radio del gruppo, Radiofreccia e Radio Zeta, ridisegnando l’architettura dei propri studi in funzione principalmente televisiva.

Come è potuto succedere, verrebbe da chiedersi? In realtà, è un puro calcolo di marketing. In un momento storico in cui sono meno del 50 per cento le case in cui è ancora presente un apparecchio radiofonico FM, essere “sulla tv” è cruciale per raggiungere il cosiddetto pubblico indoor (cruciale quanto lo sarà, in un futuro non lontano, essere sui device vocali tipo Alexa e Google Home). A questo si aggiunga anche un altro elemento: tra i maggiori utilizzatori di radio alla tv ci sono tutti quei bar e pub che hanno uno o più schermi televisivi. E visto che le indagini sugli indici di ascolto radiofonico (a differenza di quelle televisive) sono ancora condotte via interviste telefoniche, essere su quegli schermi significa raggiungere una discreta platea di ascoltatori passivi che, al momento opportuno, si ricorderanno (e diranno) il nome della tua emittente… Video Killed the Radio Star cantavano i Buggles nel 1980. Ma avevano evidentemente torto.

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