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La storia dell’arte alla luce del neon

IL 112 21.06.2019

Dettaglio di un'opera di Dan Flavin in mostra alla galleria Cardi di Milano fino al 28 giugno

Dalle sculture luminose di Dan Flavin (e di Lucio Fontana prima di lui) al corridoio di tubi fluorescenti di Ryoji Ikeda alla Biennale di Venezia: breve compendio di un movimento che continua a interessare. E ad avere mercato

La luce come materia plastica e sensoriale che da sempre interpreta il pensiero artistico. La storia dell’arte è storia della luce: fin dall’antichità ha simboleggiato la manifestazione del divino. Tutte le culture arcaiche, compresa la più evoluta arte egizia, hanno usato la luce del sole come lama tagliente per indicare all’uomo lo spazio del divino nei solstizi e in diverse ore del giorno. Leonardo poi l’ha utilizzata per bucare la prospettiva, Caravaggio per far emergere le figure dal buio, Monet per illuminare la natura nelle diverse stagioni. Sino a oggi dove al Padiglione Centrale nei Giardini della Biennale di Venezia, il corridoio di tubi fluorescenti dell’artista giapponese Ryoji Ikeda produce l’effetto di abbagliamento e tabula rasa sensoriale dalla quale ripartire per mettere a fuoco la realtà.

Anche Dan Flavin, che non attribuiva un valore divino alle sue sculture luminose, in linea con i princìpi del Minimalismo, affidava loro lo scatto percettivo nel visitatore di fronte a semplici tubi e neon. Già Fontana prima di lui, verso la fine degli anni 40, aveva modellato il neon per il suo arabesco luminoso realizzato per la IX Triennale di Milano (oggi nel Museo del Novecento cittadino). Flavin (1933-1996), a partire dai primi anni 60, ne fa un uso ancora più radicale: le sue sculture di luce, talvolta colorata, sono semplici tubi disponibili in commercio assemblati in composizioni geometriche. Questa diversa scelta artistica si riflette sul suo mercato. Il valore dell’opera, infatti, è determinato dal progetto creativo che vi sta alla base e non da chi lo ha eseguito, né dall’anno in cui è stato composto. È così anche nella mostra in corso alla galleria Cardi di Milano (fino al 28 giugno), realizzata in collaborazione con l’Estate guidata dal figlio Stephen Flavin e con il benestare della galleria David Zwirner che rappresenta Flavin. A installare le opere è venuto il suo assistente dell’epoca, Steve Morse: i neon, che hanno una vita limitata, vanno sostituiti regolarmente, per cui anche un lavoro del 1968 avrà necessariamente componenti posteriori.

È il Minimalismo americano a ridare centralità alla luce attraverso il movimento Light and Space, che nasce negli anni 60-70 sulla West Coast. Ispirati forse dalla luce della California, gli artisti Robert Irwin, James Turrell, DeWain Valentine e Mary Corse pongono in dialogo luce, volumi e percezione dell’osservatore realizzando installazioni immersive. Negli ultimi anni il loro mercato è cresciuto, anche grazie a mostre come Primary Atmospheres da David Zwirner nel 2010 e Phenomenal: California Light, Space, Surface al museo d’arte contemporanea di San Diego nell’ambito di Pacific Standard Time. La loro eredità è stata raccolta da Olafur Eliasson, dal 5 luglio alla Tate Modern di Londra con la mostra In real Life, da Ann Veronica Janssens, da Bill Jenkins e Lisa Oppenheim, entrambi nella collettiva Living in a Light Bulb alla Tanya Bonakdar Gallery di New York dal 6 giugno.

Ancora, le insegne pubblicitarie al neon nel Novecento, che hanno trasformato il paesaggio urbano, hanno ispirato artisti come Bruce Nauman, le cui opere al neon riflettono sull’identità, sul linguaggio e sulla realtà socio-politica. L’artista ha lavorato con i grandi galleristi: Leo Castelli e Konrad Fischer.

Più personale l’approccio dell’artista inglese Tracey Emin, che dagli anni 90 ha riprodotto la sua grafia con i neon e ha dato voce alle proprie emozioni: dai messaggi forti e provocatori dei primi neon, talvolta anche figurativi, a quelli degli ultimi anni, che tendono a essere più positivi, legati all’amore, all’amicizia e alle relazioni.

Anche in Italia e in Francia, già dagli anni 60, il neon è stato materia artistica: l’energia di Mario Merz è nella luce del neon, Maurizio Nannucci riflette sulla parola iridescente, sul suo significato e sulla sua forma, François Morellet esplora geometrie luminose e in Martial Raysse è il dettaglio che illumina il significato. La luce non finirà mai di essere materia plastica ed evanescente e ispirazione creativa.

 

QUOTAZIONI

 

Dan Flavin

Il lascito è rappresentato da David Zwirner. In mostra da Cardi le opere hanno prezzi dai 250mila al milione di dollari.

 

Olafur Eliasson

Rappresentato da neugerriemschneider a Berlino e Tanya Bonakdar Gallery a New York, lo studio non rilascia informazioni sui prezzi. All’asta le sue sculture sono arrivate a toccare 1.323.855 dollari. Mediamente arrivano a costare sino ai 500-600mila dollari: la scultura luminosa 1 m3 light (1999) è passata in asta per 300mila dollari.

 

Ann Veronica Janssens

Nel 2016 la sua installazione luminosa Bluette ha segnato il record d’asta di 22mila dollari.

 

Bruce Nauman

Dal 1976 è rappresentato anche da Sperone Westwater di New York. In asta i suoi neon hanno segnato risultati da 665mila a 1.685.000 dollari.

 

Tracey Emin

I suoi neon sono molto richiesti dai collezionisti. In galleria, da Lorcan O’Neill di Roma, partono da 60mila dollari.

 

Mario Merz

Il suo record d’asta è stato segnato dall’installazione luminosa Untitled (1982) nella vendita Eyes Wide Open: An Italian Vision di Christie’s nel 2014: è stato aggiudicato per quasi 1,5 milioni di dollari.

 

Maurizio Nannucci

Alla Galleria Fumagalli di Milano le sue opere vanno da 20mila a 100mila euro.

 

François Morellet

All’asta i suoi neon hanno segnato prezzi compresi tra i 12.500 e gli 82.500 euro.

 

Martial Raysse

Nel 2007 l’opera About Neon, Obelisk II del 1964 è stata battuta per 400mila euro.
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